René Magritte: l’arte non copia la natura

René Magritte: l’arte non copia la natura

René Magritte: l’arte non copia la natura

René Magritte, esponente del movimento surrealista, nasce a Lessines, in Belgio, il 21 novembre 1898; conobbe una grande fortuna nella seconda metà del XX secolo, soprattutto in campo grafico e pubblicitario.

René Magritte fu un insigne esponente del movimento surrealista europeo. L’esperienza surrealista trae la propria necessità dall’interpretazione fenomenica del primo Novecento: il locus horribilis fra le due guerre sfugge ad ogni esegesi positivista; un positivismo quasi del tutto esaurito alle soglie degli anni Venti, spazzato via con virulenza, dopo che la guerra di trincea abbatté ogni certezza dell’uso della ragione. 

André Breton e il manifesto surrealista

Nel 1924 André Breton, poeta, romanziere e teorico venuto a conoscenza della teoria psicoanalitica di Freud, firma e pubblica il Manifesto del Surrealismo, nel quale si legge:

Surrealismo, sostantivo maschile. Puro automatismo psichico attraverso cui si intende esprimere verbalmente, con la scrittura o attraverso qualsiasi altro metodo, il vero funzionamento della mente. È il dettato del pensiero, in assenza di qualsiasi controllo esercitato dalla ragione, al di là di ogni preoccupazione estetica o morale. (…) Il Surrealismo è basato (…) nell’onnipotenza del sogno, nel gioco incontrollato del pensiero.

Il cuore dunque del movimento surrealista risiede nella negazione del primato della ragione dogmatica, di una ragione che intende chiarificare e giustificare il reale. Di conseguenza, ogni aspetto dell’irrazionale, dell’illogico, dall’automatismo al gioco, dal caso all’assurdo, vengono assunti ad aspetti cardini dell’esistenza e dell’espressione. 

Il movimento surrealista rintraccia nelle figure di Rimbaud e di De Sade, in letteratura, e di Bosch, Arcimboldo e Füssli, in campo strettamente artistico, i precursori e anticipatori, e annovera fra le proprie fila una schiera eterogenea di teorici e artisti, fra i quali Max Ernst, Salvador Dalì, Joan Mirò, Louis Aragon, Raymond Queneau; nonché René Magritte.

René Magritte fra le due guerre

René Magritte è con ogni probabilità il surrealista che ha avuto un maggior successo di pubblico. Tranne un breve periodo di permanenza a Parigi, fra il 1927 e il 1930, durante il quale ebbe la possibilità di fraternizzare e litigare con André Breton, Magritte passò la maggior parte della sua vita a Bruxelles, ben adattandosi ad uno stile di vita borghese. 

I vari manuali di storia dell’arte non mancano di segnalare il suicidio della madre come esperienza capitale della sua esistenza: quando Magritte aveva quattordici anni la madre si suicidò e venne trovata annegata nelle acque del fiume Sambre, un affluente della Mosa, con una camicia da notte avvolta al viso. E a ben vedere, nelle opere di Magritte ritornano con insistenza alcune figure femminili non solo associate all’acqua, ma anche avvolte da panni, come ne Les amants (Gli amanti, 1928) e L’histoire centrale (La storia centrale, 1928). 

Si formò principalmente in Belgio, dove poté sviluppare un certo piacere nell’associare l’umorismo al macabro. Le sue opere, che ebbero particolare risonanza nel Secondo dopoguerra, sono testimoni della contrapposizione fra consueto e assurdo, spesso a vantaggio di quest’ultimo, del trionfo della dimensione onirica che perturba e capovolge, dello stupefacente che deride il reale borghese.

