A lezione da Luigi Malerba: l'(in)utilità come cura per l’anima

A lezione da Luigi Malerba: l'(in)utilità come cura per l’anima

A lezione da Luigi Malerba: l'(in)utilità come cura per l’anima

Malerba ci insegna a seguire l’ “ideologia del superfluo” per guardare la realtà dalla sua prospettiva (in)utile e rivalutare la scala delle nostre priorità.

“Servire a”, “fare per”, “ricavare da” sono i phrasal verbs imperanti di questo tempo. Ogni giorno veniamo sommersi da una valanga irrefrenabile di pareri non richiesti, dalla smania di rendere qualsiasi cosa efficace, proficua, funzionante. Da qui, allora, come un gesto sovversivo, parte la riscoperta dell’inutilità, di ciò che – stando a quanto dice il dizionario – non dà vantaggio, ma resta inconcludente, infruttuoso. Da qui, ancora, quel libriccino postumo che supera di poco le centoquaranta pagine e che, con acuta lungimiranza, già nell’aprile 2008, Luigi Malerba sistemava e riordinava prima di darlo in pasto alle stampe: Consigli Inutili.

A quattordici anni dalla sua scomparsa (8 maggio 2008), lo scrittore emiliano continua a stupire e a dimostrarsi più attuale che mai.

Luigi Malerba, all’anagrafe Luigi Bonardi, nasce nel 1927 a Pietramogolana, in provincia di Parma, ma, alla giovane età di ventitré anni, si trasferisce a Roma per seguire la naturale passione per la cinematografia. È proprio la Capitale, ricca di stimoli e ribollente di opportunità, a ispirargli l’esordio letterario, La scoperta dell’alfabeto, inevitabilmente “contaminato” dalla costituzione del Gruppo ’63. Dai principi propugnati dal movimento letterario neoavanguardistico, Malerba recupera il culto per i testi anarchici, “senza capo né coda”, che non trovano posto in nessuna categorizzazione o standardizzazione.

All’impresa pretenziosa del romanzo realistico che obbliga alla verosimiglianza, M. risponde con la decostruzione del canone attraverso forme di scrittura marginali, “inutili”, come i racconti brevi, gli pseudo-trattati, le biografie immaginarie.
Come si lascia la giacca all’ingresso, così è opportuno far sostare in limine libris trame complicate e storie ingarbugliate perché fin da subito emerge a chiare lettere la voglia di sfuggire ai condizionamenti inquinanti della logica.

Pare che sia venuta l’ora di rinunciare alle cause efficienti e agli effetti coerenti […]. Si tratta della utilizzazione del superfluo, programmata allo scopo di dare un significato diverso alle cose e di goderne le qualità finora trascurate e in qualche caso segrete”. (L. Malerba, Prefazione a Consigli Inutili)

Le “storielle” divertenti scorrono piacevolmente e non seguono uno schema fisso, piuttosto restano sospese tra la leggerezza dei contenuti e la giocosità del tono impiegato. Realtà e finzione si mescolano fino a diventare inscindibili; il lettore viene preso per mano e accompagnato, durante l’intera lettura, a guardare con occhi curiosi, ascoltare con orecchie tese e a liberare una fantasia ormai assopita.

Lunatici, matti, ‘animi sensibili’ sono allo stesso tempo gli ispiratori e i destinatari di questo tipo di letteratura, adatta a chi pensa che forse, davvero, ‘non ci sono regole, c’è solo l’intuito, la sensibilità dell’homo faber’. Se il lettore è ‘dotato di pazienza’ come il ‘coltivatore di querce’, può dedicarsi alla lettura, altrimenti ‘se ha fretta che coltivi i carciofi’. Perché ‘anche al buio chi ha sensibilità e sentimento si accorge’ della presenza dell’Amica ombra e potrà evitare ‘lo sgomento della solitudine’, senza dimenticare che ‘al tramonto anche gli uomini piccoli e depressi fanno le ombre lunghe’”. (V. Cuccaroni su ARGO)

Probabilmente, concederne appena un assaggio è il modo migliore per presentare un libro tutto da gustare e per nulla da spiegare. Consigli Inutili è, forse, un biglietto da visita azzardato e bizzarro per far conoscere un grande sperimentatore del linguaggio come Malerba, ma il richiamo dell’“ideologia del superfluo” e del “culto dell’inutilità” insegnano più di quanto si possa pensare, avvertendosi come una profonda urgenza in un mondo in cui tutto non smette mai di essere capitalizzato.

