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Silenzio

Bevvi due bicchieri di una bottiglia di vino rosso, sola con me stessa assaporai la solitudine di una giornata di sole, in una casa troppo grande. Guardai tutte le sedie vuote, il divano occupato solo da me, la poltrona solitaria accanto al camino spento. Fuori dalla finestra una Milano persa in un cielo azzurro, nello sguardo tetro di due passanti distanti, col viso coperto da una mascherina bianca. Temono di incontrarsi, neppure uno sguardo cede alla paura di non essere da soli, d’infettarsi come nel 1630, in una peste nera che non lasciava scampo.

Chiusi la tenda e mi allontanai da quell’atroce silenzio, come se un lutto avesse devastato un’intera metropoli, divenuta sterile, incapace di concepire rumori, risate e clacson in pieno giorno. Soltanto i parcheggi erano pieni di macchine lasciate al sole e al fresco preannuncio della primavera. Le luci accese delle case, mai così abitate di lunedì, con le chiavi appese al chiodo accanto alla porta d’ingresso, lasciate lì da settimane. Accanto a me solo quella bottiglia di vino, che mi fissava pregandomi di lasciarla stare, di non versare ancora il liquido rosso al suo interno.

«E se il mondo finisse, figlia mia, tu cosa faresti da sola?», mi disse mia mamma un giorno.
«Il mondo non finirà nei prossimi anni, mamma», le risposi sorridendo.
«Sei sempre sola in questa casa grande, quando ritorni la sera non c’è nessuno. Io non capisco, vuoi essere triste per tutta la vita?»
«Mamma, io non sono triste. Ho il mio lavoro, la mia macchina, i miei amici e questa casa. Non sono triste e non sono sola».
«I tuoi amici hanno la loro vita e il lavoro non è tutto. Ma nella tua vita chi c’è sempre?»
«Credevo ci fossi tu, mamma. Credevo di avere una famiglia. Se non ho un uomo accanto sono sola?», le dissi con gli occhi lucidi, ricacciando indietro le lacrime. Non volevo che pensasse di aver ragione.
«Tesoro…ma certo che ci siamo noi. Non volevo dire questo. Vorrei solo che tu fossi felice…che amassi qualcuno.»
«No. Tu vuoi dire alla gente che tua figlia ha trovato qualcuno, che finalmente si è sistemata. Ecco cosa vuoi. Comunque ora basta, non voglio sentire altro.»

Mi disse che non avevo capito niente e che con quel caratteraccio non sarei mai stata felice davvero. Andò via, e la sera stessa mi chiamò per chiedermi scusa. La perdonai, ma quelle parole riecheggiarono nella mia mente.

Se la mia città non si fosse fermata, se gli alberi di Viale Zara non avessero perso gli sguardi dei passanti e se non ci fosse stata la paura di uscire, non avrei mai capito davvero le parole di mia madre. Odiavo quelle parole colme di un sessismo velato, come se un uomo dovesse confermare chi sono. Le odiavo perché forse anch’io avevo bisogno di aspettare qualcuno a casa, di non temere la solitudine che porta con sé una pandemia. Riemerse, in quei giorni silenziosi e stanchi d’aspettare che finisse, il rimpianto di aver lasciato andare l’unica persona che avrei voluto avere a casa con me. Erano banali i miei pensieri, caduti nel tranello del desiderio di avere qualcuno dopo averlo perso, senza averne mai apprezzato realmente la presenza. Soltanto quando non potei ascoltare più altre voci, immersa nelle folle della metropolitana e indossando i pantaloni neri, la camicia e la giacca di un’avvocata in carriera; solo quando non potei ritornare a casa perché ero già lì da settimane, mi resi conto d’averlo perso e di essermi persa anch’io.

«Ma se andassimo in Scozia a Natale? Non ho voglia di fare sempre le solite cose anche quest’anno. Potremmo partire il 22 e ritornare il 3, che dici?», mi chiese Edoardo una sera di settembre, col sorriso stampato sulle labbra, che io prontamente cancellai. «Edo, ti prego eh».
«Ti prego cosa, Carla? Vuoi bocciarmi anche questa proposta, come tutte le altre?»
«Devo per forza essere d’accordo con te? Non mi va di andare in Scozia».
«Allora scegli tu un posto, purché non sia un posto caldo. Potremmo andare in Finlandia o in Danimarca, o magari in Svezia, che dici?», insistette.
«No. Ho già detto che non mi va di andare da nessuna parte con…»
«Con me. Ovvio, chiaro».
«No. Non volevo dire questo, dai».
«Sì, tu volevi dire esattamente questo, Carla. Ma non è colpa tua, sono io l’idiota. Io che ancora ti aspetto, che ancora ti chiedo di fare qualcosa insieme per aggiustare questa relazione di merda, ma niente può farlo. Spero che un giorno tu possa sentirti sola come mi sento solo io quando sono con te. Me ne vado».
Lo fece la sera stessa e non ricevette da me nessuna risposta. La mattina seguente venne a casa a riprendere le sue cose.

