“1984”: lo sguardo visionario di George Orwell applicato al 2022

“1984”: lo sguardo visionario di George Orwell applicato al 2022

“1984”: lo sguardo visionario di George Orwell applicato al 2022

Manipolazione dell’opinione pubblica, guerra atomica, l’invadente e costante sguardo di The Big Brother, nessuna libertà e il rischio costante di commettere uno “psicoreato”. Se George Orwell avesse potuto dare uno sguardo ai tempi moderni, li avrebbe forse considerati un inveramento della sua profezia?

Un romanzo distopico 

1984 è un romanzo distopico scritto da George Orwell nel 1949. La vicenda narra di un mondo diviso tra tre grandi potenze continentali, in piena guerra atomica. L’Oceania è la sede dei maggiori ministeri, ma è tutto tranne che un paese libero. Qui domina un unico partito, capeggiato dal non meglio identificato Big Brother, nessuna libertà è concessa ai suoi sottoposti cittadini. Telecamere ovunque e schermi che diffondono a ogni ora del giorno le notizie della propaganda di partito, la conversione forzata dei dissidenti all’ideologia dominante, la censura della storia e della libertà di pensiero, due minuti d’odio concessi al popolo per sfogare la propria rabbia e una newspeak, una nuova lingua, in cui sono consentiti solo termini dal calibrato significato.

Cosa c’è di simile alla nostra epoca? Tanto, forse tantissimo. Tre sono gli slogan dell’unico partito: La guerra è pace, La libertà è schiavitù, L’ignoranza è forza.

Cos’è la libertà? 

Riletto in chiave metaforica, sembra il dipinto della nostra società, certo di molti suoi aspetti. Primo tra tutti l’esportazione della pace attraverso la guerra e le armi, sottoposti a dinamiche di geopolitica che vogliono i paesi, perlopiù occidentali, come degli “esportatori di pace”, una pace che richiede armi, guerre, morti, genocidi, distruzioni e che spesso cela interessi economici, di risorse energetiche, molto poco umanitarie, accrescendo solo l’odio reciproco tra potenze in centenario conflitto.

La libertà, cos’è la libertà? Varrebbe la pena chiedersi in cosa siamo davvero liberi. Quanto la nostra strada, il nostro futuro, le nostre scelte e il percorso della nostra vita non rientrino in un precostituito schema sociale replicato a piccole variazioni su tutti i membri di una società guidata dal consumismo, dallo scarto e dall’opulento?

È l’ignoranza a tenere le masse soggiogate in una disinformazione dilagante, fake news, informazione parziale, orientamenti di partito e logiche di potere che descrivono gli avvenimenti non per la loro oggettività ma nella luce sotto la quale li si vuole mostrare. Una bulimia di notizie che è tutta attuale e che scandisce le dinamiche sociali e storiche in una bipartizione in buoni/cattivi che è l’emblema del pensiero acritico dilagante.
Nessuna riflessione, nessun invito al pensiero, ma notizie da un mondo dove chi sta dalla parte dei giusti è già stato decretato, si tratta solo di decidere se mettersi dalla parte dei conformati o dei dissidenti emarginati.

Qual è la posizione corretta? Forse non c’è, forse la vera libertà di pensiero tanto propagandata dall’occidente democratico, dovrebbe proprio essere una possibilità di libera scelta in cui l’espressione di un’opinione non istituzionale, non venga necessariamente bollata come “eversiva” e segretamente pericolosa, ma venga ascoltata, indagata e integrata.

La censura della storia è l’ignoranza

Davanti a schermi di televisori, cellulari, computer, invitati (e in realtà costretti) a vedere solo quello che si vuole venga mostrato, quanto davvero possiamo esprimere la nostra opinione senza che un post non venga segnalato e un commento cancellato? È un invito alla rivoluzione? No, alla riflessione.

La censura della storia è l’ignoranza, la dissoluzione della cultura e del passato in nome di una società fondata sul denaro come strumento principale di scambio sociale. La dimensione dell’umano passa in secondo piano e le rivendicazioni sociali riconosciute sono solo quelle che non cambiano nulla nei fatti ma permettono di scrivere gonfi slogan pieni di belle parole.