Ceci n’est pas une pipe

Tuttavia, il contributo, forse, più importante di Magritte resta la serie di opere nelle quali si legge Ceci n’est pas une pipe, la prima delle quali è stata intitolata L’uso della parola I

Se Ferdinand De Saussure scrisse che il legame fra un significato, e cioè l’oggetto designato, e un significante, ossia l’elemento formale del significato, sono legati da un rapporto del tutto arbitrario, Magritte pare voglia esasperare, se non dissolvere l’arbitrarietà e negare il legame tra pensiero, parola e rappresentazione. 

Se si pensa, ad esempio, a una farfalla, saremo portati a rintracciarla nella realtà in qualità di insetto con due ali relativamente fragili e colorate. E allo stesso modo, qualora si volesse rappresentarla, ci si sforzerebbe di riprodurne la forma alla quale i nostri sensi sono avvezzi. Sarebbe difficile scambiare una farfalla per un’ape. 

Eppure Magritte non è d’accordo: in L’uso della parola I sotto ad una elementare pipa vi è la scritta Ceci n’est pas une pipe (questa non è una pipa). Secondo l’artista belga l’arte pura non ha nulla a che fare con la realtà, ma con il pensiero. Se io disegno una pipa, non è scontato che il mio pensiero abbia proprio inteso ciò che comunemente viene accettato come pipa. La pipa, quella che si utilizza quotidianamente, è una cosa; la pipa che il pensiero intende e che l’arte rappresenta, è un’altra. L’uso della parola I prende di mira una convenzione accettata universalmente: l’arte ha valore nella misura in cui rappresenta o si ispira al reale. Non importa se i muscoli di un Eracle saranno esagerati e disumani: si riconosce sempre la forma umana. 

L’arte non copia la natura

Magritte rigetta questa convinzione, affermando che l’arte non copia la natura o il reale, né tantomeno ricerca tale imitazione: l’arte è un codice, usa un linguaggio convenzionale, come la scrittura; e come tale, rivendica una sua autonomia dal reale e dal quotidiano. La pipa rappresentata, quindi, non afferisce al reale, ma è un prodotto del pensiero. 

La radicale mancanza di legame tra pensiero, parola e rappresentazione strappa un sorriso se si pensa alla polisemia della parola “pipe”, che in francese non traduce solo “pipa”, ma anche “tubatura” (tuyau), nonché una variante gergale e dimessa di fellatio.

Giuseppe Sorace

Sono Giuseppe, insegno italiano, e amo la poesia e la scrittura. Ma la scrittura, soprattutto, come indagine di sé e di ciò che mi circonda.

Attilio Bertolucci: fra impressionismo e memoria

Attilio Bertolucci: fra impressionismo e memoria

Attilio Bertolucci: fra impressionismo e memoria

Attilio Bertolucci, poeta emiliano, suscita col proprio stile conto, ma limpido, stupore se rapportato alla crudità del Novecento, il secolo orribile.

La voce di Attilio Bertolucci si segnala per una delicatezza disarmante che ai più, immersi nell’epoca della retorica pomposa del consumismo e del fallace eroismo, resta impercettibile, nonché scomoda. 

Esordi e poetica

Attilio Bertolucci nacque vicino a Parma il 18 novembre 1911, dopo la laurea in lettere a Bologna comincia ad insegnare storia dell’arte e a dirigere una collana di opere straniere tradotte in Italia. 

La voce poetica si manifesta assai precocemente, se si tiene conto che la prima raccolta, Sirio, venne pubblicata già nel 1929, all’età di diciotto anni. E proprio dal ‘29 occorrerebbe partire per comprendere le implicazioni della poesia di Bertolucci sul seculum horribile del Novecento: dalla crisi del ‘29 al montare dei totalitarismi fino alla Seconda guerra mondiale, lo sguardo di Bertolucci si staglia su un universo governato dall’insensatezza e dalla violenza cui il poeta stesso oppone una poesia nitida, raffinatamente semplice, dimessa, dal taglio descrittivo e che rifugge toni fastosi. 

In La rosa bianca, tratta dalla raccolta La capanna indiana (1951), Bertolucci scrive:

Coglierò per te

l’ultima rosa del giardino,

la rosa bianca che fiorisce

nelle prime nebbie.