Immaginai i suoi occhi stanchi tra i letti della terapia intensiva, mentre cercava di salvare le vite di persone sconosciute. Cercai di visualizzare nella mia mente i suoi ritorni a casa dopo sedici ore di lavoro, senza poterci essere io ad aspettarlo. Se avesse potuto ascoltare ciò che pensavo mi avrebbe accusata di essere egoista, di non desiderare che lui ci fosse nella mia vita, ma di pretendere di esserci io nella sua, di avere un posto. «Ecco perché non potrai mai stare con qualcuno», mi diceva quando litigavamo, «Tu vuoi essere qualcuno nella vita delle persone, ma di loro non te ne frega niente. Vuoi essere importante anche se non ricambi. Ecco perché sei una brava avvocata, perché sei insensibile Carla, ecco come sei».

Forse ero così, forse aveva ragione, ma non durante quei giorni bui. Della mia solitudine mi importava poco. Della sua, però, non riuscivo a dimenticarmi. Gli lasciai un messaggio in segreteria, scolandomi un altro bicchiere di vino. Ero a digiuno e i rimorsi mi stavano lentamente divorando. «E se il mondo finisse, figlia mia…» Se il mondo finisse, pensai, vorrei che lui fosse accanto a me, mamma.

Il mio telefono squillò a mezzanotte. Ero ancora sdraiata sul divano, mi ero addormentata da pochi minuti, ma risposi subito.
«Edo».
«Ehi…», rispose con la voce stanca. Quanto mi era mancata quella voce.
«Come… come stai?»
«Non lo so…»
«Sei ritornato adesso a casa?»
«Sì, poco fa. Volevi dirmi qualcosa?»
«No, io volevo solo…»
«Carla, ti conosco. Dimmi», mi disse, sentii che stava sorridendo.
«Ti penso continuamente, ho paura che ti succeda qualcosa in ospedale, vorrei che la sera ritornassi qui a casa, vorrei farti stare bene e…»
«Ehi, ehi, calma. Non piangere. Sto bene, stai tranquilla», mi disse dolcemente.
«Non mentire, Edo. Ho visto un servizio all’interno della terapia intensiva. Dio, è terribile».
«Sì, lo è. Ieri un signore mi ha detto che gli mancavano i suoi nipotini. Mi ha detto che uno di loro era nato da pochi mesi e che prima di ammalarsi andava a trovarlo ogni giorno. Mi ha detto che sua moglie è morta due anni fa e che l’unica cosa bella della sua vita è vedere sua figlia e i suoi nipoti. Poi mi ha detto: “Dottore, quando andrò via dica a mia figlia che sono felice di essere suo padre.” Oggi è morto, Carla. Ecco come sto. L’ospedale in questi giorni è morte, solitudine». Piansi, inevitabilmente, senza aggiungere altro.
«Ah, Carla, grazie di avermi lasciato quel messaggio. Sono felice di averti sentito».
«Quando tutto questo finirà vieni qui, voglio abbracciarti».
«Non vedo l’ora. Buonanotte».

Quella notte non riuscii ad addormentarmi prima delle 4, e mi resi conto che tra il silenzio del mattino e il buio della notte non vi erano differenze. Mentre fuori gli anziani morivano nei letti degli ospedali, nella solitudine degli ultimi istanti privi d’affetto, io mi rintanavo in una casa vuota, col senso di colpa di annoiarmi. Non era la fine del mondo, un giorno quell’assenza sarebbe finita. Non era la peste, ma noi non eravamo immuni alle tragedie, alle centinaia di morti nello stesso giorno, alle epidemie che studiavamo soltanto sui libri, come se non ci appartenessero. Ripensai a Edoardo, al suo camice bianco indossato per ore, impregnato di sudore e compassione. Piansi.

Quella pandemia ci tolse i rumori del traffico, il lavoro tanto odiato, la fatica di svegliarci alle 7 del mattino, la spensieratezza della domenica. Ci tolse l’attesa del tempo libero, che divenne il nemico della nostra vita. Ci impedì di incontrare la gente per strada, di abbracciare i nostri cari. Ci fece star male, avere paura, ci fece morire da soli.

Quella pandemia mi diede la consapevolezza di amarlo e aspettai che finisse per poterglielo dire.

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Martina Macrì

Studentessa ventiduenne di Lettere moderne. Ho la passione per la letteratura, l'arte, i viaggi e le serie tv. Scrivo fin da bambina, amo ordinare il caos che abita nella mia testa attraverso la scrittura. Quando scrivo mi sento me stessa e qualcun altro allo stesso tempo. Sono me stessa perché non riesco a mentire nell'esatto momento in cui i miei pensieri si tramutano in parole; sono qualcun altro perché, spesso, quando rileggo i miei scritti non ricordo di averli creati.

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