La conversione all’ideologia non è un lavaggio del cervello in una camera di tortura, come avviene per Smith, il protagonista del romanzo di Orwell, ma l’emarginazione sociale che comporterebbe una libera espressione. I due minuti d’odio concessi al popolo sono tanto simili ai novanta minuti trascorsi in uno stadio a scambiarsi cori d’odio e di razzismo invece che godere di uno sport che dovrebbe unire.

La comunicazione e la lingua vengono private delle loro sfumature semantiche e ridotte a una fredda conversazione via chat. Boomer sono quelli che non comprendono la comunicazione dei nuovi media, che ingrigisce le sfumature del linguaggio, svuota di senso le parole e con esse la capacità di espressione di sé.

Quale direzione sta dunque prendendo l’uomo contemporaneo? Quale margine di azione effettiva gli rimane?

Martina Tamengo

U. Eco una volta disse che leggere, è come aver vissuto cinquemila anni, un’immortalità all’indietro di tutti i personaggi nei quali ci si è imbattuti.

Scrivere per me è restituzione, condivisione di sè e riflessione sulla realtà. Io mi chiamo Martina e sono una studentessa di Lettere Moderne.

Leggo animata dal desiderio di poter riconoscere una parte di me, in tempi e luoghi che mi sono distanti. Scrivo mossa dalla fiducia nella possibilità di condividere temi, che servano da spunto di riflessione poiché trovo nella capacità di pensiero dell’uomo, un dono inestimabile che non varrebbe la pena sprecare.

Paul Gauguin, l’arte capace di accettare l’inesorabile decorso dell’esistenza umana

Paul Gauguin, l’arte capace di accettare l’inesorabile decorso dell’esistenza umana

Paul Gauguin, l’arte capace di accettare l’inesorabile decorso dell’esistenza umana 

Conosciuto per la bellezza innocente delle sue donne polinesiane, Paul Gauguin seppe coniugare nella sua arte amore per la vita e accettazione della condizione terrena. Punte di spiritualismo e colori vividi descrivono un percorso interiore in costante equilibrio tra sentimento e lucida analisi.

Paul Gauguin ricorre a tre lapidarie domande esistenziali per dare il titolo a ciò che è messa in scena di un ciclo di esistenza universalmente condiviso e al contempo testamento spirituale di un artista.

La lettura, contrariamente a quanto si potrebbe pensare, comincia a partire dalla sezione destra della tela. È posta una prima domanda: Da dove veniamo? Un bambino dorme, il suo sonno è spensierato e privo di angosce, due donne vegliano su di lui. Poco più indietro, una figura accovacciata si volta con sguardo attonito verso due giovani assorte nel riflettere, forse sul loro destino. Ma ecco che incalza una nuova domanda: Chi siamo? Al centro della scena, un giovane nel pieno del vigore della giovinezza, raccoglie un frutto, carpendo con esso i piaceri della vita. Il balzo è rapido, perché segue immediato un ultimo e più doloroso interrogativo: Dove andiamo? Un’anziana donna tiene tra le mani il volto, la carnagione è spenta, accanto a lei siede una giovane. Forte è il contrasto tra due distinte età della vita. L’anziana tuttavia accetta il proprio destino, futili sarebbero vuote parole consolatorie, la cui inutilità è ben resa dall’uccello bianco che trattiene inesorabilmente tra le zampe una lucertola. Dietro di loro sta Hina, dea lunare polinesiana simbolo di femminilità e vitalistica creatività.

