Dei delitti e delle pene: una moderna lettura della giustizia penale

Dei delitti e delle pene: una moderna lettura della giustizia penale

Dei delitti e delle pene: una moderna lettura della giustizia penale.

Dei delitti e delle pene costituisce una delle opere di maggiore spicco della tradizione illuminista italiana. Stesa in un clima culturale gravido di innovazione, essa porta alla riflessione su alcuni temi salienti della giustizia penale del tempo, attraverso una revisione dei concetti di crimine e giustizia, in una più pragmatica e moderna lettura.

Dei delitti e delle pene: lineamenti generali

Dei delitti e delle pene è un trattato di marca illuminista. Steso e pubblicato da Cesare Beccaria (nonno materno di Alessandro Manzoni) nel 1764, il testo conduce una lucida analisi politico-giuridica di impianto razionalistico e pragmatista sui problemi della giustizia penale settecentesca. L’opera fu inclusa nell’indice dei libri proibiti a soli due anni dalla sua pubblicazione per via della distinzione compiuta dal suo autore tra peccato e reato: se il reato è infatti un danno alla società, istituto atto a regolare il conflittuale rapporto tra gli uomini (sulla scorta della tesi contrattualistica di J. J. Rousseau), per contro il peccato è un reato compiuto nei confronti di Dio, giudicabile soltanto da quello che l’autore chiama l’“Essere perfetto e creatore”.

È quindi la teoria contrattualistica il punto di partenza di queste riflessioni, secondo la quale la società costituirebbe una forma di contratto volto a garantire l’ordine tra gli uomini. La società in questo senso gode di un diritto di autodifesa che giustifica l’applicazione di pene e sanzioni a chi ne viola le leggi. Bisogna infatti impedire che l’individuo infranga la legge per perseguire il proprio utile; il legislatore come abile architetto deve fissare premi e sanzioni in funzione preventiva. Inoltre compito del legislatore è trascende le singole passioni che animano l’uomo e lo inducono a perseguire l’interesse immediato, il patto sociale deve essere preservato in nome della stanchezza dell’essere umano a una guerra sociale contro gli altri individui che condurrebbe all’unica inesorabile strada dell’estinzione.
Non è la tirannide tuttavia il mezzo adeguato, bensì l’adozione di un moderno regime moderato che adempia all’incarico di incivilire i popoli e impedire il deflagrare delle autodistruttive passioni umane. Passioni che tuttavia non devono essere represse e soffocate, bensì regolamentate e reindirizzate.

Principali temi

Beccaria propone quindi di dimostrare ingiustizia e inutilità di provvedimenti tirannici. In particolare prende in esame alcuni aspetti del diritto penale coevo.

  • Pena di morte: lo stato non può decidere della vita di un uomo. La pena di morte non funge da strumento intimidatorio, l’uomo teme molto di più l’ergastolo o una schiavitù perpetuata che gli renderebbero la vita un’ineluttabile sofferenza. Lo stesso assistere alla messa in atto della pena poi, genera negli spettatori un senso di compassione e non rafforza il sentimento di fiducia nelle istituzioni.
  • Tortura: viola la presunzione di innocenza, solo la sentenza del giudice può dichiarare infatti la colpevolezza. Non essendo dunque certa la colpa, il rischio è quello di torturare un innocente, inducendolo a false confessioni pur di trovare una cessazione del dolore.
  • Carcere preventivo: al pari della tortura, in una concezione garantista di giustizia, questa misura deve essere applicata solo quando ci sia una effettiva prova della pericolosità dell’imputato.
  • Sanzioni: sono individuati alcuni caratteri che le sanzioni devono possedere. Prontezza intesa come vicinanza temporale della sanzione al reato; infallibilità; proporzionalità con il reato commesso; durata adeguata al reato; pubblica esemplarità che renda la collettività consapevole dell’inconvenienza della infrazione. Si tratta di una funzione intimidatoria dunque, quella che Beccaria considera la dolcezza della pena volta a prevenire misure più violente.
  • Armi: il loro possesso rimane invece uno strumento potenzialmente deterrente al crimine.
  • Sistemi di prevenzione del delitto: la prevenzione deve partire dall’educazione e nel riconoscimento delle giuste ricompense. Sulle ricompense a compendio dell’opera di Beccaria sarà pubblicato un ulteriore saggio dal titolo Delle virtù e dei premi, a opera di Giacinto Dragonetti.