Le avide api l’hanno visitata

sino a ieri,

ma è ancora così dolce

che fa tremare.

È un ritratto di te a trent’anni,

un po’ smemorata, come tu sarai allora.

Le nebbie della poesia rimandano al paesaggio tipico della pianura Padana cui Bertolucci fu tanto avvezzo: gli elementi naturali, dalla rosa bianca alle api avide, si saldano perfettamente nella lirica dal tono lirico e impressionistico, marcando un tratto costante della poesia di Bertolucci; a ben vedere, gli ambienti domestici, le atmosfere contadine e campagnole fanno da sfondo ad uno sguardo acuto e scrutatore alla ricerca di marche elegiache, ricollegandosi alle linee già tracciate da Pascoli e Saba.

Il secondo dopoguerra

La poetica di Bertolucci subisce, nel secondo dopoguerra, un drastico cambiamento dettato dallo scorrere della Storia cui nulla può opporsi: se in un primo momento gli ambienti dimessi possono rappresentare una protezione, un’alcova ideale di riposo dell’animo, con l’inizio dell’era consumistica, che raggiunge il suo apice fra anni Sessanta e Settanta, la semplicità e primigenia essenza del mondo rurale padano si dissolve di fronte alla mesta sensazione di disgregazione

Nella descrizione impressionistica della natura fa capolino un certo sentore di negatività che acuisce lacerazioni latenti, già esacerbate dal suo trasferimento a Roma, città avvertita estranea alla propria intima essenza di poeta: 

Non posso più scrivere né vivere

se quest’anno la neve che si scioglie

non mi avrà testimone impaziente

di sentire nell’aria prime viole.

Nella prima strofa di Pensieri di casa, tratta dalla raccolta In un tempo incerto (1955), la condizione esistenziale è strettamente connessa all’attività della scrittura. E la scrittura di Bertolucci trae la propria ispirazione proprio da quelle nevi periture annunciatrici della primavera: è chiaro il rimando al paesaggio padano, avvertito tuttavia lontano, sia geograficamente in quanto negli anni ‘50 Bertolucci si trasferì a Roma, sia sentimentalmente: una sensazione di finitudine inevitabile aleggia sulla poetica del poeta emiliano, il quale si rifugia oramai nella memoria, ultima spiaggia di una morte figurata presagita:

 

Come se fossi morto mi ricordo

la nostra primavera (…).

Rino Gaetano: un antieroe impegnato

Rino Gaetano: un antieroe impegnato

Rino Gaetano: un antieroe impegnato

Rino Gaetano nasce a Crotone, città della costa achea calabrese, il 29 ottobre 1950. Poeta e cantautore impegnato, i suoi testi lo rendono l’antieroe per eccellenza dell’Italia contemporanea che arranca. 

Rino Gaetano si esibisce la prima volta a Sanremo la sera del 26 gennaio 1978, presentando Gianna: per la prima volta, nella storia della televisione pubblica italiana, viene pronunciata la parola “sesso”, un vero e proprio scandalo per l’Italia puritana. 

Assuefatti oramai da una retorica che svincola, nelle sue conseguenze peggiori, il significato di una parola dal proprio apporto morale, la piccola rivoluzione di Rino, quella sera, appare oggi fugace. Eppure, a distanza di anni, le sue canzoni e i suoi testi così pregnanti vengono ancora cantati, in virtù di un processo di immedesimazione quasi immediata con questo antieroe malinconico e ilare. 

Fra Crotone, Narni e Roma: la poesia e la musica

Pitagora, esule di Samo, giunse nel VI secolo a.C. a Crotone e vi fondò la propria scuola. Come è noto, era convinto che il numero governasse le proporzioni armoniche dell’universo, e che l’universo stesso risuonasse di una musica raffinata, impercettibile all’orecchio umano, frutto di proporzione numerica. 