Dodici figure si distribuiscono complessivamente sulla scena di Da dove veniamo? Chi siamo? Dove andiamo? secondo un perfetto equilibrio di disposizione che contrappone e accosta insieme le diverse età della vita.
Sullo sfondo dai toni magico-religiosi si interseca un simbolismo che in parte si rifà a riferimenti biblici. Il giovane al centro coglie un frutto, il suo gesto evoca alla mente quello compiuto da Eva nel giardino dell’Eden. In parte attinge dal primitivismo di realtà incontaminate come la Polinesia e l’isola di Giava, come evidenzia sullo sfondo la figura a petto nudo di Hina.
Realizzata intorno al 1897 su tela, l’opera Da dove veniamo? Chi siamo? Dove andiamo? si configura come una ricerca di spiritualità priva di adesione mimetica alla realtà.
Scrive Gauguin:
«Prima di morire ho trasmesso in questo quadro tutta la mia energia, una così dolorosa passione in circostanze così tremende, una visione così chiara e precisa che non c’è traccia di precocità e la vita ne sgorga fuori direttamente».
L’opera manca di prospettiva geometrica. In primo piano stanno i colori più caldi, un giallo acceso contrasta ai blu, verde e azzurro dello sfondo. Manca il chiaroscuro. La tecnica adottata prende il nome di cloissoniste: zone di colori intensi sono delimitate da nette linee di contorno.

Testamento spirituale di Gauguin, l’opera ne assomma i principali motivi stilistici ed espressivi, summa di un’arte antinaturalisita per eccellenza, precorritrice di Simbolismo, Fauvismo ed Espressionismo primonovecenteschi. Si tratta di un modo di fare pittura marcatamente soggettivistico. Gauguin elabora uno stile che fa del colore uno strumento evocativo di sentimenti ed emozioni. Su quella linea diventata nota come post-impressionismo, l’opera d’arte riproduce la natura non per come è vista, ma per come è sentita dall’autore. Il colore e le immagini diventano esternazione rielaborata dell’interiorità dell’artista, acquistano un potere evocativo capace di esprimere un’acuta sensibilità.

Gauguin desidera evadere dalla società per ritrovare un mondo più puro e incontaminato. Convinto del fatto che la vita moderna arrechi all’uomo un disagio esistenziale, questi ormai assorbito dal caos della modernità, assiste a uno sgretolarsi di ogni rapporto autentico e profondo.
Questa percezione, fortemente sentita dall’artista, ne giustifica la fuga verso una civiltà incorrotta quale era quella della Polinesia.
Nato a Parigi nel 1848, Paul Gauguin trascorre i primi anni della sua infanzia in Perù. Tornato in Europa, ha contatti con l’Impressionismo e stringe in particolare amicizia con Vincent Van Gogh con il quale trascorre un lungo periodo ad Arles. Un rapido susseguirsi di eventi quali la rottura con Vincent, le crescenti difficoltà economiche e la morte della figlia Aline, spingono l’artista a scegliere di abbandonare definitivamente l’Europa alla volta della Polinesia. Qui trascorrerà il resto della propria vita sino al 1903, dove muore nel carcere dell’isola di Hiva Oa, dopo essersi opposto alla politica razzista allora vigente.

Quella di Paul Gauguin è un’arte permeata di simbolismo, evocatività, bisogno di evasione e capacità di riflessione. Un mondo riprodotto con lo sguardo di chi in grado di osservare al di là dell’apparenza, rielabora i contorni della realtà attingendo alla superficie più profonda della propria interiorità.

Martina Tamengo

U. Eco una volta disse che leggere, è come aver vissuto cinquemila anni, un’immortalità all’indietro di tutti i personaggi nei quali ci si è imbattuti.

Scrivere per me è restituzione, condivisione di sè e riflessione sulla realtà. Io mi chiamo Martina e sono una studentessa di Lettere Moderne.

Leggo animata dal desiderio di poter riconoscere una parte di me, in tempi e luoghi che mi sono distanti. Scrivo mossa dalla fiducia nella possibilità di condividere temi, che servano da spunto di riflessione poiché trovo nella capacità di pensiero dell’uomo, un dono inestimabile che non varrebbe la pena sprecare.