Dei delitti e delle pene: visione d’insieme

L’opera di Beccaria consiste quindi in una revisione di carattere epistemologico dello statuto del diritto penale. Il legislatore nel suo ruolo di applicatore delle leggi ha il compito non solo, e non tanto, di conoscere il diritto vigente e le passate consuetudini, bensì saper osservare l’ordine corrente delle cose per formulare nuove norme. Questa conoscenza passa da quella che Beccaria chiama la scienza dell’uomo, un approccio che porta a pensare il criminale non più come un essere deviante ma come un individuo normale. Il reato non è più concepito come eccezione ma come qualcosa di connaturato nell’essere umano che, in quanto creatura edonistica, indirizza le azioni al perseguimento dei propri obiettivi. In questo senso la legge interviene a regolamentare, non reprimere violentemente. L’interesse è infatti il motore ultimo dell’agire umano. Non è dunque possibile correggere gli uomini nella loro natura, bensì è necessario far comprendere loro come nello stesso interesse dell’individuo acquisti maggior vantaggio l’osservanza delle leggi che non il compimento del reato.

Martina Tamengo

U. Eco una volta disse che leggere, è come aver vissuto cinquemila anni, un’immortalità all’indietro di tutti i personaggi nei quali ci si è imbattuti.

Scrivere per me è restituzione, condivisione di sè e riflessione sulla realtà. Io mi chiamo Martina e sono una studentessa di Lettere Moderne.

Leggo animata dal desiderio di poter riconoscere una parte di me, in tempi e luoghi che mi sono distanti. Scrivo mossa dalla fiducia nella possibilità di condividere temi, che servano da spunto di riflessione poiché trovo nella capacità di pensiero dell’uomo, un dono inestimabile che non varrebbe la pena sprecare.

Quello che gli uomini non dicono

Quello che gli uomini non dicono

Quello che gli uomini non dicono

Gli uomini sono violenti, gli uomini sono i carnefici, le donne invece sono sempre le vittime. In un clima sociale di violenta, e spesso legittima, rivendicazione di quei diritti femminili a lungo negati nel corso dei secoli, c’è qualcosa che gli uomini non dicono. Anche gli uomini infatti subiscono violenza, anche le donne sono carnefici, ma di questo nessuno parla.

Violenza sugli uomini: un tabù sociale

Sempre più si grida all’uguaglianza, ai pari diritti, alla rivendicazione dell’equità di genere, ma a tante seducenti parole non corrispondono fatti. Collocati come siamo in una società sempre più indirizzata al riconoscimento dell’uguale dignità dei sessi, appare decisamente retrograda e ottusa una condotta di pensiero che non riconosca come anche gli uomini, sebbene in misura minore, subiscano violenza di vario genere da parte del sesso opposto. Un tipo di violenza di cui ancora pochi parlano.

La questione della violenza contro gli uomini è stata recentemente oggetto di dibattito da parte del Consiglio d’Europa, in rispetto alla Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali. In questa sede il fenomeno della violenza sul sesso maschile è stato definito una “violazione dei diritti umani, ma anche un ostacolo all’eguaglianza tra donne e uomini”.

Procediamo con ordine: quello della violenza sugli uomini costituisce tutt’oggi un forte tabù sociale difficile da scardinare, fondato sullo stereotipo del “sesso maschile come sesso forte”.
È la stessa ideologia femminista a perpetuare questo stereotipo, rivendicando l’esclusività della violenza di genere come un tipo di abuso esercitato solo sul genere femminile, e ribadendo come nessuna forma di violenza sugli uomini sia equiparabile a quella sul sesso opposto. Uguaglianza oppure ottusità?
Neppure le donne infatti sembrano essere esenti dall’accusa di essere “violente”. Spesso la loro violenza si esercita sì in forme diverse ma, se è vero che l’abito non fa il monaco, anche ciò che non è immediatamente visibile ha un peso. Nonostante ciò, la violenza esercitata da parte delle donne viene frequentemente banalizzata. Questo in virtù del fatto che il sesso femminile sembra costituire sempre e solo il sesso più debole, in un certo senso perpetuando in tal modo proprio quella concezione maschilista e patriarcale che fa della donna un essere sottomesso, debole, “inferiore”.

