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Una bottiglia di vino rosso

Bologna quella mattina pareva un dipinto, come se qualcuno ne avesse cancellato le imperfezioni e assegnato un cielo azzurro a colpi di pennello. Era sempre lei, ma più timida e meno cupa, priva di nuvole.
Vittoria uscì dopo aver fatto colazione e prese il 13, si fermò in Via Lame e proseguì a piedi fino alle due torri. Avrebbe suonato lì, come ogni fine settimana. Le piaceva passare la maggior parte del suo tempo libero nello stesso posto, ma incontrando persone diverse.
Scelse la chitarra acustica, lasciando a casa il basso, il violino e l’ukulele.
Si sedette sul piccolo cuscino che portava sempre con sé e iniziò a cantare “Wish you were here” dei Pink Floyd, a modo suo, come al solito. Quel venerdì di febbraio si presentò frettoloso e incapace di ascoltare. Solo tre persone si fermarono davanti a Vittoria, mettendo un paio di monete nella custodia della chitarra. Si complimentarono con lei e andarono via. Nessuno aveva tempo per la sua musica e decise di ritornare a casa prima quel giorno, senza aspettare l’ora di pranzo.
Si alzò, sgranchì un po’ le gambe e raccolse il cuscino. Ripose la chitarra nella custodia, ma non fece in tempo a chiuderla. Un uomo alto e brizzolato le si avvicinò. Era di bell’aspetto, ma aveva una bottiglia di vino rosso nella mano destra. Era aperta, ma quasi completamente piena e Vittoria si chiese perché si stesse avvicinando proprio a lei. Chiuse velocemente la custodia della chitarra e mise il cuscino nello zaino. Lo sconosciuto si sedette a terra e la osservò senza dirle niente, poi raccolse dei soldi spicci e glieli porse: “Presumo che questi siano suoi, signorina”, disse con un accento marchigiano non troppo marcato.
“Oh sì, beh, grazie”, rispose Vittoria quasi balbettando.
“E’ molto brava, sa…”
“Cosa?”
“L’ho ascoltata per tutto il tempo, ha un bel timbro.”
“Lei era qui? Non l’ho vista… grazie, comunque.” Vittoria si fermò ad osservare la bottiglia di vino senza rendersene conto. Pensò che fosse in netta contraddizione con tutto il resto e non riuscì a capire perché se la portasse dietro, indossando al contempo un bel cappotto e delle scarpe di marca.
L’uomo di fronte a lei seguì il suo sguardo, poi alzò la testa fingendo che quella bottiglia di vino rosso non esistesse.
“Ero lì dietro”, disse, indicando un punto molto vicino a quello in cui stavano parlando.
“Ah, capisco.” Il suo tono di voce celava diffidenza e stupore, ma lui parve non farci troppo caso.
“Dei pezzi che ha cantato non ne conosco neanche uno, ma penso di sapere quali siano quelli scritti da lei”, le disse sorridendo.
“E da cosa?”
“Li cantava quasi a bassa voce, come se si vergognasse e fosse indecisa se cantarli o meno. Comunque io dico un sacco di stronzate, quindi questa potrebbe essere una di quelle.”
Vittoria abbassò la testa e si chiese da dove spuntasse fuori quell’uomo e se davvero le stesse dicendo quelle cose. La situazione le parve assurda e non riusciva a capire se fosse il caso di andare via ed evitare quello sconosciuto sospetto e interessante insieme, o restare lì e parlare con lui.
“Scusi, forse ho esagerato…”, aggiunse.
“No, non si preoccupi. Può essere, non so mai se cantare le mie canzoni dappertutto o riservarle per i momenti migliori.”
“Io sono sempre per il “Cogli l’attimo”. Non aspetto mai, mi sveglio la mattina e faccio quello che mi pare, anche perché quei momenti migliori potrebbero non arrivare. Così suona davvero male, ma in realtà non è pessimismo, è più un’esigenza di dare un valore ai momenti che vivo, piuttosto che aspettare quelli che potrebbero non arrivare mai. È un po’ contorto, lo so”, disse sorridendo, mostrando un leggero imbarazzo.
Vittoria lo guardò per tutto il tempo, senza riuscire a porgli nessuna domanda. L’uomo brizzolato accanto a lei bevve un sorso dalla bottiglia che non aveva mai abbandonato, trasformandolo in un gesto quasi normali agli occhi della ragazza che aveva sentito suonare pochi minuti prima.
“Gliene offrirei un po’, ma non ho un bicchiere,” le disse, e sembrava realmente dispiaciuto.
“Oh no, non bevo molto, non si preoccupi,” rispose Vittoria rivelando un imbarazzo che non riusciva a mascherare. Chiunque, guardandoli, avrebbe pensato che quella situazione fosse quasi surreale. Un uomo sulla cinquantina seduto su un marciapiedi in pieno centro a Bologna, con una bottiglia di vino in mano, che di tanto in tanto sorseggiava distrattamente, e una ragazza ancora in piedi accanto a lui, sostenendo il peso di una chitarra. Erano lì entrambi e nessuno dei due accennava un saluto, come se si aspettassero di ricevere una parola in più o una spiegazione che forse non sarebbe mai arrivata.