Orlando Furioso: l’incompiutezza della querelle nel mondo

Orlando Furioso: l’incompiutezza della querelle nel mondo

Orlando Furioso: l’incompiutezza della querelle nel mondo

Quello dell’Orlando Furioso è un mondo fatto di apparenze, prime tra tutte le convenzioni sociali. L’apparenza acquisisce le sembianze di sostanza e l’insensatezza dell’agire umano è spacciata per senno: tutti si credono assennati e invece hanno smarrito la ragione, primo tra tutti il paladino Orlando.

Le donne, i cavallier, l’arme, gli amori, le cortesie, l’audaci imprese io canto. Basta pronunciarne i primi versi per riconoscere l’incipit di uno dei poemi più celebrati della storia della letteratura italiana: l’Orlando Furioso di Ludovico Ariosto, poema cavalleresco pubblicato in edizione definitiva nel 1532.

La follia di Orlando è tra le più celebri dell’epica, impazzito per l’amore della bella Angelica, il cavaliere carolingio smarrisce il senno, diserta ogni dovere militare e priva del suo necessario intervento l’esercito di Carlo Magno intento a intraprendere una guerra contro i temuti Saraceni.

Sulla vicenda del paladino cristiano si innestano e intrecciano le trame degli altri personaggi, in un gioco di incontri, scontri e smarrimenti tra le radure di una selva intricata.
È proprio nella selva che la follia di Orlando raggiunge il suo culmine quando si imbatte in un’incisione sulla corteccia di un albero che suggella la promessa d’amore tra la giovane Angelica e il saraceno Medoro. La scoperta è vissuta dal protagonista come tradimento, portandolo a smarrire totalmente la ragione. Distrugge tutto ciò che ha intorno, si spoglia dell’armatura e nudo, folle, giace a terra digiuno per tre giorni per poi prendere a vagare nella selva in preda alla follia.

Orlando è chiamato furioso, ed è infatti un furor d’amore e di gelosia che lo infiamma e lo porta a percorrere un cammino inverso a quello di elevazione dell’uomo attraverso il nobile sentimento amoroso. L’amore non eleva Orlando, non sublima, ma lo abbassa a una condizione ferina, bestiale, lo priva dell’onore e di sé.

È proprio a seguito della follia del protagonista che si innesca una querelle necessaria allo scioglimento della vicenda: il viaggio del paladino cristiano Astolfo sulla luna. È un viaggio che ha dell’onirico e del surreale, nel quale si intessono rimandi letterari, dove il lettore rimane suggestionato per il rapporto dialettico peculiare che si instaura tra il mondo lunare e quello terrestre.

In un vallone lunare, si trovano accumulate tutte le cose che sulla terra sono andate perdute. La luna è un mondo complementare alla terra e sulla luna Astolfo ha modo di trovare anche il senno di Orlando. Esso è custodito in un’ampolla e lo spettacolo che si mostra è paradossale: tutti sulla terra sono convinti di possedere il senno, eppure sulla luna ce n’è una grandissima quantità. Non solo, ma esso è anche inconsistente, un vapore labile e fugace, la cui immaterialità esprime tutta la facilità con cui è possibile smarrirlo e la difficoltà che è richiesta per recuperarlo.

La Luna con i suoi oggetti perduti funge da catalogo dei fallimenti umani esprimendo quel rapporto frustrato tra desiderio ed effettivo raggiungimento di cui Orlando è il massimo esempio. Egli desidera ardentemente Angelica, ma non la può possedere e il desiderio di lei si accresce quanto più lei si allontana fino a concedersi a Medoro. È il desiderio destinato a restare insoddisfatto che prende forma nel contrasto realtà-apparenza.

L’episodio di Astolfo sulla luna è particolarmente interessante perché si innesta su una tradizione di “viaggi nell’aldilà” che vede precedenti letterari di rilievo, in particolare il Somnium Scipionis descritto da Cicerone e il Paradiso Dantesco. È il motivo del viaggio condotto in un mondo parallelo a quello terrestre, che disvela verità nascoste e porta all’acquisizione di nuove consapevolezze.