Già a partire dalle proprie origini è insita la peculiarità della poetica di Rino Gaetano. Dopo essersi trasferito a Roma Rino, ancora undicenne, entra in seminario a Narni per assicurargli una solida istruzione: sono questi gli anni, intorno al 1960, nei quali si manifesta la personalità curiosa e perspicace del giovane Rino, presago del legame primevo e inscindibile fra poesia e musica.  

Nel 1970, rientrato a Roma, conclude i propri studi da geometra e parallelamente viene coinvolto dal teatro dell’assurdo: personalità del calibro di Beckett e Ionesco, ma anche Majakovskij, influenzano la poetica di Rino Gaetano, alimentando il fortissimo legame fra poesia e musica, nonché con l’apparente illogicità della parola. 

Aida: un’Italia al contempo memore e dimentica 

Nel 1977 Rino pubblica il suo terzo album, Aida, che prende il nome dall’ omonima canzone contenuta nella raccolta.

In un intreccio di allegorie e memorialismo, il testo della canzone ripercorre e sciorina le tappe fondamentali dell’Italia, dall’antichità e medioevo (E mille mari: riferimento al dominio dei mari in età bassomedievale) fino al Novecento. 

“Aida” è quindi l’Italia, nome proprio che riecheggia i fasti risorgimentali. Nella prima parte della canzone, contraddistinta da ben tre strofe, si ripercorre la storia d’Italia fino all’avvento del Fasismo e alla Seconda guerra mondiale; in particolare, nella terza strofa si legge: 

Marce svastiche e federali

Sotto i fanali

L’oscurità

E poi il ritorno in un paese diviso

Più nero nel viso

Più rosso d’amore

Non vi sono verbi, ma solo frasi nominali: l’azione, in questo testo, è lasciata all’ascoltatore, ammaliato dal tripudio nominale e aggettivale che produce l’effetto di una cantilena il cui ritmo risulta sempre uguale. 

Le “marce svastiche” sono un chiaro riferimento al patto nazi-fascista, preambolo infausto al secondo conflitto mondiale, cui fa da pendant il sostantivo “federali”, quarta carica più importante dello stato fascista.

A metà della strofa si legge “E poi il ritorno in un paese diviso”, allusione alle conseguenze dell’armistizio reso pubblico l’otto settembre 1943, per poi terminare con due versi, costruiti parallelamente e contrassegnati da note fortemente coloristiche, che riportano alla lotta partigiana e ai valori dell’antifascismo. 

I valori della storicizzazione

L’Italia di Aida è un paese bello ma ossimorico e incauto: passando in rassegna la propria storia come se fosse una raccolta fotografica, rammenta gli eventi fausti e infausti del proprio passato recente e remoto, senza tuttavia operare la necessaria storicizzazione e naturale assunzione di ciò che è stato. Italia/Aida sarà pur splendida, ma a causa dell’incapacità di storicizzazione delle pagine più oscure del proprio passato, sarà condannata a riguardarsi indietro e rischiare pericolosi ritorni di fiamma con ideologie grottesche e illogiche.

Giuseppe Sorace

Sono Giuseppe, insegno italiano, e amo la poesia e la scrittura. Ma la scrittura, soprattutto, come indagine di sé e di ciò che mi circonda.

Il dieci agosto di Pascoli: il male esacerbato

Il dieci agosto di Pascoli: il male esacerbato

Il dieci agosto di Pascoli: il male esacerbato

Giovanni Pascoli compone la lirica del X agosto in memoria del padre ucciso di ritorno dal mercato di Cesena. Il barbaro assassinio assume una connotazione universale e metafisica, e le stelle cadenti tentano la purificazione da un male portato alle estreme conseguenze.

Il dieci agosto 1867 è una data dolorosa per Pascoli. Proprio nel giorno di San Lorenzo, appena dodicenne, perde il padre Ruggero, assassinato mentre stava rientrando verso casa, a San Mauro di Romagna, dal mercato di Cesena. 

