Il sacrificio e la follia

La porta della locanda si spalancò e un vento gelido pervase la stanza.
Coperto da un pastrano, un uomo sui 30 anni si sedette al bancone e, con un solo gesto della mano, ordinò del whisky.
– Ancora niente?
Il locandiere chiese, ma non ottenne risposta.
– Che Dio ci aiuti, quella povera ragazza… E’ una settimana che è scomparsa, i genitori sono disperati.
Ci vollero minuti perché l’uomo parlasse, infreddolito com’era.
– Sono arrivato alle riva del lago, ma di lei nessuna traccia. Ho chiesto a guardie, pescatori e a chiunque potesse essere un testimone. Nessuno l’ha vista. Penso che ormai dovremmo interrompere le ricerche.
I pochi clienti del locale, per lo più minatori, non proferirono parola, ma abbassarono mestamente gli occhi.
Climbwood era un villaggio di circa duecento abitanti sulle pendici dei monti del sud, a metà strada tra il lago e la città di Tuc, capitale dell’omonima contea. Un borgo discretamente pacifico, in cui gli abitanti trascorrevano le loro vite senza particolari problemi. Molti dei giovani del paese erano impiegati nella miniera, sotto stretto controllo della guardia reale, mentre gli anziani si rifugiavano nella biblioteca a studiare tomi voluminosi per accrescere la loro conoscenza.
In 150 anni di storia, mai un delitto era capitato a Climbwood.
– Dove potrebbe essere finita? Potremmo cerca…
Il proprietario non fece in tempo a terminare la frase che, urlando a squarciagola, un giovane fece il suo ingresso:
– Evan è scomparso! Era con me fino a pochi minuti fa, stavamo chiudendo le porte della miniera.
Era visibilmente scosso, quasi in lacrime. Era un ragazzo alto e robusto con i capelli scuri e dei lineamenti delicati, nonostante il freddo di quella notte di ottobre e il lavoro duro ne avessero compromesso in parte la sua bellezza. Le mani erano segnate da ferite fresche, tipiche di chi si trova a diretto contatto con le rocce, mentre la barba di qualche giorno lo faceva sembrare più tondo di quanto non fosse.
– Stai calmo, ragazzo. Raccontami nei minimi dettagli tutto, se è scomparso da poco possiamo salvarlo. Portami dove l’hai visto l’ultima volta.
Tra le lacrime, il giovane si avviò con l’uomo verso l’ingresso della miniera, divisa dal villaggio da un piccolo boschetto.
– Il nostro turno era finito da un po’, ma dato che non avevamo fatto in tempo a finire ci eravamo attardati.
– Ignoriamo la parte in cui vi siete indebitamente appropriati dei minerali reali.
– Noi non… va bene. Come dicevo, eravamo appena usciti dalla miniera, io mi sono accorto subito di essermi dimenticato…le carte. Così chiesi ad Evan di aspettarmi un secondo e scesi a riprendere le mie…carte. Quando risalii non c’era più, c’era solo del sangue sulla terra.
– Sangue?
– Sangue.
Una traccia. Dopo un mese di sparizioni, finalmente una traccia.
Negli ultimi 40 giorni erano scomparse dal villaggio, senza spiegazione alcuna, già cinque giovani ragazze. E adesso, per la prima volta, anche un maschio era scomparso nell’ombra, lasciando, però, del sangue sul luogo del misfatto.
Si era tradito, il rapitore si era finalmente tradito e Neil lo sapeva.

Neil era un uomo di trent’anni, barba lunga e incolta, alto quasi due metri e corpulento. Non era come gli altri uomini robusti del villaggio, egli aveva studiato. Era stato addestrato nelle vicinanze della capitale e per lui si prospettava un futuro nella guardia reale. Prospettive di gloria, rovinate dall’amore. Tra un colpo di spada e l’altro, tra una lunga notte a leccarsi le ferite del giorno e una notte in compagnia di qualche donna di facili costumi, Neil si avviava a ottenere un posto di alto rango nell’esercito. Si diceva che potesse diventare anche Primo Cavaliere grazie alla sua saggezza e alle sue indiscusse capacità, ma la fortuna non sempre assiste le vite degli uomini. In un pomeriggio tranquillo, con il sole tiepido a scaldare le membra e il profumo di fiori che saliva dolcemente dai campi vicini, o più semplicemente per la birra, che in quel periodo di feste autunnali scorreva a fiumi nel villaggio, incrociò lo sguardo di una donzella di nobili fattezze che, appoggiata con grazia alle mura di un palazzo, rideva allegramente con le sue amiche. Fu un lampo, un sorriso del cielo. Neil ed Elizabeth, era questo il nome della fanciulla, non intrecciarono più solo lo sguardo, ma anche i loro cuori. Dalle scintille nascono gli amori, ma anche gli incendi.
La passione li travolse come una tempesta e la voce si sparse. Elizabeth non era una ragazza libera, aveva un promesso sposo. Un uomo di quasi 20 anni più vecchio di lei, un alto generale. Quando il pettegolezzo giunse alle sue orecchie, corse in fretta dalla capitale per impedire che il suo onore potesse essere messo in dubbio dal tradimento: sfidò a duello Neil che, perdente, dovette abbandonare ogni speranza e velleità di ottenere ruoli di prestigio alle dipendenze del Re. Non fu sufficiente, però, per il suo rivale in amore, relegarlo al ruolo di semplice soldato per tutta la vita. Lo spedì in un villaggio sperduto tra le montagne e la foresta, Climbwood, a vegliare sulle opere di una comunità pacifica. Offesa più grande non poteva esserci per un cavaliere, lontano dalla battaglia e da qualsiasi tipo di azione. Da quel giorno erano passati 10 anni, ma il dolore per l’essere stato escluso ancora lo tormentava.