La luna non è soltanto un luogo fisico, ma è il punto di arrivo di un’astrazione intellettualistica, di una inchiesta volta al recupero di qualcosa di effimero ed evanescente come il senno del giovane Orlando e di tutti gli uomini con lui. Si tratta del motivo della vanitas, l’insensatezza delle azioni umane indirizzate a obiettivi vani e irraggiungibili. Quasi un’auspicio che l’umanità stessa tornata sulla terra possa recuperare il senno e con esso un modo di agire nel mondo più autentico.

Astolfo farà ritorno sulla terra e grazie al suo intervento Orlando potrà recuperare il senno portando al naso i vapori dell’ampolla che gli consentiranno di tornare in sé e condurre a termine il suo compito di paladino nello sconfiggere il nemico. Questo lo costringerà però al contempo a rinunciare all’amata Angelica. L’opera suggella in questa come in altre fallite inchieste (per esempio quella di Ruggiero e Atlante) come ci sia una distanza invalicabile tra l’oggetto del desiderio e il soggetto che lo desidera, essa si traduce in un elenco di vanitas vanitatum.

Il fallimento rivela l’inconsistenza dell’agire umano, porta il lettore a una riflessione che al contempo è l’espressione di un sentimento di delusione di fronte a un mondo di corte, quello della corte ferrarese del Cinquecento, nei confronti del quale Ludovico Ariosto si interroga. La corte è il luogo delle apparenze e delle relazioni effimere, rispetto alle quali l’autore rivendica un desiderio di autenticità che sembra calarsi nell’oggi più attuale che mai.

Martina Tamengo

U. Eco una volta disse che leggere, è come aver vissuto cinquemila anni, un’immortalità all’indietro di tutti i personaggi nei quali ci si è imbattuti.

Scrivere per me è restituzione, condivisione di sè e riflessione sulla realtà. Io mi chiamo Martina e sono una studentessa di Lettere Moderne.

Leggo animata dal desiderio di poter riconoscere una parte di me, in tempi e luoghi che mi sono distanti. Scrivo mossa dalla fiducia nella possibilità di condividere temi, che servano da spunto di riflessione poiché trovo nella capacità di pensiero dell’uomo, un dono inestimabile che non varrebbe la pena sprecare.

Trieste: quella “grazia scontrosa” cantata da Saba

Trieste: quella “grazia scontrosa” cantata da Saba

Trieste: quella “grazia scontrosa” cantata da Saba

Trieste come specchio di un’anima, percorrerne le strade, abbracciarla in un sol sguardo e ritrovare sè stessi laddove si credeva di essersi perduti. Questo fu Umberto Saba.

Trasfigurazione della condizione di Ulisse, in nessun luogo a casa se non nella propria Itaca, così Umberto Saba nella sua Trieste. Città ai margini del panorama letterario italiano primonovecentesco, scissa tra Austria e Italia, crogiolo di razze, realtà di confine, Trieste si fa musa ispiratrice del poeta Saba, un “cantuccio” riparato dalle ferite procurate dagli altri. La città come osservatorio privilegiato per il poeta gli consente un duplice movimento di immersione e distacco da una realtà percepita come contraddittoria.
La contraddittorietà dell’esistenza come motore di un’operazione di autoindagine, la psicanalisi come strumento per il raggiungimento di un’autocoscienza di sé, la scrittura come metodo di scavo della propria esistenza.
Umberto Poli, in arte Saba, nasce a Trieste nel 1883, trascorre un’infanzia segnata da fratture: il precoce abbandono del padre, il difficile rapporto con una madre anaffettiva e lo stretto legame con la balia Peppa, a cui la madre probabilmente lo sottrasse per gelosia.
Un senso di estraneità alla cultura ebraica di appartenenza, di distanza dal panorama letterario di spicco, primi tra tutti gli intellettuali de La Voce, oltre che la costante fuga dalle persecuzioni naziste grazie anche all’aiuto di intellettuali quali Montale e Vittorini, alimentano nel poeta quello che lui stesso chiama un “doloroso amore per la vita”. Tormentato da manie di persecuzione, Umberto Saba troverà nella psicanalisi un mezzo di indagine e scavo nel sé, uno strumento per la riemersione del rimosso e il risanamento delle proprie ferite.
Per mettere insieme i propri tasselli, Umberto Saba compie un’operazione che seicento anni prima, non diversamente ma scevro di cultura psicanalitica, intraprese Francesco Petrarca: stendere un Canzoniere, un corpus poetico organizzato in nuclei tematici, un tentativo di articolazione compiuta del sé, a più riprese riorganizzato internamente e revisionato linguisticamente, di cui si fa risalire la prima edizione al 1921.
Alla sezione Trieste e una donna appartiene la lirica Trieste, che meglio dipinge il senso di “triestinità” del poeta: una simbiosi fisica e spirituale, che consente a Saba di specchiarsi e di cogliere sé stesso nelle contraddizioni della città natia, attraverso un percorso tanto fisico quanto intellettuale, di identificarsi nella città stessa e trovare un “cantuccio” fatto proprio per lui dove sentirsi davvero immerso in quella che chiama “la mia vita”.