La precoce perdita del padre e i lutti familiari che affliggeranno l’animo di Pascoli negli anni a venire lasceranno una marca indelebile nella sua poesia, semplicisticamente etichettata “delle piccole cose”. 

Una poesia metafisica

La poesia di Pascoli, che si articola in una seria di raccolte curate dall’autore stesso fino all’anno della sua morte nel 1912, è relegata dai manuali scolastici a poesia che si attarda sui particolari dimessi e umili della realtà, lasciando la sontuosità e l’edonismo del linguaggio ad un irriverente D’Annunzio, e la sperimentazione classicheggiante al pedante Carducci. 

Eppure la poesia di Pascoli, da La mia sera a Commiato, ma soprattutto nel X agosto, lambisce candidamente alcune tematiche che esulano dalla tanto decantata realtà modesta: la poetica di Pascoli si interroga sulla questione universale del male, sulla sua giustificazione, senza fornire una risposta che pretenda esaustività; la sua poetica scandaglia la possibilità di una vita dopo la morte, assai remota tuttavia per un poeta il cui sguardo oramai è disincantato e fustigato dal reale gretto.

X agosto: notte di San Lorenzo

La lirica X agosto, composta nel 1986 e confluente nella prima raccolta, Myricae, istituisce un tenue parallelismo fra il tragico destino del padre e la morte della rondine, la quale stava ritornando al nido col cibo per i rondinini: 

Ritornava una rondine al tetto:

l’uccisero: cadde tra spini:

ella aveva nel becco un insetto:

la cena de’ suoi rondinini.
(…)

Anche un uomo tornava al suo nido:

l’uccisero: disse: Perdono; 

I versi, fortemente pausati, comunicano tutta la tragicità dell’evento e non mancano di alludere all’altrettanto beffardo destino che attende i piccoli, privati del cibo e dell’elemento portante della famiglia, insistendo sempre sul parallelismo fra la rondine e il padre. 

Persino la volta del cielo sembra partecipare al compianto funebre del poeta: le stelle cadenti che si intravedono le notti del dieci agosto, quando il cielo è terso, diventano metaforicamente le lacrime per il male compiuto nei confronti degli innocenti, un estremo tentativo di purificazione della Terra.

Il male universale

E tu, Cielo, dall’alto dei mondi

sereni, infinito, immortale,

oh! d’un pianto di stelle lo inondi

quest’atomo opaco del Male!

L’ “atomo del Male” cui si riferisce Pascoli nell’ultima strofa è la Terra: la comunità di uomini e donne che si affaccendano ogni giorno è la causa del male perverso che colpisce gli innocenti. La Terra, colpita dallo scellerato libero arbitrio dei suoi abitanti, è la sola, in tutto il cosmo, ad essere bagnata dal sangue e dal pianto. 

Il cielo, nella notte di San Lorenzo, martire cristiano abbrustolito sulla graticola, riversa sull’arido atomo un pianto di stelle nel disperato tentativo di una purificazione universale. 

Giuseppe Sorace

Sono Giuseppe, insegno italiano, e amo la poesia e la scrittura. Ma la scrittura, soprattutto, come indagine di sé e di ciò che mi circonda.

L’inizio dell’era atomica: Hiroshima, 6 agosto 1945

L’inizio dell’era atomica: Hiroshima, 6 agosto 1945

L’inizio dell’era atomica: Hiroshima, 6 agosto 1945

Hiroshima passa per la storia ben due volte: il 6 agosto 1945, quando con lo sgancio della prima atomica si inaugura l’era dell’atomica, e il 27 maggio 2016, data in cui l’allora presidente Barack Obama visita per la prima volta dal 1945 Hiroshima.