 

Di Ilaria Zammarrelli

 

Photo credit:

Giorgio Manganelli: quando la parola diventa feticcio

Giorgio Manganelli: quando la parola diventa feticcio

Giorgio Manganelli: quando la parola diventa feticcio

In Manganelli la parola diventa lo strumento attraverso cui la letteratura si esprime, emblema del suo carattere marcatamente menzognero.

Giorgio Manganelli, autore funambolico, caleidoscopico e dalla penna inconfondibile, si staglia sulla scena letteraria con una certa autonomia nella seconda metà del ‘900, esordendo alla tardiva età di quarantadue anni con il volumetto oscuro Hilarotragoedia. Inevitabilmente assorbe, quindi, le idee avanguardistiche e rivoluzionarie propugnate dal Gruppo ‘63, attorno al quale però – va detto – si limita unicamente a orbitare.

Uno dei topoi letterari della sua produzione è senza dubbio la centralità della parola. L’arte è dialettica, è la forma della contraddizione, della coesistenza di valori inconciliabili. L’arte è linguaggio e con il linguaggio si può creare qualsiasi realtà. Gli infiniti mondi danno vita a infiniti libri. La feroce immaginazione di Manganelli si rivela il motore per impressionanti acrobazie intellettuali, che conducono la narrazione a farsi opulenta, trimalcionica, delirante. Di conseguenza, la lingua si fa incalzante, provocatoria e la prosa si caratterizza per un’instancabile e puntigliosa ironia.

A tal proposito, nonostante sia un termine rischioso da maneggiare, “feticcio”, accostato a “parola”, risulta particolarmente calzante per la doppia accezione che abbraccia nell’universo manganelliano. Il “Manga” – così amava essere soprannominato dai più – considera il processo scrittorio come una sorta di rituale, un cerimoniale vero e proprio, durante il quale lo scrittore deve necessariamente eclissarsi, sparire, per lasciare il posto al fool, al saltimbanco, colui che parla e straparla, fabula e affabula fino a esaurire l’intensa attività creativa in fatuo esibizionismo, ampolloso vaniloquio, illogica pantomima.

La parola rètore […] era sacra a Manganelli. E poi, ‘il rètore è un fantasma’, assimilabile al mago e all’alchimista, al negromante e al giocoliere, e soprattutto al fool, al buffone, e ‘si consuma tutto nelle sue frasi’”. (E. Sanguineti, Il linguaggio di Manganelli)

Se da una parte la parola rappresenta un vero e proprio oggetto di culto da venerare durante la cerimonia della scrittura, dall’altra è dalla parola che il fool trae piacere; un piacere esclusivo, da cui dipende, intende dipendere e che insegue attraverso un ossessivo accumulo di termini, parole, lessemi, tanto da metamorfizzarsi in un “dizionario impazzito” che non ha la pretesa o l’intenzione di comunicare un messaggio preciso.

Una parola può parlare soltanto di sé. Semplicemente, non c’è nient’altro di cui potrebbe parlare. E poiché parlare significa usare parole, significa anche muoversi nella realtà, l’unica realtà possibile, ossia il linguaggio. […] L’idea che un’opera letteraria comunichi, per me, è pura follia. Che cosa mai dovrebbe comunicare? Semmai crea uno spazio linguistico, nasce un conglomerato, una sorta di proliferazione verbale”. (G. Manganelli, La ditta Manganelli)

La scrivania si trasforma nello spazio in cui si condensano le idee più assurde e geniali, il luogo in cui il “Manga”, nella sua “tenuta da lavoro” di fool non descrive, ma inventa, non conosce il vero, anzi lo disprezza. Pertanto, le pagine che verranno consegnate al lettore saranno totalmente disancorate dalla necessità di una narrazione coerente, lineare, realistica.

La parola diventa lo strumento attraverso cui la letteratura si esprime, emblema del suo carattere marcatamente menzognero. La letteratura è menzogna non esattamente perché inganna il lettore, piuttosto perché è altro da ciò che socialmente si è persuasi a vivere come reale.

La parola menzogna fu considerata irritante. A me pare, tuttavia, che noi siamo irreparabilmente esclusi dalla coazione della verità dall’irreparabile adescamento del linguaggio. Esclusi dunque dal discorso onesto sulla verità, noi siamo nobilitati alla cerimonia disonesta della menzogna, che ci è consentita e imposta, e il cui esito definitivo è la letteratura”. (G. Manganelli, La critica? Una menzogna di secondo grado)

 

Di Ilaria Zammarrelli

 

Photo credit: