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Rembrandt: il focus della luce

Autoritratto del 1661.

La pittura naturalista olandese del Seicento si dedica alla minuziosa rappresentazione del quotidiano: questo realismo di stampo borghese rifugge le pose eroiche, solenni ed esuberanti della coeva maniera europea, soprattutto italiana, e preferisce una pittura più attinente al mondo mercantile e contadino.

Rembrandt Van Rijn è uno dei più grandi pittori del Seicento olandese e europeo.

Nato a Leida nei Paesi Bassi, egli eredita la maniera della pittura naturalista olandese, ma ben presto se ne allontana per approdare a una descrizione che si discosta dall’analisi esteriore e si rivolge ad una interiore mai tentata prima.

Proprio intorno alla metà del XVII secolo (fra il 1642 e il 1656) il suo percorso artistico giunge a maturazione: il movimento tipico dell’irruento Barocco viene abbandonato per dare spazio ad una pittura riflessiva e introspettiva. Al centro della tela, l’individuo diventa protagonista e la sua interiorità messa a nudo grazie ai contrasti fra le zone in ombra e quelle illuminate: la poetica del chiaroscuro di Rembrandt mette in luce le fragilità dell’animo umano, le sofferenze, le vacuità e il bisogno di assoluto che attanaglia l’animo.

Un esempio della tecnica a contrasti luministici utilizzata da Rembrandt è l’olio su tela Betsabea con la lettera di David, conservato al museo del Louvre a Parigi.

Nel racconto biblico Betsabea è la sposa di Uria l’Ittita, soldato dell’esercito di re David impegnato nell’assedio di Rabbat-Ammon (l’attuale Amman, in Giordania). Il re d’Israele, mentre passeggia sulla terrazza del suo palazzo di Gerusalemme, intravede la bella Betsabea che si fa il bagno. Preso dalla morsa della brama alla quale neppure un mitico re biblico può sottrarsi, la seduce e mette incinta. Il re David tenta di coprire l’adulterio e la gravidanza convincendo Uria a giacere con sua moglie nel palazzo reale; tuttavia Uria, ligio al dovere, rifiuta di abbandonare il campo di battaglia.

Il re David decide allora di lanciare un ultimo attacco decisivo alla città di Rabbat-Ammon e di mettere Uria in prima fila: il valoroso soldato trova la morte, e Betsabea diventa la sposa di David.

Rembrandt, Betsabea con la lettera di David, 1654, Musée du Louvre.

La pittura, del 1654, raffigura Betsabea appena uscita dal bagno e un servo intento ad asciugarle un piede.

La giovane donna, dalle forme sensuali rese attraverso una linea morbida che rifugge movimenti aspri, cattura tutta l’attenzione: il suo corpo rifulge di biancore, come un’alba dall’intenso candore. La mano destra, appoggiata su un ginocchio, tiene la lettera che il re David le ha inviato al fine di chiederle di tradire il marito.

Il realismo della rappresentazione trova il suo limite nello sguardo indeciso di Betsabea: il dubbio che si insinua lacera il suo animo di sposa fedele. La luce del suo corpo, simbolo di purezza, produce un fortissimo contrasto con l’ombreggiatura dello sfondo e la doratura del drappo subito dietro la giovane donna, rimando ad un potere regale forse troppo ingombrante.

Siamo lontani dai vezzi della lirica cortese in cui l’adulterio, nell’ambito della fin’amors, diventa occasione di crescita morale: il dissidio interiore di Betsabea, fra obbedienza alle brame di re David da un lato e ai doveri coniugali dall’altro, si esplicita prepotentemente; la giovane donna sembra quasi consapevole di essere l’oggetto di un gioco tutto al maschile: un amaro fiele si insinua nel suo animo.

Un altro esempio della tecnica della maturità di Rembrandt è rappresentato da Aristotele contempla il busto di Omero, dipinto del 1653 e conservato al Metropolitan Museum di New York.

Rembrandt, Aristotele contempla il busto di Omero, 1653, Metropolitan Museum of Art.

Il celebre filosofo stagirita, anacronisticamente in abiti del XVII secolo, pone lievemente una mano sul busto di Omero, mitico autore dell’Iliade e dell’Odissea. Le figure dei due soggetti si perdono nello sfondo scuro.

La luce, che sembra filtrare da una parte non ben definita alla destra del filosofo, si sofferma su alcuni tratti del viso dello stagirita; le gote, il profilo del naso e qualche tratto della fronte formano il profilo ideale di un pensatore che indagava con perizia il reale, senza incastonarlo in schemi teorici difficilmente applicabili: l’ispirazione e la ratio spirano dallo sguardo.

La luce segna una linea appena percettibile tra il viso in penombra di Aristotele e il busto di Omero, pilastri di una cultura filosofica e letteraria europea fortemente debitrice: il corretto uso della ragione e l’indagine del fenomeno sono, nel dipinto, in perfetta sintonia con l’immaginario omerico.

Allo stesso modo della parola omerica, la quale imbriglia l’uditorio con l’arte della narrazione, il tratto pittorico di Rembrandt, fra realismo e Barocco, cattura l’emotività dei soggetti rappresentati in tonalità contrastanti; l’ossimoro pittorico, fra luce e ombra, diventa metafora dello spirito umano.

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Giuseppe Sorace

Se vivessi in epoca cortese sarei un cavaliere il cui midons sarebbe il dio/la dea Amore in persona. Le mie armi le rime che incantano, lesionano e sanano al contempo. Di gesti gentili decorerei la mia quotidianità, e se è vero che “Amor, ch’a nullo amato amar perdona”, mi sentirei già fortunato. Fresco di laurea, cerco una strada. Nel frattempo scrivo, imparo, viaggio.

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