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Il più divino e umano degli alimenti: il pane di Dante

Cosa manca nella Divina Commedia di Dante? La gastronomia. Ma non del tutto, poiché nel Paradiso si parla dell’alimento per eccellenza: il pane

Passioni, sentimenti, paure e contraddizioni umane. Ulisse, il pazzo spavaldo che voleva superare i limiti della ragione umana, e Francesca, la donna che vuole essere libera di amare. La filosofia di Platone e Aristotele e la teologia di Tommaso, la storia, la politica, la cultura classica, le cronache dell’epoca. Che lo si ritenga l’ultimo dei medievali o il primo degli umanisti, Dante nella Divina Commedia ha messo tutto: la bellezza, la luca divina, il riscatto. Una guida verso l’alto anche per chi non crede. La Divina Commedia è una palestra di umanità, ma fra tutte le cose umane Dante ha trascurato il simbolo dell’umanità per eccellenza: la gastronomia. O meglio, così sembra.

La cultura medioevale considera la gola come un vero e grave peccato: nell’Inferno i golosi stanno nel terzo cerchio, nel sesto canto Dante li racconta immersi in un fango gelido di pioggia battente e nevischio, azzannati dal cane a tre teste, Cerbero. In fondo, in questo canto, del peccato di gola non si parla affatto.

Nel Purgatorio, nella sesta cornice, i peccatori di gola patiscono gravemente la fame e la sete. All’ingresso della montagna che si eleva verso il cielo ci sono due alberi di frutta e un ruscello di acqua sorgiva e in questa cornice Dante racconta con un tono quasi comico il vizio di Papa Martino IV, originario di Tours, in Francia. Il Pontefice amava passare molte giornate a Bolsena, in riva al lago, a fare scorpacciate di anguille, innaffiate di Vernaccia: “e quella faccia dilà da lui che l’altre trapunta, ebbe la Santa Chiesa in su le braccia, dal Torso fu, e purga per digiuno, l’anguille di Bolsena e la Vernaccia”.

In Paradiso il banchetto è apprezzato, ma il cibo è sostanzialmente una metafora. È citato un pane degli angeli e il valore simbolico del pane, nella cultura cristiana, è potente. Il poeta intende il nutrimento dell’anima. E quale pane, se non quello che Dante conosceva così bene, il pane sciapo della sua terra?

Tu proverai sì come sa di sale
lo pane altrui, e come è duro calle
lo scendere e ‘l salir per l’altrui scale
– Paradiso XVIII, vv. 58-60

L’autore, legato alla sua patria, con questi versi del Paradiso vuole simboleggiare la durezza e difficoltà della vita in esilio, dove conoscerà un pane che sa di sale, così diverso dal pane sciapo toscano a cui da sempre è abituato.

Il pane scippo toscano

Il pane senza sale (o pane sciocco, o pane sciapo) è molto significativo per la Toscana, al punto che anche Dante si identifica in esso. Sebbene non si conosca la vera origine di questo pane, si sa per certo che la tradizione di non mettere il sale nell’impasto nasce da motivi storici e l’ipotesi prevalente risale al XII secolo. Firenze e Pisa erano città in eterna lotta e, durante quel periodo, Pisa controllava i porti, facendo pagare care ai fiorentini le quantità di sale che sbarcavano. Firenze decise così di non utilizzare più il sale, iniziando un’importante produzione di pane sciapo. Un conflitto, quello tra Firenze e Pisa, che Dante non manca di raccontare nel suo Inferno:

Ahi Pisa, vituperio de le genti
del bel paese là dove ‘l sì suona
– Inferno XIII, vv. 79-80

Diversa è la storia del pane senza sale nella vicina Umbria: siamo nel 1540, ben più tardi, quando il papa impose una tassa molto salata (e sembra una barzelletta) sul sale. Nacque così a Perugia la “guerra del sale” contro il papato, ma la città perse e da allora in tutta l’Umbria si mangia pane senza sale. Una teoria che però venne messa in dubbio da molti storici, poiché il pane senza sale è diffuso in tutta l’Umbria così come nelle Marche e a Viterbo.

Alcuni sostengono che sia per il costo elevato del sale a Firenze, altri ancora invece rimandano agli Etruschi perché il pane senza sale viene prodotto e utilizzato nel Lazio settentrionale, la vecchia Etruria. Un prodotto molto diverso dagli altri tipi di pane, unico nella sua semplicità. E – soprattutto – simbolo del nutrimento dell’anima che per Dante era alla base dell’essere umani.

di Gaia Rossetti

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