Le forme più diffuse

Quali sono dunque le forme più diffuse, ma poco conosciute, di violenza esercitata da parte delle donne (e delle società) sugli uomini?
Sicuramente al primo posto sta la violenza domestica. Nel 1996 venne pubblicato uno studio dal titolo Aggressive Behaviour avvalendosi di un campione di 1978 donne e uomini eterosessuali: del campione risultò che il 10% degli uomini e l’11% delle donne avevano commesso atti di violenza sul partener. La violenza domestica di parte femminile si esercita prevalentemente in forme di denigrazione del partner (sulle sue capacità famigliari, sessuali, economiche, genitoriali) fino all’alienazione parentale nel caso delle coppie con figli: ovvero la privazione dei figli da parte delle madri per mesi o anni. Questo non esclude che la violenza possa tuttavia essere esercitata anche in forma fisica, colpendo o infliggendo ferite con armi, pistole, coltelli, acqua bollente, acido, mazze. Le aree predilette per l’aggressione sono la faccia e la regione genitale, con non certo poche conseguenze fisiche e psicologiche sulla vita futura della vittima.

Non meno rilievo va al fenomeno della violenza sessuale sul genere maschile, perpetuata da donne e non. L’OMS ha stimato un’incidenza del 7,6% di abusi sessuali infantili nei confronti dei maschi su scala globale.
Estremamente accentuato inoltre, risulta essere il fenomeno dello stalking. Sebbene raramente lo stalking femminile degeneri nella forma della violenza fisica, esso si caratterizza per un forte livello di caparbietà e insistenza, logorando a livello psicologico la vittima.

Un tabù dunque di cui sono vittima gli uomini, spesso riluttanti a denunciare la violenza subita o a rivolgere richieste di aiuto. Questo generalmente determina due altrettanto drammatiche conseguenze: da un lato l’uomo subisce silenziosamente fino al totale logoramento, dall’altro reagisce esercitando altrettanta violenza di tipo fisico sulla donna, ingigantendo ulteriormente la problematicità di una situazione evidentemente deviata. Tutto questo non fa altro che confermare lo stereotipo degli uomini che praticano violenza (violenza che rimane non giustificata e non legittimabile) e che non possono, non hanno il diritto di denunciare e di tutelarsi.

Equità diseguale

Nella comune percezione sociale infatti, le ragioni del diverso peso dato al medesimo fenomeno sarebbero da attribuirsi alla maggiore forza fisica posseduta dal maschio, tendenzialmente più condannata e maggiormente oggetto di provvedimenti legali rispetto ad altre forme di violenza. Sebbene la gravità sia innegabile, non può esserle attribuito un peso diverso da qualsiasi altra forma di sopruso.
Il caso Italia conferma il diverso trattamento. Basta aprire il sito del Governo (Ministero degli Interni) e alla voce “violenza di genere” apparirà la seguente definizione:

Con l’espressione violenza di genere si indicano tutte quelle forme di violenza da quella psicologica e fisica a quella sessuale, dagli atti persecutori del cosiddetto stalking allo stupro, fino al femminicidio, che riguardano un vasto numero di persone discriminate in base al sesso.

Se per “genere” si intende l’appartenenza a un sesso, perché la violenza di genere concerne solo atti di violenza rivolti al sesso femminile? Una prima indagine sulle violenze contro il sesso maschile in Italia è stata condotta nel 2012 a opera del docente di medicina legale presso l’Università di Arezzo Pasquale Giuseppe Macrì. La prima indagine Istat inerente alle molestie sessuali sugli uomini risale invece al 2015-16. Dall’indagine è risultato che il 18,8% delle vittime di molestie sono uomini, un dato non così irrilevante corrispondendo circa a un quinto delle vittime totali.
La legge dunque non tutela e gli uomini devono tutelarsi da sé. In Italia si possono ricordare associazioni come AVU (Associazione Violenza sugli Uomini) e APS (Associazione Padri Separati). Quest’ultima in particolare, nata con l’obiettivo di tutelare tutti quegli uomini che dopo separazioni o divorzi subiscono costanti vessazioni psicologiche e legali dalle ex-partner, spropositatamente tutelate dalla legge anche a torto.

