Evelyn: chi si spoglia dai limiti grigi e si tuffa nel verde

Evelyn: chi si spoglia dai limiti grigi e si tuffa nel verde

Evelyn: chi si spoglia dai limiti grigi e si tuffa nel verde

La metamorfosi liberatoria di un essere imprigionato nei propri limiti

Evelyn è sola e impaurita. È rannicchiata come un pulcino in una lavatrice grigia, in un mondo grigio. Si sveglia e uno schermo si attiva: una bocca dalle labbra carnose, denti perfetti e voce suadente le impone di darsi da fare per essere bella, per essere felice.

La sapiente regia di Giacomo Gamba guida Evelyn, Elena Guitti, sulla scena del Piccolo Teatro Libero di San Polino (Bs) dal 10 al 19 giugno. Il recitato è quasi assente, ma è il corpo a muoversi in un intricato ginepraio di emozioni nel solco di un terribile dissidio: l’accettazione da parte degli altri o del sé.

La parola è muta, il corpo parla. Elena Guitti afferma che lo spettacolo è creato a partire dalla fiaba scritta proprio da Giacomo Gamba, La Linfa di Evelyn. Il tutto poi ha assunto una figura plastica, in divenire, cucita addosso al corpo dell’attrice, come un abito d’acqua.

Evelyn si affanna a rincorrere un modello di felicità preconfezionato. Incasellata in una matrice numerica, rimane nell’anonimato di mille vite prive di colore. Ascolta quelle voci che si insinuano nella sua mente. Come in Amleto il veleno corre nelle orecchie goccia dopo goccia, subdolo, e con una parvenza di benevolenza.

 

Quelle voci fingono di essere amiche.

Sono dei comandamenti scolpiti nell’aria, ma così subdoli da creare una realtà distorta.
La povera Evelyn prova a seguire quei falsi profeti, ma non corre a sufficienza per raggiungere quegli standard. È così triste, è maledetta da un Dio crudele che rimane muto mentre sghignazza meschino in un angolo, guardandola muoversi così goffa nella solitudine del proprio appartamento.

Una parrucca bionda, dei tacchi lucidi rossi, un reggiseno portentoso: ecco i trucchi per essere esattamente come una donna dovrebbe essere. Almeno, secondo i canoni creati unicamente per vendere della merce, nulla più.

Evelyn stravolge il proprio corpo, lo plasma in forme che non le appartengono. Si sente soffocare, tutto ruota, tutto è impossibile. Entra di nuovo nella lavatrice fino a che una tempesta cambia tutto.

Quando si è in balia di una tempesta non c’è più parrucca che tenga! Si è a confronto con se stessi, non vi sono giochetti o trucchi che possano venire in soccorso. È la notte dei ricordi che dapprima guaiscono sotto la cenere, e poi latrano demoniaci. Sono belve in una selva oscura, ma non si ha nessuna guida a cui chiedere un pietoso aiuto.

La tempesta è un rito iniziatico, in una notte in cui gli sguardi che Evelyn si sentiva puntati addosso muoiono. Muoiono con il carapace che lei si lascia alle spalle, perfettamente modellato sulla sua figura. Ma ne è solamente una forma antica, a monito imperituro di quanto i limiti siano fatti per essere superati: basta solamente spogliarsene.

Il rito è compiuto: elemento vitale e trascendente si sono uniti per creare la nuova Evelyn. La protagonista si avvicina all’albero che per tutto il tempo è rimasto accanto a lei, con tre foglie che educatamente hanno atteso in pacifico silenzio il suo mutamento.

La nuova vita di Evelyn è una rinascita dalle macerie da una piaga mondiale, che ha posto ogni essere umano davanti a se stesso, nella propria solitudine. In quello spazio grigio, che è tempesta, tutto si è fermato. La delicatezza dell’essere umano è emersa, tangibile, ma meravigliosa come le foglie vitali dell’alberello indifeso e titanicamente potente.

Ecco che Evelyn si avvicina a quel piccolo ricettacolo di linfa con gli occhi sognanti di bambina. L’albero accoglie la sua presenza, come un padre amorevole, senza chiedere nulla in cambio. La presenza fisica e spirituale delle due entità si fondono, ritornando a una commistione ancestrale, che genera vita.

Maria Baronchelli

Sono Maria Baronchelli, studio Lettere Moderne presso l'Università degli Studi di Milano. La lettura e la scrittura hanno da sempre accompagnato i miei passi. Mi nutro di regni di carta, creandone di miei con un foglio e una penna, o una tastiera. Io e i miei personaggi sognanti e sognati vi diamo il benvenuto in questo piccolo strano mondo, che speriamo possa farvi sentire a casa.