Ho attraversato tutta la città.
Poi ho salita un’erta,
popolosa in principio, in là deserta,
chiusa da un muricciolo:
un cantuccio in cui solo
siedo; e mi pare che dove esso termina
termini la città.

Trieste ha una scontrosa
grazia. Se piace,
è come un ragazzaccio aspro e vorace,
con gli occhi azzurri e mani troppo grandi
per regalare un fiore;
come un amore
con gelosia.
Da quest’erta ogni chiesa, ogni sua via
scopro, se mena all’ingombrata spiaggia,
o alla collina cui, sulla sassosa
cima, una casa, l’ultima, s’aggrappa.
Intorno
circola ad ogni cosa
un’aria strana, un’aria tormentosa,
l’aria natia.

La mia città che in ogni parte è viva,
ha il cantuccio a me fatto, alla mia vita
pensosa e schiva.

(Trieste, 1910-12)

Un’occasione qualunque, una passeggiata attraverso una brulicante Trieste porta il poeta a salire un’erta. Il colle, in principio affollato, si fa sempre più deserto. Ormai dispersa la folla, si affaccia in lontananza un muricciolo.
Qui il poeta pronuncia una sorta di dichiarazione d’amore, l’interlocutrice è Trieste.
Trieste come “ragazzaccio aspro e vorace” ha occhi azzurri come il mare che ne bagna le coste e mani grandi, mani buone, per compiere atti gentili, che rivelano della città un carattere di ambivalenza, dapprima scontrosa, poi dolce e accogliente, si dimostra capace di regalare un fiore.
Dall’erta è possibile scorgere l’intera città, affollata e deserta, e ancora una volta contraddittoria. L’aria d’intorno è strana, è “aria natia”, il poeta è a casa, ed è protetto. Qui infatti ha trovato un suo cantuccio, un luogo dove potersi abbandonare alle proprie riflessioni, schivare le sofferenze procurategli dal mondo e dedicarsi alla propria vita “schiva e pensosa”, come “solo e pensoso” Francesco Petrarca percorreva deserti campi per schivare indiscreti sguardi.
La vita ora è “mia”, è sua, è del poeta, gli appartiene, il muricciolo è laddove il poeta si riappropria di sé, raccoglie i tasselli, si identifica esso stesso nella città, con uno sguardo la raccoglie tutta, così come nel cantuccio può raccogliere le proprie contraddizioni, ordinarle e per quanto possibile cercare di sanarle.

Quella di Saba è una poesia piana, autobiografica, domestica. Il poeta è consapevole di non essere adeguatamente considerato sul panorama letterario, fa di questo senso di marginalità – la stessa marginalità posseduta da Trieste – il suo centro propulsore, e così si pronuncia in occasione del settantesimo compleanno, nel 1953:
“Comunque, il mondo io l’ho guardato da Trieste: il suo paesaggio, materiale e spirituale, è presente in molte mie poesie e prose, pure in quelle – e sono la grande maggioranza – che parlano di tutt’altro e di Trieste non fanno nemmeno il nome.
Del resto, io non credo né alle parole né alle opere degli uomini che non hanno le radici profondamente radicate nella loro terra: sono sempre opere e parole campate in aria”.