Una società che voglia andare nella direzione della parità e degli uguali riconoscimenti, non può limitarsi a tutelare solo una parte dei suoi componenti. La società odierna non è solo quella maschilistica e patriarcale che relega, o vorrebbe relegare, le donne a una misera subordinazione domestica e salariale. Che sia stato e sia tutt’ora così è innegabile, ma non è possibile fermarsi a questo. Neppure il sesso maschile è esente da violenze e discriminazioni. Di questo poco si parla e su questo tema scarse sono le tutele, ma la parità dei diritti non può passare attraverso il cieco esigere a danno dell’altro.

Martina Tamengo

U. Eco una volta disse che leggere, è come aver vissuto cinquemila anni, un’immortalità all’indietro di tutti i personaggi nei quali ci si è imbattuti.

Scrivere per me è restituzione, condivisione di sè e riflessione sulla realtà. Io mi chiamo Martina e sono una studentessa di Lettere Moderne.

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Ho sceso dandoti il braccio: una dolce ed eterna unione

Ho sceso dandoti il braccio: una dolce ed eterna unione

Ho sceso dandoti il braccio: una dolce ed eterna unione

Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale è forse uno dei testi più profondi e toccanti di Eugenio Montale. Attraverso un delicato dettato ad essere descritta è la profondità di un’unione che oltrepassa i limiti del tempo e della vita. Due amanti si danno il braccio e più segretamente le loro anime si intersecano e fondono.

Dedicata a “Mosca”

Appartiene a Xenia, raccolta pubblicata nel 1971 da Eugenio Montale, il testo di Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale. Si tratta di un componimento breve e caratterizzato da una spiccata sensibilità. Fu dedicato a Drusilla Tanzi, meglio nota nei testi di più affettuoso slancio dell’autore con l’appellativo di “Mosca”, per via della miopia di cui era affetta e degli occhiali dalle spesse lenti che era costretta a portare. Il componimento fornisce al lettore una fugace ma vivida immagine: quella del poeta e della donna che insieme tenendosi per braccio scendono il numero iperbolico di almeno un milione di scale. È il poeta che aiuta la donna nella discesa che, per via della propria miopia, fatica nella messa a fuoco del percorso fisico. È un gesto dolce e cavalleresco quello compiuto da Montale, che attesta una profonda unione che lo lega alla donna: nel gesto altruistico ti tendere il braccio sta l’amorevole invito a compiere una vita insieme. Le scale da percorrere sono infatti le “scale della vita”, metafora di un percorso lungo e talvolta tortuoso che viene affrontato sulla scorta del reciproco rapporto di sostegno che regge la coppia. Tuttavia il verbo ho sceso delinea una condizione passata: Drusilla infatti non c’è più (morì nell’ottobre del 1963), di lei resta solo il ricordo e la devozione che l’uomo le deve.

Uno sguardo pessimistico

Se infatti la donna fatica nella messa a fuoco del percorso concreto, molto più lucido sembra lo sguardo di lei sulle cose del mondo. La realtà non è infatti solo quella che si vede, è qualcosa che va oltre i contorni fisici. Le pupille sebbene offuscate della donna erano le uniche per il poeta capaci di vedere davvero. Vedere cosa? La realtà è un ente effimero e inconsistente agli occhi del poeta, insondabile a pieno, ed è l’acutezza della donna che la distingue dagli altri e rende oggetto di venerazione da parte di colui che l’ama.

Drusilla è concepita da Montale come una sorta di guida interiore, in possesso di un più penetrante sguardo sul reale. Tuttavia è proprio la presente assenza della donna a rendere la condizione del poeta ancora più desolante: Xenia si articola infatti intorno alla percezione da parte dell’uomo della solitudine dell’esistere e dell’insondabilità del mondo. Gli “xenia” costituivano nell’Antica Grecia i “doni fatti all’ospite”, la raccolta è anch’essa un dono fatto alla donna per omaggiarla e innalzarla a figura-guida. Sulla scorta della concezione dantesca di una funzione salvifica della donna, allo stesso modo Mosca si era resa salvezza per il poeta e strumento di superamento di un senso di vuoto, solitudine e disorientamento, nella comune scelta di un cammino di vita insieme.

Una comunicativa semplicità

È una dichiarazione d’amore quella di Montale ora che, senza la donna, a ogni gradino vede soltanto il vuoto. Nessuna immagine sublimatrice è presente nel testo, è la dimensione della quotidianità a dominare. L’immagine classica del viaggio come metafora della vita è resa attraverso un lessico semplice, piano e quotidiano. Non c’è più ricerca di ermetismo o complessità di dettato, è nell’andamento colloquiale del discorso che il poeta trova la possibilità di esprimere un senso che va oltre i confini dell’esistere. Il poeta si rivolge infatti a un “tu” che non ha più nulla da spartire con il mondo terreno, eppure c’è ancora qualcosa da dire. Ciò che ancora non è stato espresso è un senso di tristezza, quasi un messaggio mai pronunciato dal vivo che impone ora il bisogno di essere comunicato.

