L’ultima chiamata

Un cellulare, una chiamata, una foto possono avere conseguenze pensati.
Un cellulare. Poche parole. Il futuro diventa nero.

Susy quel cellulare se lo era sudato. C’erano voluti dodici mesi di voti da capogiro, migliaia di lavoretti in casa e pure qualche suo risparmio. Ma alla fine c’era riuscita. Lo aveva comprato. E per moltissimo tempo, le era bastato guadare la forma rettangolare dello schermo per sentirsi meglio: ogni volta che lo osservava, era come vedere la prova astratta, condensata nella realtà, che anche lei valeva qualcosa.

Per tale motivo, sua madre si insospettì subito quando una sera Susy si era dimenticata il suo prezioso smartphone a tavola. E la cosa succedeva sempre più spesso. «Susy, va che hai ancora dimenticato il cellulare in cucina» gridò la mamma. La figlia scese subito da basso, raggiunse i suoi e se ne andò senza dire una parola, accompagnata dal frutto delle sue fatiche.

«L’hai sgridata?» fece la madre a suo marito. «No, perché avrei dovuto farlo?» rispose lui, rigirando la forchetta negli spaghetti.

Nessuno sapeva che quel piccolo aggeggio metallico era diventato la cosa che Susy odiava più al mondo. E non appena chiuse la porta dietro di sé, l’inconfondibile suono di un messaggio squarciò le mura della sua camera da letto, manco fosse l’esplosione di una bomba. Sullo schermo erano comparse un’icona verde, un po’ di testo e il nome che Susy temeva più di tutti. Uno strano senso di nausea le cinse la testa, la tempia e gli occhi. Mise a fuoco le lettere che lo componevano per essere sicura che fosse lui. Marco.

Un conato dal basso risalì fino alla gola. Susy lo fermò con la mano. Doveva essere forte. Devi rispondere stupida puttana le aveva scritto Marco. Cercò di scorrere la conversazione verso l’alto, ma il suo pollice tremava come un pulcino. Non voleva rileggere quanto il suo compagno di classe era stato capace di scriverle.

Mandami la foto delle tue tette. Mandami la foto del culo. Devi fare quella cosa anche a tutti i miei amici.

Era prigioniera di una parola. Se no… 

«Se no» fece Susy. Se no, avrebbe diffuso il video in cui lei, una sera, ubriaca, aveva preso il suo turgore in bocca. Avrebbe gridato ai quattro venti la foto in cui la sua faccia era stata ricoperta di una sostanza bianca, appiccicosa e piena di vergogna. Avrebbe messo a nudo la sua debolezza: di essere una ragazza facile.

«Io non sono una facile» biascicò Susy, guardando lo smartphone. Aveva ragione. Le sue uniche colpe erano essere giovane, ingenua e piena di voglia di scoprire. Come una qualsiasi altra ragazza. O come qualsiasi altro essere umano.

Devi rispondermi.

O mi arrabbio.Susy leggeva impotente. Avrebbe voluto rispondere, ma non ci riusciva. Sentiva un macigno sul petto, che la spingeva giù, sotto terra, nell’abisso. Immaginava il volto dei suoi compagni, dei professori, delle sue amiche, la paura di uscire di casa e incrociare gli sguardi degli altri che sapevano tutto, il suo futuro appassito troppo presto, per un video, un cazzo e un po’ di sperma.

«Devi rispondermi puttana» le urlò il messaggio.

Susy rimase immobile. Nella camera da letto esplosero gli squilli di una chiamata. Si svegliò come da un sogno. Sullo schermo il nome di Marco continuava a perseguitarla. Una lacrima scese sulla sua guancia: aveva paura di rispondere, di sentire la voce del suo aguzzino e scoprire che non aveva più scelta.

Cercò di ignorarlo, di pensare a una via d’uscita, ma gli squilli erano stiletti che le si conficcavano nelle orecchie, nella testa nel cuore. Non c’era via d’uscita, accettò la chiamata e ciò che ne sarebbe conseguito.

«Dove sono le mie foto troia!» esordì Marco. Non poteva contenere la rabbia: era dieci minuti che aspettava e non aveva ancora visto un centimetro della sua pelle. «Stasera devi venire alla festa» continuò lui.

Nel dire quelle parole, gli era scappata una risata: se per lui e i suoi amici era una festa, per Susy sarebbe stata solo una sorta di performance.

«Perché non parli?» le chiese. Susy non aveva nulla da dire. Cosa poteva fare? Era come un topo in trappola. Attendeva la fine. Poteva solo sperare fosse la più indolore possibile.

«Brutta puttana di merda, rispondi. Se no invio il video ai nostri compagni, ai professori, a tua madre. Vuoi che ti veda piena di sborra?» gridò Marco dall’altro capo.

«Ti prego non farlo» fece lei. «Certo che lo faccio» rispose lui. «Ti prego, risparmiami.» «Se fai tutto quello che dico, forse lo tengo per me.»   «Va bene, va bene lo faccio» concluse lei. «A sta sera allora» la salutò Marco.

La telefonata terminò lasciando Susy in balia di mille pensieri.

Cosa ne sarebbe stato di lei?

Marco non avrebbe mai smesso di torturarla. Se non si fosse prestata, un marchio brutto, pesante e riprovevole sarebbe divenuto il suo compagno di vita. Per sempre. Fino alla morte.

Povera mamma pensò Susy.

Immaginava il volto della madre, guarnito di rughe e di una profonda delusione ogni volta che sarebbe entrata o uscita di casa. Immaginava di camminare in punta di piedi, come un ladro, per non far rumore ed essere scoperta da quel viso pieno di rimpianti. Immaginava di svanire, quasi sparendo, avrebbe potuto liberarla dalla vergogna.

Il suo futuro sapeva di marcio. Un’ombra lo oscurava manco fosse un’eclissi. Avrebbe potuto nascondersi in casa, nello studio, nei bar o nella droga, ma il marchio l’avrebbe seguita, trovata e trascinata di nuovo nella sua realtà, tetra e densa come il buio.

In uno stato di trance, scese in cucina, salutò i suoi e si rifugiò in bagno. Sotto il lavabo c’era un miscuglio di pastiglie che non conosceva, ma dalle quali le era stato imposto di stare lontano.

Ne prese una manciata, aprì la bocca e le inghiottì senza colpo ferire.

Una seconda lacrima le rigò il viso. Se ne sarebbe andata. Ma almeno non avrebbe più dovuto sentire quelle due parole. Se no.

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Mi chiamo Gabriele Missaglia. Sono un giovane autore con una lista di pregi così lunga che questo spazio è troppo contenuto per dirveli tutti. Ahimè posso dire lo stesso per i difetti! Quando scrivo mi piace sorprendere, cerco di farlo scrivendo storie che ribaltano la realtà, nei libri e nei racconti. La chiave di lettura delle mie opere, e, penso, della vita é: credere mai, verificare sempre (sopratutto gli assoluti).

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