Ancora una volta, fu lui a prendere la parola, avendo compreso che lei non lo avrebbe fatto al posto suo. Le chiese il suo nome e si complimentò con lei quando glielo rivelò. Lei scoppiò a ridere, pensando quanto fosse strano ricevere un apprezzamento per un nome che non aveva scelto, ma che le era stato assegnato da qualcun altro, di cui peraltro non andava per niente fiera.
“Non è merito mio”, si limitò a dire. Poi gli domandò a sua volta come si chiamasse.
“Umberto”, rispose. Vittoria smise di ascoltarlo, distratta dagli sguardi della gente. Iniziò a passarsi le dita tra i capelli e sentiva il cuore battere più forte. Si chiese perché fosse ancora lì con uno sconosciuto che parlava in continuazione tra un sorso di vino e l’altro. Lo salutò velocemente, ma dopo un paio di passi Umberto riuscì a fermarla.
“Non potrà mai fare questo mestiere se la gente le fa così tanta paura”, le disse tutto d’un fiato. Vittoria smise di camminare e aspettò qualche secondo prima di voltarsi.
“Ma si può sapere chi è lei? Un maniaco? Un alcolizzato, che va in giro con una bottiglia di vino e parla con la prima persona che incontra? O forse è solo pazzo e neanche se ne rende conto”, disse col cuore in gola e gli occhi lucidi. Non era abituata a farlo, nel suo mondo fatto di musica e timidezza, non si incontravano dei personaggi strambi per strada, non si rispondeva loro in malo modo. Chi aveva messo in piedi quel mondo ideale, fatto di false apparenze e inutili convenevoli, era andato via da molto tempo, ma quel mondo era rimasto uguale. Vittoria lo proteggeva, nonostante lo odiasse ogni singolo giorno, maledicendo l’istante in cui sua madre l’aveva abbandonata, chiudendosi la porta alle spalle.
Umberto si alzò in piedi silenziosamente e gettò quella bottiglia nel cestino più vicino. Quando ritornò indietro, Vittoria era ancora lì.
“Ecco, così adesso la smetteranno di fissarci e lei potrà stare tranquilla. Era quello l’unico problema, giusto?” Vittoria deglutì e distolse lo sguardo.
“Ho smesso di bere dieci anni fa e quella bottiglia è solo l’unico modo che avevo per ritornare indietro nel tempo.”
“Cosa significa?”, chiese Vittoria quasi sussurrando.
“Prima ero molto eccentrico, bevevo spesso e fumavo di tanto in tanto. La gente mi fissava, come se fossi uno squilibrato. In realtà avevo un lavoro, una vita normale, però ogni tanto sentivo il bisogno di uscire da quella normalità ed essere più…”
“Folle?”
“Sì, folle, strano”, disse sorridendo.
“E cosa faceva?”
“Quello che ho fatto oggi. Uscivo e passeggiavo con della birra o del vino in mano, anche in pieno giorno. A volte in compagnia, a volte da solo. Sembravo pazzo, instabile e mi piaceva. Sa perché?” Vittoria scosse la testa.
“Mi sentivo vivo, libero, completamente libero.”
“E perché smise di farlo?”
“Cambiai lavoro, non andavo più in giro per il mondo per dei convegni o dei corsi di specializzazione. Iniziai a restare sempre nella stessa città con mia moglie, e quando le confessai quello che facevo si arrabbiò molto e mi disse che se lo avessi fatto ancora mi avrebbe lasciato. Così scelsi la stabilità, la normalità, una persona, e lasciai la follia che mi rendeva vivo. L’amore ti calma, ti fa crescere e ti fa capire che dopo un po’ hai bisogno di smettere.”
“Allora perché lo ha rifatto?”, gli domandò Vittoria.
“Perché mia moglie non c’è più e io sono rimasto solo. Oggi volevo scoprire se ne fosse valsa la pena, di rinunciare a questo intendo.”
“E cos’ha capito?”
“Che era lei la mia vera follia.” Lo disse trattenendo le lacrime che bramavano di uscire fuori.
Vittoria lo guardò negli occhi e percepì la fragilità che aveva tentato di nascondere fino a quel momento, intuendo il suo dolore, dopo aver perso l’amore che lo aveva reso felice.
“La giudicheranno sempre perché canta per strada e non su un palcoscenico, ma se è questo il suo modo di sentirsi viva, allora lo faccia e lasci che guardino.”
Umberto andò via. C’era soltanto lui, senza la bottiglia piena che aveva buttato pochi minuti prima, e la gente non lo guardava più. Vittoria si sentì piccola come mai prima d’allora, non avvertì più il peso di quella grande chitarra colma di sogni, come se entrambe fossero sospese in quell’istante.
Capì quanto fosse irrazionale rendere invisibile un uomo, osservando solo l’oggetto che possiede.

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Martina Macrì

Studentessa ventiduenne di Lettere moderne. Ho la passione per la letteratura, l'arte, i viaggi e le serie tv. Scrivo fin da bambina, amo ordinare il caos che abita nella mia testa attraverso la scrittura. Quando scrivo mi sento me stessa e qualcun altro allo stesso tempo. Sono me stessa perché non riesco a mentire nell'esatto momento in cui i miei pensieri si tramutano in parole; sono qualcun altro perché, spesso, quando rileggo i miei scritti non ricordo di averli creati.

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