Quello di Eugenio Montale in Ho sceso dandoti il braccio è un grido di malinconia e gesto di ringraziamento: la donna nel suo essergli stato accanto si è resa compagna di un percorso che ora, suo malgrado, il poeta dovrà condurre solo.

Martina Tamengo

U. Eco una volta disse che leggere, è come aver vissuto cinquemila anni, un’immortalità all’indietro di tutti i personaggi nei quali ci si è imbattuti.

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Telegiornale o Teleterrore? Le belle notizie si sono estinte

Telegiornale o Teleterrore? Le belle notizie si sono estinte

Telegiornale o Teleterrore? Le belle notizie si sono estinte

Guardare un telegiornale nel 2022 è diventata una prova di stomaco e di resistenza emotiva. Se si ha avuto una giornata no, e non la si vorrebbe peggiorare, o se soltanto si intende preservare un briciolo di serenità, allora la scelta migliore è quella di tenere la televisione spenta. Soprattutto se l’intenzione sarebbe quella di accenderla per tentare di “informarsi” su cosa stia succedendo nel mondo.

Il terrorismo dell’informazione

Nell’era del digitale, dell’informazione facile e accessibile a tutti, della divulgazione rapida attraverso il web, sembra proprio che i telegiornali abbiano perso non solo la loro importanza, ma abbiano anche dimenticato la loro funzione: informare. Sorvolando sulle dinamiche partitiche che si collocano nell’ombra di ogni telegiornale emesso dalle differenti reti televisive italiane – e conseguentemente dell’indirizzamento e manipolazione dell’informazione messi in atto, volti a portare lo spettatore a propendere per un determinato orientamento politico – ciò che ha ancora più dello sconcertante è la modalità di presentazione delle stesse informazioni. Ebbene sì, perché assistere a un telegiornale nel 2022 è rendersi passivi spettatori di una carrellata di notizie negative, avvilenti e sconfortanti che sembrano essere l’anticamera di un film dell’orrore. A ben vedere da ciò che ci viene presentato dai telegiornali, viviamo in un mondo di corrotti politici, stupratori, assassini, disastri ambientali, disastri economici, guerre e nient’altro. Le belle notizie si sono estinte.

L’informazione di “bassa qualità”

Non è difficile arrivare a questa conclusione, non estrema ma drammaticamente realistica, se si osserva un qualsiasi telegiornale trasmesso nelle “ore di punta” quali le 12/13 e le 20, come se ci fosse un macabro gusto nel rovinare il pasto all’inerme spettatore. Generalmente la carrellata di “brutte notizie” si apre sulla sezione politica o su quella emergenza (Covid-19, guerra, clima, insomma tutto ciò che può incutere subitaneo terrore). Politici agguerriti urlano ai microfoni di giornalisti passivi le loro proposte di propaganda politica, di riforme inattuabili, lotte di partito, una gara a chi accaparra di più. Lo spettatore medio ha una bassa considerazione della classe politica che dovrebbe rappresentarlo e, il giornalista non-giornalista, non rivolge domande sensate, provocatorie e propositive al politico di turno, ma si limita a inutili domande di circostanza come “quali sono le sue proposte per le prossime elezioni, per la tale riforma, ecc.?”. Insomma, nessuno che ponga gli interrogativi che ci aspetteremmo di sentire, né tanto meno che faccia delle interviste considerabili tali. Ma il siparietto politico è solo l’antipasto di una carrellata di portate che oscillano dalla cronaca nera, agli omicidi, le catastrofi climatiche e qualche guerra nel mondo di cui non si parlava da mesi ma che sembra essere l’unica notizia sufficientemente drammatica trovata per l’occasione. Perché sì, diciamocelo, a nessuno interessa conoscere di quel furto tenutosi nel più disperso paese della Pianura Padana, e francamente in un giornale della durata di mezz’ora non vorremmo solo sentirci raccontare notizie relative a omicidi, stupri e cataclismi.
Il punto è un altro, le informazioni che generano terrore attirano l’audience, sollecitano l’attenzione dello spettatore medio che privo di sguardo critico anela l’ennesima notizia shock che scardini la monotonia della giornata con un brivido di paura per la propria incolumità. Il giornalismo lo sa, e possiede quest’arte molto di più della capacità di fornire della vera informazione, dunque cavalca l’onda degli ascolti fondandoli su notizie a bassa resa informativa e di scarsissima qualità.