Era fermo, senza dire una parola, davanti al sangue sul terreno.
Le tracce erano ancora fresche, ma, con suo dispiacere, non proseguivano. Erano localizzate in un unico punto, senza andare da alcuna parte.
– Hai sentito anche delle urla? – Chiese al giovane compagno mentre si guardava intorno.
– No, ma ho avuto un brutto presentimento mentre risalivo e ho affrettato il passo.
– Un brutto presentimento?
– Si, come se qualcosa di maligno fosse nell’aria.
– Avevi mai sentito nulla del genere?
– No, ma non sono qui da molto, per cui non saprei dire altro.
– Conoscevi bene Evan?
– Ultimamente avevamo abbastanza legato, ma i nostri rapporti si limitavano a..
– A rubacchiare nella miniera.
Il giovane abbassò, colpevolmente, lo sguardo.
– Non ti preoccupare, in questo momento non è certamente una serie di piccoli furti il mio problema. Torniamo al villaggio.
Il ritorno fu strano. Neil, forse condizionato dalle sensazioni del giovane compagno di avventura, non riuscì a eliminare la sensazione che il male fosse arrivato a Climbwood.
Arrivati alla porta del dormitorio dei minatori, dove il ragazzo alloggiava, l’uomo lo congedò:
– Cerca di riposare, se avrò notizie del tuo amico verrò a cercarti per comunicartelo. Ah, non mi hai ancora detto il tuo nome!
– Io sono Jon Turner, ma gli amici mi chiamano solo Jon.

Gli incubi sconvolsero la notte dell’ex guardia reale. Sognava occhi rossi che lo fissavano, creature con ali enormi comparire fuori dalle tenebre e, nel silenzio della sua stanza, gli sembrava di vedere le ombre prendere vita, avvicinarsi a lui per ucciderlo.
Vedere il sole sorgere non era mai stato così piacevole.

Erano passati giorni dall’ultima sparizione, tutti gli abitanti non impegnati nelle miniere si dedicavano anima e corpo alla ricerca dei giovani scomparsi, senza ottenere i risultati sperati. Avevano perlustrato tutto, o quasi. La privatezza delle loro case non era stata ancora scandagliata. In nome della verità e della salvezza dei concittadini, aprirono le porte alle indagini. Case, locande, dormitori. Nessun indizio. Nessun sospetto.
Neil era frustrato.
Seduto da solo alla locanda, guardava i clienti con sospetto, cercando di cogliere ogni minimo movimento del viso, degli occhi, delle mani, come un segno di colpevolezza. Li aveva già interrogati tutti, più volte. Niente. Potevano essere tutti colpevoli o tutti innocenti. Non potendo stabilire l’ora precisa della scomparsa, non c’era modo di poter accusare nessuno. Eppure aveva un dubbio, che era anche una certezza. Era sicuro che fosse stato uno degli abitanti a rapire tutti. Nessuno poteva togliergli questa idea dalla testa.
Le sue riflessioni furono interrotte da qualcuno che si sedette al tavolo con lui. Era Jon Turner, gli ci era voluto un attimo a riconoscerlo, sporco com’era di terra. La sporcizia sembrava quasi ricoprire i suoi lineamenti, ma sotto si poteva ancora notare quanto il ragazzo fosse di bella presenza, come se avesse nobili natali.
– Avete trovato tracce di Evan?
Sembrava disperato.
– Nessuna notizia.
– Pensate sia morto?
Le lacrime colavano incontrollate.
– Non esiste una risposta sincera che non ti possa recare sofferenza.
Singhiozzando, Jon si allontanò dalla locanda.
Continuò a piangere anche fuori. Man mano che si allontanava dal locale il singhiozzo mutava, sembrava sempre meno disperato, sempre meno sofferente. Sempre più felice.
Ormai a distanza da orecchie e occhi indiscreti, il dolore divenne allegria e il pianto divenne riso. Un riso oscuro, sguaiato e malvagio.

CONTINUA A LEGGERE

The following two tabs change content below.

Francesco C. Inverso

Se fossi un libro sarei ‘Siddharta’ di Hermann Hesse, se fossi una canzone sarei ‘Something pretty’ di Patrick Park, se fossi un film sarei ‘La ricerca della felicità’ di Gabriele Muccino. Vita e morte, sole e luna, bene e male, Inter e Juventus, a caccia di una dicotomia ancora da scrivere, guardando il mondo con gli occhi di un sognatore che vorrebbe viaggiare nel tempo.

Lascia un commento

Privacy Policy