Soul from the past

Divisorio-Lara-PiccoloRacconti

Soul from the past

Si erano spinti troppo oltre. Il sole era calato e aveva lasciato spazio a un cielo plumbeo, senza stelle e senza luna. I rami degli alberi disegnavano magri scheletri ai loro piedi ed ogni minimo rumore pareva rimbombare nelle loro teste come un eco spettrale.

Cecilia sapeva perfettamente che avrebbero ben presto preso l’ennesimo rimprovero: avrebbero dovuto dare retta ad Hermann, il loro supervisore, e ritornare al rifugio molto prima che calasse quel tiepido sole invernale. Ma né lei, né Morgan, né Lavinia avevano ubbidito al comando e ora si trovavano nel mezzo di uno sperduto sentiero di montagna, immersi nell’oscurità.

Conosceva bene Samuel Morgan, suo compagno di squadra di vecchia data e suo braccio destro. Un tipo alto, robusto e muscoloso, sempre con la battuta pronta, preferibilmente tagliente. Aveva splendidi occhi celesti e folti capelli neri. La pelle chiara, diafana. Sì, lo conosceva bene, tanto da sapere che non sarebbe tornato indietro finché non avesse avuto la completa certezza che quella pista stava diventando davvero troppo rischiosa.

Di Lavinia, invece, non sapeva nulla. Era appena entrata nella squadra in sostituzione di un collega caduto in servizio ed era la prima volta che lavoravano assieme in un caso. Di sicuro, non le ispirava alcun tipo di sicurezza e non le era parsa per nulla adatta a quel lavoro. O forse, era semplicemente contraria al fatto che qualcuno riempisse quella scrivania vuota. Avrebbe certamente preferito che restasse spoglia, almeno avrebbe potuto osservarla dalla sua postazione ancora per un po’ di tempo.

Lavorare nella squadra di Hermann Graham non era una passeggiata. Cecilia aveva imparato sulla sua carne che legarsi troppo ad un caso non era affatto un buon metodo di lavoro, oltre ad essere deleterio per il proprio cuore. E la propria anima. Aveva impiegato anni, dolorosi anni, ma alla fine ce l’aveva fatta ed era riuscita a costruire attorno a sé una spessa corazza trasparente, per tenere lontano i sentimenti: non per impedire che loro entrassero, ma per evitare che essi contaminassero tutto ciò che la circondava, nel bene o nel male. Perciò diffidava di quella esile donna di appena venticinque anni, da poco uscita da Quantico, dai lunghi capelli corvini e due grandi occhi verdi. Diffidava perché Lavinia non era abbastanza estranea alla vita di quella bambina che dovevano salvare, una bambina strappata via dalla sua casa e dalla sua vita. Cecilia sapeva di apparire quasi come una statua di ghiaccio, ma sapeva altrettanto bene che lasciarsi trasportare dai sentimenti o dalla rabbia non avrebbe aiutato la piccola Martha a riabbracciare la sua mamma.

Cecilia fece un passo avanti, continuando a stringere con forza la sua Firestar. – Credo sia il caso tornare indietro, adesso. – Mormorò con decisione al fianco del compagno di squadra.

Il moro le lanciò un veloce sguardo con la coda dell’occhio. Annuì impercettibilmente, ma il rumore che fece nel schiarirsi la voce comunicò a Cecilia che anche lui era perfettamente d’accordo con quella decisione: il buio iniziava a essere troppo fitto e il percorso troppo tortuoso e sconosciuto per poter avanzare e proseguire le ricerche. Samuel abbassò leggermente la guardia – La soffiata era una bufala. Torniamo alla base, abbiamo bisogno di un debriefing. Poi rinterrogheremo quel bastardo.

Cecilia si passò una mano fra le ciocche di capelli che le cadevano sulle spalle: erano umidi, gelati, malconci. Iniziava ad avere freddo, nonostante il cappello di lana e la giacca imbottita della polizia. – Forse sarebbe il caso di usare le maniere forti, questa volta. – Esclamò con rabbia, ricordando quante inutili ore avevano impiegato per far parlare il complice del rapitore di Martha, che non faceva altro che prenderli in giro. Poi aggiunse – Se Hermann acconsente consiglierei te come sbirro cattivo.

Sentì Morgan ridacchiare alle sue spalle: lui era sempre d’accordo quando si trattava di usare le maniere forti. Nel contempo, non riusciva a capire cosa stesse facendo la nuova ragazza che, immobile davanti a lei, non pareva aver alcuna intenzione di ubbidire al suo ordine. – Lavinia, torniamo indietro.

Ella non si mosse alla voce di Cecilia, continuava a dare la schiena ad entrambi, ferma ed immobile. Come se stesse scrutando l’oscurità nel tentativo di vedervi attraverso. – Io proseguo.

Cecilia corrugò la fronte – Tu che cosa?! – Esclamò senza riuscire a trattenere una smorfia di rabbia.

– Proseguo! Se non la troviamo questa notte, quella bambina potrebbe morire! – Urlò Lavinia voltandosi di scatto.