Un reale diverso da quello presentato

Dulcis in fundo, dopo aver ripercorso il memoriale di un qualche evento luttuoso, l’anniversario di un qualsiasi sterminio anche avvenuto nel Medioevo, ogni buon telegiornale che si rispetti conclude la sua carrellata di raccapriccianti notizie con un barlume di positività. Generalmente la news conclusiva consiste in un servizio di due, al massimo tre, minuti su qualcosa che non interessa a buona parte degli spettatori, e che spesso fa cambiare canale ancora prima che il telegiornale sia terminato: qualcosa tipo “il ritrovamento dell’ultima specie di corallo che si considerava estinta da almeno duemila anni”.
Non esistono più le belle notizie? Oppure non le vogliamo e sappiamo più ascoltare. I telegiornali, dovrebbero essere appunto dei “giornali trasmessi in televisione”, capaci di veicolare notizie e informazioni di ogni tipo, che spazino dalla cronaca più nera a qualche interessante scoperta della scienza o gesto altruistico che si è verificato nel mondo, ritrovamenti di opere d’arte e molto altro ancora. Invece sembra che ci stiamo dimenticando del buono dell’umanità e del mondo, relegato agli ultimi cinque minuti di un telegiornale generalmente concluso con un “buon proseguimento di serata”, quando francamente quella serata sembra proprio essere stata rovinata. Schiacciati da un’immagine del mondo che sembra tendere solo al negativo, non facciamo che vivere da spettatori un mondo che non soddisfa le nostre attese. Eppure quel mondo è spesso un’immagine fornita da uno schermo che solo parzialmente ha a che vedere con ciò che sta fuori dalla porta di casa. Il giornalismo e l’informazione, quelli definibili tali, accrescono il patrimonio di conoscenze e consapevolezza critica dei cittadini, non tengono una parte cospicua di popolazione soggiogata in una parentesi di informazioni che è solo una minima, e drammatica, parte di ciò che ci accade intorno. Questo non è giornalismo, ma teatro dell’orrore.

Martina Tamengo

U. Eco una volta disse che leggere, è come aver vissuto cinquemila anni, un’immortalità all’indietro di tutti i personaggi nei quali ci si è imbattuti.

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Le voyage, un invito all’abbandono

Le voyage, un invito all’abbandono

Le voyage, un invito all’abbandono

L’oppressione del tempo, la finitezza del mondo, l’incolmabile tensione inappagata verso un altrove che non possiede né un quando né un dove. Quando l’anima tende all’infinito gravata dall’insuperabile limitatezza dell’umano, il viaggio verso l’ignoto che alla morte si accompagna appare il più seducente approdo.

Les Fleurs du mal

Pubblicata in prima edizione nel 1857, la raccolta di componimenti I fiori del male costituisce un vero e proprio invito alla dissolutezza, a infrangere il limiti della morale condivisa in nome del perseguimento di un più alto Assoluto. L’opera si impernia intorno a quelli che sono i temi più ricorrenti del suo autore, Charles Baudelaire, quali peccato, satanismo, tensione all’inconnu, amore carnale e morte.

Charles Baudelaire fu da sempre etichettato come autore immorale, il depravato poeta dedito all’alcol, al sesso e al culto di una deviata religione ruotante intorno a un Assoluto non cristiano. L’etichetta di infrazione della morale costituisce tuttavia un parziale limite, seppure veritiero, all’interpretazione dell’opera baudleriana.
Quella del poeta che conduce la sua flanerie tra le vie di Parigi, è un’acutezza di spirito che lo porta a tentare di oltrepassare i limiti dell’umano per pervenire a segrete corrispondenze tra le cose del mondo che conferiscano un significato superiore, profondo, inconoscibile ai più, sui profondi legami che nella realtà si celano. Le corrispondenze baudleriane stanno ad esprimere significati più alti, difficili da cogliere, che richiedono un oltrepassamento della materialità terrena e che al contempo impongono al poeta che le insegue un profondo senso di inadeguatezza nel mondo. Lo spleen non è altro che il malessere derivante dalla costante incompiutezza che caratterizza la vita del poeta, circondato da uomini incapaci di innalzare il proprio spirito a più reconditi significati.

