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Saffo e il torto d’amore

Quando si ama, inevitabilmente, si soffre. Come le due facce di una stessa medaglia, la natura paradossale dell’amore è ben riassumibile dall’immagine del fuoco, già ampiamente praticata nella lirica antica e medievale.

Secondo la cosmologia aristotelica il fuoco è l’elemento più leggero fra i quattro canonici (terra, acqua, aria e fuoco) che organizzano in quattro sfere il mondo “sublunare” (in poche parole, la Terra e l’atmosfera al di sotto del cielo della Luna): la sfera del fuoco, la più elevata e confinante con la Luna, separerebbe il nostro mondo da quello sovrasensibile o celeste. Proprio in virtù di tale tendenza all’elevazione, il fuoco è stato spesso associato alla rivelazione che deriva dall’oltre. Occorre tenere presente che tale elemento manifesta una fortissima natura ambivalente: se da un lato gli si associa l’ispirazione, dall’altro il fuoco è un elemento che consuma e porta alla distruzione.

A tal proposito la letteratura latina ci offre degli impareggiabili esempi: come dimenticare la Didone virgiliana che, ardente di passione, gioisce e si strugge per Enea, figlio di Venere? La passione di Didone è esaltante, induce alle carezze e alle lusinghe che l’amore offre, ma non tarderà a manifestare i suoi caratteri deleteri: a causa di questa violenta passione Didone, dimenticandosi dei voti pronunciati sulle ceneri del defunto marito, conoscerà una tragica fine. E allora l’amore si fa crudele (da cruor, ossia sangue versato da una ferita) e ingiusto, in quanto l’oggetto del desiderio si nega e rifiuta di ricambiare: agli occhi di Didone Enea, rifiutando il suo amore, è fatalmente colpevole.

L’amore non ricambiato diventa un torto e l’unica consolazione per un amante che soffre, in alcuni casi, è rappresentata dall’intervento di una divinità: spesso ci si rivolge al cielo per alleviare le angosce, e in particolare quelle amorose.

Nell’Inno ad Afrodite la celeberrima poetessa dell’isola di Mitilene, Saffo, chiama in causa niente di meno che la dea dell’amore.

La lirica si struttura in tre parti (invocazione della dea, parte narrativa e preghiera), e l’argomento principale è giocato sul rifiuto e sull’ansia causata da un amore che non viene corrisposto. L’abile poetessa, che nel Fedro platonico siede nel consesso delle Muse, mette in scena un dialogo con la dea Afrodite, la quale è invocata affinché collabori nella battaglia degli innamorati, a fianco della poetessa affranta. 

Se nella prima domanda che Saffo fa porre ad Afrodite, la dea chiede chi debba sedurre a favore della poetessa (Chi ora devo convincere in modo da condurre di nuovo al tuo amore?), nella seconda troviamo un verbo interessante: adikéo (ἀδικέω). Tale verbo indica una mancanza di giustizia, un torto subito:

(…) “Chi ora devo convincere
in modo da condurre di nuovo al tuo amore? Chi o
Saffo, ti fa torto”?

L’idea soggiacente è che un grande amore, una passione ardente e che fa soffrire, debba essere ricambiata. Si tratta a ben vedere di una logica amorosa in quanto sentimento: più si soffre, più l’amore è vero; più è vero, più colui o colei desiderati devono ricambiare: il rifiuto non è contemplato, e nel momento in cui esso si manifesta Saffo invoca l’aiuto della dea dell’amore, definita “tessitrice di inganni”. Saffo le si affida in modo che quella, che presiede alle schermaglie d’amore, le sia alleata, e la consolazione che la cipride riserva alla sua fedelissima farebbe gola a qualunque amante affranto: alfine di ricompensarla dal torto subito, Afrodite prevede un ribaltamento dei ruoli in virtù del quale, in sostanza, colui che è restio alle blandizie amorose ben presto dovrà cedere; colui che oggi soffre per amore, troverà soddisfazione:

“E certo, se fugge, presto inseguirà,
e se non accetta doni, invece ne darà,
e se non ama, presto amerà
anche non volendolo.”

Lo spirito nuovo che caratterizza la lirica risiede nell’intervento diretto della dea Afrodite e nel rapporto di complicità che si instaura con la poetessa.

La drammaticità del sentimento contrassegna tutta la lirica secondo un’intensità ascendente che giunge al proprio culmine proprio negli ultimi versi: se in un primo momento la dea si fa interprete dei desideri di Saffo attraverso una serie di domande, in quest’ultima parte la poetessa in persona si abbandona a un’ultima supplica carica di passione:

(…) e scioglimi dalle dolorose
angosce, e quante cose che per me si realizzino
l’animo desidera, realizzale (…)

Due sono infatti i desideri di un amante rifiutato: da un lato vedere il proprio amore soddisfatto; dall’altro essere libero dalle angosce causate da una passione troppo ardente. E le due cose vanno chiaramente insieme poiché il torto del rifiuto potrà essere solamente ripagato con l’estinzione di questa passione, la quale attende il suo soddisfacimento.

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Giuseppe Sorace

Se vivessi in epoca cortese sarei un cavaliere il cui midons sarebbe il dio/la dea Amore in persona. Le mie armi le rime che incantano, lesionano e sanano al contempo. Di gesti gentili decorerei la mia quotidianità, e se è vero che “Amor, ch’a nullo amato amar perdona”, mi sentirei già fortunato. Fresco di laurea, cerco una strada. Nel frattempo scrivo, imparo, viaggio.

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