– Ti è dato di volta al cervello? Fare gli eroi in un bosco di montagna che nessuno di noi conosce, in inverno, in piena notte e con sole tre torce non è per nulla furbo e non salverà di certo quella bambina, dannazione!

– Ma se non li troviamo questa notte, avranno più tempo per far perdere le loro tracce. – Ribatté il nuovo membro del team, non rendendosi forse conto con chi si stava inalberando. – E non avremmo più possibilità di ritrovare la bambina!

– Potrebbe anche non essere la pista giusta, te ne rendi conto? E se proseguissimo sulla strada sbagliata? Martha morirebbe ugualmente. Per quanto possiamo saperne, potrebbe già essere morta. Non abbiamo alcuna certezza. – Esclamò Cecilia in un sibilo, cercando di non urlare. Poi, tentò di prendere un bel respiro e provare a calmarsi – Rientriamo prima che Hermann mandi qualcuno a cercarci. Facciamo parlare quel bastardo, così riprenderemo le ricerche domani, alla luce del sole, con adeguati rinforzi e unità cinofile. – Si voltò di scatto senza lasciar spazio ad alcuna replica da parte della ragazza e, con passo deciso, iniziò a ripercorrere la strada a ritroso per rientrare alla base.

Fra i presenti in quel luogo, Cecilia era la più alta in grado. Persino Samuel rispettava i suoi ordini, quindi non riusciva a capire il motivo per cui quella ragazzina non dovesse farlo. Cecilia non voleva fare da balia a una novellina di vent’anni, era stanca e l’unica cosa che desiderava ardentemente era mettere qualcosa sotto ai denti e ficcarsi sotto le coperte calde. Si sentiva arrabbiata, nervosa, si sentiva in collera con quella ragazzina incapace di capire quando arrivava il momento di fermarsi, incapace di ubbidire agli ordini che le venivano impartiti.

Le ricordava un animale fuori controllo.

Le ricordava dannatamente se stessa.

Le ricordava Ian.

Si bloccò di scatto, come se una scarica elettrica le avesse trafitto il cranio e bruciato tutte le viscere. La cicatrice che le sfigurava il fianco destro iniziò a bruciarle e pizzicare tremendamente: le succedeva ogni volta che sentiva la tensione arrivare fino al midollo. Sentì un dolore acuto ai timpani, a ritmo di quel maledetto organo che aveva nel petto. Trattenne per un istante il respiro. Chiuse gli occhi abbassando la pistola, ma stringendola con tutta la forza che aveva in corpo.

Davanti al buio che si era creata attorno, rivide le ombre di quella notte. Rivide i muri di quel magazzino. E si sentì ripiombare in quella notte di gelido inverno.

Ricordò la determinazione di Ian, ma anche la sua apprensione. Lei era così giovane, così sciocca, così imprudente e testarda. Così come Lavinia. Si era messa in testa che avrebbe scovato da sola il capo di quell’organizzazione criminale e si era immersa in quell’edificio abbandonato senza ascoltare i comandi dei suoi superiori. Senza ascoltare gli ordini di Ian che le imponevano di tornare indietro.

Ricordò la puzza di marcio, il tanfo di urina e il sudiciume di quel luogo in rovina. Aveva disgusto a toccare qualsiasi cosa eppure non voleva fermarsi, ma proseguire verso il suo obiettivo: il nascondiglio di quell’uomo.

Senza indugio, salì le scale verso l’ultimo piano. Le percorse velocemente, come se non le vedesse nemmeno. Sapeva che Ian le era alle spalle, lo faceva sempre, ma aveva la stupida convinzione che né a lei, né tanto meno a lui potesse accadere qualcosa.

Loro erano l’FBI.

Loro erano la squadra di Hermann Graham.

Loro erano immortali.

Ma invece, quella volta, aveva sbagliato.

 

Cecilia riaprì gli occhi. Un flebile bisbiglio alle sue spalle la fece voltare. La cicatrice le bruciava più di prima ed il respiro si era fatto più pesante.

Grazie alla sottile e soffusa luce che la luna appena comparsa riusciva a gettare sul suo mondo, poté intravvedere la sagoma di Samuel Morgan accanto a quella di Lavinia. Lui le stava parlando, ma Cecilia era troppo distante per capire che cosa le stesse dicendo.

Fu in quell’istante che percepì, ancora una volta, qualcosa di delicato sfiorarle la spalla. Si voltò di scatto, talmente veloce che il cuore le schizzò in gola. La speranza che Ian fosse ancora alle sue spalle per proteggerla, la speranza di poter rivedere ancora una volta il suo viso era talmente forte da creare distruttive illusioni. Illusioni che venivano subito spezzate nel momento stesso in cui, voltandosi, incontrava solamente il buio.

Ancora una volta quel dannato miraggio, quell’oasi nel deserto, era ripiombato nella sua vita.

– Andiamo via, Cecilia! Muoviti! – Ricordò le grida di Ian mentre le poggiava una mano sulla spalla per incitarla ad uscire da quell’edificio. – Dobbiamo cercare rinforzi!

– Ma lui è laggiù, Ian!

