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Vaccini: che prezzo diamo alla cultura?

Perché nonostante il numero di vaccini già distribuiti il virus continua a circolare così rapidamente? Semplice, perché abbiamo vaccinato chi sta a casa.

Siamo partiti vaccinando il personale sanitario – e su questo niente da dire – poi siamo passati agli ultraottantenti. Solo ora, a quattro mesi dall’avvio della campagna vaccinale, siamo arrivati a vaccinare gli insegnanti e il personale scolastico. Non è questo un rallentamento del sistema? Andiamo per gradi.

Era inevitabile iniziare dai medici, dagli OSS, dai tirocinanti, dagli infermieri. Sono loro che entrano negli ospedali, sono loro a contatto con il virus in prima persona. Non avremmo potuto fare altrimenti. Sono gli scalini seguenti a far sembrare questa gradinata fallace e male organizzata.
Non è nel nostro interesse polemizzare contro le dosi mancanti, contro le dosi sprecate, contro i giorni persi a causa della sospensione del vaccino Astrazeneca. Quello che interessa a noi, in quanto rivista culturale, è ancora una volta analizzare il peso dato alla cultura, all’istruzione, allo studio.

Ci siamo lamentati per mesi delle scuole chiuse in quanto genitori alle prese con una quarantena forzata, con il divieto di far entrare babysitter in casa e di portare i figli al parco, ma anche in quanto adolescenti relegati a una vita sociale attraverso lo schermo. La prima cosa bella in questo senso è arrivata a settembre con la riapertura delle scuole, poi richiuse pochi mesi dopo nelle regioni in zona rossa. Anche qui, però, nella fase della “prima cosa bella” le scuole non sono state esenti da polemiche: prima contro i banchi a rotelle, poi contro i mezzi pubblici, infine contro gli orari di ingresso e di entrata negli edifici scolastici.

Non si tratta solo degli asili nido e delle scuole materne ed elementari di quartiere, il vero problema sono gli adolescenti e i “quasi-adulti”. Quelli che ogni giorno davvero prendono i mezzi e davvero si muovono di città in città perché la loro scuola è sempre più lontana da casa. Quelli che vorrebbero solo vedere i loro amici (e tanto lo fanno lo stesso, siamo stati tutti adolescenti, ce ne siamo fregati tutti delle regole e abbiamo trovato un modo per eluderle) e uscire di casa, persino andare alla tanto agognata e odiata scuola. Fare qualcosa in queste giornate senza fine né tregua.

Ma no, noi vogliamo precludere questa possibilità agli studenti ancora per un po’. Tanto, non sono loro che rischiano le conseguenze più gravi del virus, loro al massimo un paio di starnuti e qualche linea di febbre. Noi vacciniamo gli ottantenni, quelli che già non uscivano di casa, quelli non autosufficienti che però vivono in case con figli e badanti che invece sono costretti a uscire per portare il pane a casa, ma non ancora protetti da una dose. Forse una cosa ci è sfuggita: per trasmettere il virus bisogna averlo contratto, quindi vaccinare chi effettivamente il virus può trasmetterlo non può che essere un vantaggio. Ma no, noi vacciniamo gli allettati. Non i cari che vanno a fare loro visita.

Cari ragazzi, arriverà il vostro turno prima o poi. Vi chiediamo solo un ultimo, temporalmente lungo sacrificio. Non siamo in grado di promettervi un futuro, figuriamoci una speranza. Per ora continuate a frequentare le vostre lezioni online, ad avere una vita sociale che di sociale ha solo la denominazione, a sospendere le vostre relazioni. Il prezzo più alto lo state pagando voi, ma arriverà il vostro turno prima o poi.

di Gaia Rossetti

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