Le voyage 

I fiori del male si sviluppa dunque come la messa in pratica di svariati tentativi di evasione da una condizione che imprigiona e limita l’uomo dotato di una sensibilità superiore. L’unico definitivo approdo cui il poeta può pervenire per cercare di toccare con mano l’inconoscibile di cui nessun mortale ha mai potuto narrare è il viaggio verso la morte. Così si intitola dunque l’ultimo testo della raccolta, Le voyage: “il viaggio”. La poesia è dedicata all’amico Maxime du Camp e costituisce una sorta di implosione del desiderio di esplorazione dell’inconnu, il malessere dell’esistere portato alle sue estreme conseguenze che assume la forma di un completo abbandono alla morte e all’ignoto. Le voyage è dunque il viaggio verso la morte vissuta come unico appiglio nella speranza di trovare oltre la vita qualcosa che colmi un sentimento esistenziale di tensione inappagata.

L’estremo transito non è concepito come eterno riposo, ma come movimento, mezzo di evasione, un condottiero che guidi a nuovi lidi. Ecco dunque che la morte all’interno della poesia viene personificata in un vecchio Capitano, interlocutore di Baudelaire:

O Morte, vecchio capitano, è tempo! Leviamo l’ancora!
Questo paese ci annoia, o Morte! Salpiamo!
Se cielo e mare sono neri come inchiostro,
I nostri cuori che tu conosci sono colmi di luce!
Versaci il tuo veleno affinché ci riconforti!
Noi vogliamo, tanto questo fuoco ci brucia il cervello,
Tuffarci giù nel gorgo profondo, sia l’Inferno o il Cielo, che importa?
Giù nell’Ignoto per trovare del nuovo!

L’approdo finale 

Il poeta in costante equilibrio tra spleen et ideal deve annegare nelle acque dell’inconnu per ritrovare l’originario Assoluto cui la sua vita ha sempre teso. Il testo di Le voyage è il più lungo della raccolta e ogni strofa incalza nuovamente l’invito all’abbandono. L’esortazione è quella di lasciarsi andare al ritmo delle onde cullando il nostro infinito sull’infinito dei mari, l’infinito cui l’animo dell’uomo dotato di sensibilità tende, l’infinito anelato che non può neppure essere sfiorato fin tanto che l’individuo percorre le comuni strade dei mortali.

L’anima stessa è chiamata veliero, quasi la sua tensione naturale fosse la navigazione e non la stasi cui la vita la costringe. La nave ormeggiata in un porto privo di flutti si trova relegata in una condizione contraria alla sua natura e alla sua funzione. Così l’animo umano vuole navigare senza vapore e senza vele, abbandonarsi al movimento delle acque e lasciare che sia una sorte non controllabile a indicare la meta. Il viaggio senza una meta fissata distrae il poeta dalle proprie prigioni, lo libera progressivamente dallo spleen e gli permette di acquisire una condizione degna e appropriata al suo essere. Il mondo è chiamato monotono e meschino, l’animo dal cuore giovane sarà felice di viaggiare solo una volta imbarcatosi sul mare delle Tenebre. Sarà il Capitano a guidare il veliero, non conta la meta, conta l’appagamento, un appagamento amorfo, assoluto, inconsistente al pensiero ma anelato lungo l’arco di una vita intera.
Il voyage fu per Baudelaire non l’infrazione di una norma sociale, bensì il tentativo di oltrepassamento di una prigione intima e personale, seppur umanamente condivisibile.

Martina Tamengo

U. Eco una volta disse che leggere, è come aver vissuto cinquemila anni, un’immortalità all’indietro di tutti i personaggi nei quali ci si è imbattuti.

Scrivere per me è restituzione, condivisione di sè e riflessione sulla realtà. Io mi chiamo Martina e sono una studentessa di Lettere Moderne.

Leggo animata dal desiderio di poter riconoscere una parte di me, in tempi e luoghi che mi sono distanti. Scrivo mossa dalla fiducia nella possibilità di condividere temi, che servano da spunto di riflessione poiché trovo nella capacità di pensiero dell’uomo, un dono inestimabile che non varrebbe la pena sprecare.