– Non sappiamo quanti uomini ci sono con lui! Ritiriamoci!

Ma lei non aveva ascoltato nemmeno quella supplica. Non aveva voluto ascoltarlo perché troppo orgogliosa, troppo giovane e sciocca per farlo. – Smettila! Siamo armati, Ian! Abbiamo due pistole cariche, un caricatore di riserva e non… – poi quella detonazione che le colpì la schiena. In una frazione di secondo si ritrovò catapultata giù per le scale, finendo rovinosamente con il viso premuto a terra. Qualcosa di bagnato si stava stendendo sulla sua schiena e sul suo ventre schiacciato sull’asfalto, ma non provava dolore, non faceva male. Sentiva solo la voce di Ian, un eco soffuso, un miraggio lontano. Cercò di alzarsi e mettersi seduta, ma non ce la fece. Alzò la testa, soffocando un gemito e sforzando lo sguardo per cercare di capire che cosa stesse succedendo attorno a loro. Tutto era annebbiato, sdoppiato: Ian, le scale. Ian. Un altro uomo. Un altro ancora. Ancora scale. Tante scale.

E l’odore di sangue.

Sentì il cuore scoppiarle nel petto. Cercò di tirare il braccio verso di sé, ma quell’arto schiacciato al suolo pareva non voler collaborare. Si sentiva un groviglio di arti sciolti, deboli… e le forze che lentamente l’abbandonavano per rilasciarsi in una pozza di sangue sotto il suo corpo.

Ian era chino al suo fianco, ma le dava la schiena. – Stai giù. Sta ferma. – Le disse in un sussurro toccandole il polso.

Cecilia sentiva il respiro sempre più corto, più lento, iniziava a fare freddo, iniziava a vedere tutto nero e sentire voci lontane, ovattate, mentre una forte nausea le prendeva lo stomaco. Poi, mentre il boato di un’altra detonazione le spaccava i timpani, chiuse gli occhi e non vide più niente.

 

Quando Cecilia spalancò nuovamente gli occhi, Lavinia era accanto a lei: la pistola bassa, probabilmente con la sicura inserita. – Credo tu abbia ragione. Torniamo alla base. – Annuì.

Ma lei stava ancora tremando, immersa in quel ricordo di solo un anno prima. Non ce la fece a sorridere, così le lanciò solo uno sguardo e un cenno di approvazione.

A testa alta ed immersa in un silenzio che solamente Samuel Morgan poteva comprendere, continuò a camminare sulla strada del ritorno, finché alcune luci fecero capolino fra gli alberi.

– Ecco. Lavata di capo in arrivo… – esclamò Morgan sbuffando, dopo esserle andato accanto. – Ho bisogno di prendere a pugni qualcuno, porca puttana. – Continuò lanciando un mezzo sorriso a Cecilia, nel tentativo di riportarla alla realtà.

Di norma, Cecilia avrebbe riso a quell’affermazione… ma, in quel momento, non lo fece.

Si rese conto di aver sbagliato e di non aver avuto un atteggiamento amichevole nei confronti del nuovo membro del team. Avrebbero dovuto lavorare assieme per tanto tempo e partire col piede sbagliato non si poteva certo considerare un grande benvenuto. Ian era morto a causa sua; non avrebbe mai potuto dimenticarlo, qualsiasi cosa avesse fatto e in qualsiasi luogo si sarebbe rifugiata, il suo ricordo l’avrebbe accompagna per sempre.

Ma pensava di avercela fatta, di esserci riuscita. Era certa di aver chiuso quell’uomo dentro una piccola scatola nel suo cuore, in un posticino silenzioso, dove nessuno avrebbe mai potuto entrare. Aveva nascosto la chiave e aveva deciso di proseguire il suo viaggio, senza il fardello costante di quella perdita. Ma ogni tanto, quel ricordo riaffiorava e colpiva i bordi della scatola per cercare di uscire e, quella notte, ci era riuscito. Il vedere la scrivania di Ian non più vuota, ma occupata da un nuovo agente, aveva rotto la corazza di Cecilia e i bordi di quella scatola, riversando tutta la rabbia che sentiva nei confronti di se stessa. Forse doveva solamente prendere un respiro, accettare quella situazione e, soprattutto, la perdita di Ian.

Ian le aveva insegnato qualcosa di importante quanto la vita, qualcosa che, se messa in pratica, l’avrebbe sempre protetta, come aveva cercato di fare quando era in vita. Era questo il suo regalo, un regalo speciale perché la cosa più importante è sapere quando fermarsi.

 

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Adoro leggere, collezionare libri e ordinarli per genere nella mia libreria stracolma di intrighi e storia. Ho una relazione complicata con le serie tv e con i finali di stagione, soprattutto se finiscono con uno dei miei personaggi preferiti morti o, peggio, fra la vita e la morte. Cosa che mi rende particolarmente nervosa per i giorni successivi. Ma l'amore della mia vita, il mio vero amore, è la scrittura, la carta e la penna che assieme alla fantasia creano infinite avventure e miriadi di mondi affascinanti.

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