(Discorso di U. Saba presso il Circolo della cultura e delle arti, 1953)

Umberto Saba muore nel 1957, lasciando una traccia, un’opera di scavo interiore volta al risanamento delle proprie ferite, capace di portare al centro, anche a distanza di anni, quella che era considerata una realtà culturale marginale, come Trieste allora, attraverso il ricorso a parole semplici ed esperienze quotidiane.
L’eco della sua voce ancora oggi si sente, riecheggiante dal “cantuccio”, presso il muricciolo.

Martina Tamengo

U. Eco una volta disse che leggere, è come aver vissuto cinquemila anni, un’immortalità all’indietro di tutti i personaggi nei quali ci si è imbattuti.

Scrivere per me è restituzione, condivisione di sè e riflessione sulla realtà. Io mi chiamo Martina e sono una studentessa di Lettere Moderne.

Leggo animata dal desiderio di poter riconoscere una parte di me, in tempi e luoghi che mi sono distanti. Scrivo mossa dalla fiducia nella possibilità di condividere temi, che servano da spunto di riflessione poiché trovo nella capacità di pensiero dell’uomo, un dono inestimabile che non varrebbe la pena sprecare.

I promessi sposi: un romanzo di attuale umanità

I promessi sposi: un romanzo di attuale umanità

I promessi sposi: un romanzo di attuale umanità

I promessi sposi è il classico romanzo che molti studenti direbbero aver preferito non leggere, additato come noioso, vecchio e troppo lungo. Eppure nell’apparente inattualità dell’opera alcuni personaggi insegnano comportamenti che hanno tanto di attuale, molto più vicini al lettore contemporaneo di quanto la scuola insegni.

Una cappa di religiosità e bigottismo spesso imprigiona il romanzo de I promessi sposi, certo il più noto di Alessandro Manzoni, in un giudizio negativo e limitato. Alcuni si chiedono perché venga ancora letto a scuola, trovandolo troppo inattuale. Altri semplicemente lo considerano noioso e, gli studenti meno avveduti, spesso neppure lo leggono.
Eppure in un romanzo apparentemente così distante nel tempo, se si considera che fu scritto nella prima metà dell’Ottocento, c’è tanto di attuale. Ovviamente andrà messo in secondo piano il discorso più strettamente religioso, che certo poteva colpire un lettore ottocentesco nella messa sulla pagina della devozione dei protagonisti, ma non un adolescente del Ventunesimo secolo. Resta il fatto che alcuni personaggi del romanzo, in particolare Lucia, Innominato e Monaca di Monza, assumono nel corso della vicenda comportamenti che li rendono ritratti di un’umanità molto più moderna di quanto possa sembrare.

Si parta da Lucia, una figura mesta e devota, spesso le sventure in cui si imbatte la portano non distante dal cedere ai propositi. Eppure Lucia non cede, mai neppure una volta, incarna una fermezza di intenzioni e una fedeltà a Renzo e alla fede in Dio che sembrano simulacri di un’umanità perduta. L’irremovibilità di Lucia risiede nella sua devozione che la porta addirittura alla rinuncia più grande: Renzo, quando farà voto di castità pur di saperlo salvo.
Nella sua fermezza, nella sua capacità di affrontare le avversità, e nella sua disponibilità a perdonare l’Innominato nonostante le malefatte commesse, c’è un insegnamento che viene lasciato anche all’uomo contemporaneo: non demordere, non lasciarsi abbattere, non abbandonare il proposito nonostante le difficoltà ma trovare una ragione che dia la forza. Lucia trova questa forza in Dio, ogni persona può trovare un affetto, un obiettivo, un fine, che faccia da lume anche nei momenti più bui, che consenta di affrontarli e arrivare a un lieto fine. Sì, perché quello di Renzo e Lucia è un lieto fine. La stregua resistenza di Lucia consentirà ai due promessi di ricongiungersi, e la sua fermezza sarà premiata con lo scioglimento del voto di castità.