La mattina del 6 agosto 1945 gli abitanti di Hiroshima, città costiera dell’Honshu meridionale, si svegliano come se fosse una giornata del tutto normale, nonostante la guerra in corso: gli uomini si dirigono al lavoro, in fabbrica o in ufficio, i bambini e le bambine a scuola, le donne si apprestano a svolgere le faccende di casa; c’è anche chi si dirige verso i campi. 

Nessuno poteva immaginare la catastrofe che stava per abbattersi su questa cittadina che al tempo contava circa 300.000 abitanti. E nessuno poteva immaginarsi che la catastrofe di Hiroshima avrebbe dato inizio alla minaccia e all’era dell’atomica

Paul Tibbets

All’epoca dello sgancio della prima atomica su Hiroshima Paul Tibbets, colonnello dell’aviazione americana incaricata dell’operazione, aveva 29 anni, ed era di stanza sull’isola di Tinian, nell’arcipelago delle isole Marianne. 

Decollato da Tinian a bordo di un Boeing B-29, fu Paul Tibbets a sganciare la bomba su Hiroshima. 

Secondo la sua testimonianza, dopo lo sgancio l’aereo di Tibbets compi’ una virata per vedere che cosa fosse successo, e scorsero una nube a fondo che, tempo della virata, raggiunse l’altezza alla quale si trovava il B-29, e cioè a 11.000 m di quota. Sotto la nube la città di Hiroshima non era più visibile, coperta da una coltre nera e fumosa, densa. Tibbets testimonia che la città:

sembrava ribollire come la superficie di un barile di catrame quando si asfalta una strada. (…) L’effetto era identico, vedevamo bollire la città.

Tibbets si stupì dell’effetto dell’atomica su Hiroshima, assai diverso da quello di una bomba convenzionale: quando si sgancia una bomba convenzionale, il punto colpito a terra e in fiamme, dunque visibile. In seguito allo sgancio di una bomba atomica, al contrario, della città colpita, in questo caso Hiroshima, non rimane nulla; una superficie assai vasta per coprirla con una bomba sola. 

Effetti dell’atomica

Quando una bomba atomica viene sganciata causa uno spostamento d’aria, in secondo luogo un’ondata di calore e infine un’irradiazione di particelle gamma. 

Lo spostamento d’aria è simile a quello di una bomba convenzionale: si calcola che dei 100.000 morti di Hiroshima, solo 20.000 morirono per cause dovute al trauma dell’esplosione.

L’ondata di calore è generata dal fatto che la temperatura, quando la bomba esplode, è di 6.000 gradi, la stessa del Sole, e produce scottature mortali persino a Km di distanza: 60.000 abitanti di Hiroshima morirono bruciati vivi. 

Infine, le radiazioni gamma producono danni gravissimi al midollo osseo e al sistema nervoso e al sistema gastro-intestinale, quest’ultimi manifestando sintomi quali diarrea e vomito; coloro che vengono colpiti al sistema nervoso non vivono più di 5 minuti. Col tempo, molti sopravvissuti al 6 agosto 1945 manifestarono effetti tardivi e a lungo termine quali cancro e leucemia.

La visita di Obama a Hiroshima

Il 27 maggio 2016 l’allora presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, decide di intraprendere un’impresa immane e scardinare dal profondo un tabù della storia recente statunitense visitando la città di Hiroshima. Simbolo di questa visita rimasta nella storia è l’abbraccio fra Barack Obama e Mori Shigeaki, un sopravvissuto della strage del 6 agosto, di fronte al cenotafio in onore delle vittime dell’atomica. Durante il discorso, l’allora presidente degli Stati Uniti non ha chiesto perdono per la strage compiuta (il che sarebbe stato controverso in patria), ma ha lanciato un monito per la debellazione totale dell’arma atomica, minaccia che incombe sugli equilibri della comunità internazionale.

Giuseppe Sorace

Sono Giuseppe, insegno italiano, e amo la poesia e la scrittura. Ma la scrittura, soprattutto, come indagine di sé e di ciò che mi circonda.