Lucia incarna al contempo la capacità di perdonare, e quale maggiore perdonato c’è nel romanzo se non l’Innominato. Criminale senza scrupoli, autore dei più efferati misfatti, alla vista di Lucia è capace di chiedere perdono, di ripensare alle proprie malefatte e provare pentimento, vergogna e desiderio di redimersi.
Pentimento e perdono vanno di pari passo e se sinceri costituiscono uno dei più grandi strumenti di cui l’uomo dispone per non farsi guerra, per non generare odio e conflitto ma concordia e fratellanza.
Il pentimento dell’Innominato sarà decisivo per portare a una svolta nella vicenda che sia risolutiva. L’Innominato ricorda al lettore che è lecito sbagliare, anche con dolo, ma che è anche possibile redimere i propri errori e fare del bene, partire dai mali commessi e volgerli a un fine benefico. La commozione che produce nel lettore la scena del pentimento del bravaccio, è carica di umanità, lascia trasparire tutto il turbamento interiore, i ritorni e ripensamenti, il terrore di una punizione, anche divina, ma al contempo la forza di riesaminarsi e chiedere scusa.

È proprio l’incapacità di chiedere perdono che fa di un altro personaggio, la monaca di Monza, forse la figura più umana della vicenda. Figlia di una nobile famiglia, ma in quanto donna destinata alla vita religiosa, Gertrude rappresenta la reazione più comprensibile di una figlia tradita dal padre. Portata in convento con la forza, allontanata dalla vita che avrebbe voluto, e potuto, condurre, per darsi ai voti e alla preghiera senza alcuna personale forma di sincera devozione.

Priva di malvagità nei confronti della famiglia e priva di ogni possibilità decisione, Gertrude reagisce alla vita religiosa cui viene costretta facendo l’opposto di ciò che si addirebbe a una monaca. intrattiene una relazione con il giovane Edigio, adottando atteggiamenti di vendetta e cattiveria con le proprie compagne e sfogando su Lucia una vendetta ingiustificata e frustrata.
In Gertrude si incarna il conflitto genitore-figlio che molti adolescenti affrontano e la ribellione che ne deriva. La monaca di Monza è una figura frustrata e inappagata dalla propria vita, come tale sfoga il proprio sadismo su chi si imbatte in lei: qui la povera Lucia. Ma nella monaca sta tutta l’umanità di una donna che se avesse potuto scegliere del proprio destino, se il padre le avesse saputo chiedere scusa per le imposizioni inflitte, sarebbe probabilmente rimasta la persona buona e altruista, disposta addirittura per affetto a sacrificare la propria felicità per il volere dei genitori. Tre personaggi, tre comportamenti più che attuali: fermezza, pentimento e frustrazione.

Nella narrazione de I promessi sposi non è messa sulla pagina solo la vicenda di un amore contrastato ma anche uno spaccato di passioni umane che hanno la medesima forza travolgente nell’uomo dell’oggi. Leggere I promessi sposi non è solo un noioso compito scolastico, ma un esercizio di messa a confronto con un’umanità lontana nel tempo ma vicina nelle affezioni che ha ancora tanto da dire a distanza di duecento anni.

Martina Tamengo

U. Eco una volta disse che leggere, è come aver vissuto cinquemila anni, un’immortalità all’indietro di tutti i personaggi nei quali ci si è imbattuti.

Scrivere per me è restituzione, condivisione di sè e riflessione sulla realtà. Io mi chiamo Martina e sono una studentessa di Lettere Moderne.

Leggo animata dal desiderio di poter riconoscere una parte di me, in tempi e luoghi che mi sono distanti. Scrivo mossa dalla fiducia nella possibilità di condividere temi, che servano da spunto di riflessione poiché trovo nella capacità di pensiero dell’uomo, un dono inestimabile che non varrebbe la pena sprecare.