Chi cerca, trova: alla scoperta di cinque proverbi italiani

Chi cerca, trova: alla scoperta di cinque proverbi italiani

Chi cerca, trova: alla scoperta di cinque proverbi italiani

I proverbi, perle di saggezza popolare, rientrano ormai nel linguaggio comune. Ma ci siamo mai chiesti come sono nati? Scopriamo l’origine di cinque di loro più da vicino!

Linguaggio è sinonimo di cambiamento. Non esiste, infatti, niente che possa eguagliarlo nella sua incessante attività di evoluzione: è un organismo che assorbe e si arricchisce di tutte le istanze che lo circondano.
Come qualunque liquido assume la forma del recipiente che lo contiene, così la lingua si adatta naturalmente alla propria epoca di appartenenza.
Adattarsi però significa portare dietro una parte di sé in un ambiente nuovo, custodirla e darle nuova linfa. Da qui, l’inserimento di antichi proverbi nei più disparati contesti della nostra vita quotidiana e la loro capacità di risultare perfettamente calzanti.
Interessanti spunti di riflessione, moniti severi, saggi consigli, di generazione in generazione sono sopravvissuti fino ad oggi. Nonostante tutti li conoscano e li utilizzino, pochissimi conoscono la loro origine.
Ecco, quindi, un curioso approfondimento su cinque dei proverbi italiani più famosi!

 

CAMPA CAVALLO CHE L’ERBA CRESCE!

Questo proverbio, che suona come un invito alla pazienza o, piuttosto, alla rassegnazione, deriva da una favoletta popolare. La storia narra di un tale che trascinava per le briglie il suo vecchio cavallo, ormai stanco e digiuno, lungo una strada acciottolata e priva di vegetazione. Ogni volta che l’animale sembrava sul punto di cedere e spirare, l’uomo lo spronava, pregandolo di resistere fino a che l’erba non fosse cresciuta per saziare la sua fame spietata.

CHI VA A ROMA, PERDE LA POLTRONA!

L’espressione originale di questo detto, che affonda le sue radici nella Spagna del XV secolo, risulta essere: “Quien va a Sevilla, pierde su silla!”. Si racconta che, durante il regno di Enrico IV di Castiglia, Alonso III de Fonseca fu nominato arcivescovo di Compostela, mentre suo zio, Alonso I de Fonseca, possedeva l’arcivescovado di Siviglia. A quel tempo, scoppiando numerose rivolte in Galizia, Don Alonso I decise di raggiungere il nipote per occuparsi della situazione spinosa al suo posto e lasciargli l’unico onere di amministrare la sede sivigliana in sua assenza. Tuttavia, al suo ritorno scoprì sfortunatamente che il nipote non era più disposto a restituirgli l’incarico, spingendo sia re Enrico sia papa Niccolò V a intervenire per risolvere la disputa. Quando finalmente il giovane tornò a Compostela, dovette scontare cinque anni di carcere per il reato commesso.

IL GIOCO NON VALE LA CANDELA!

Esistono tre diverse ipotesi legate a questo proverbio, che rimanda all’ambiente francese di fine ‘500. La prima, relativa al mondo religioso, vede la sostituzione del termine “gioco” con “santo” e si riferisce a coloro che, non essendo ritenuti in grado di fare grandi miracoli, non meritavano neanche l’accensione di un cero. La seconda riguarda l’usanza di ridurre il testo degli spettacoli teatrali al fine di far coincidere lo svolgimento con la durata dell’illuminazione. L’ultima, la più accreditata, ha attinenza con l’abitudine dei giocatori di carte di pagare l’oste per risarcirlo delle candele che erano state consumate nell’arco della serata. Talvolta, la posta in gioco era così irrisoria che la vincita non sopperiva alla spesa.

IL MATTINO HA L’ORO IN BOCCA!

Molti potrebbero pensare che questa massima sia frutto della consuetudine, propria dei nostri antenati, di iniziare a lavorare presto… Beh, niente di più sbagliato!  La sua provenienza risale a una vecchia tradizione siciliana. La notte precedente la festa di fidanzamento della figlia maggiore, veniva nascosto un gioiello d’oro nella bocca di uno dei “mascheroni” delle fontane del paese. La mattina successiva, le ragazze nubili della zona iniziavano una frenetica caccia al gioiello, lasciapassare per un’altrettanta rapida promessa amorosa. Ovviamente, alzarsi per prime implicava maggiori possibilità di riuscita. Insomma, tutta questione di “luccicanza”… (a buon intenditor, poche parole!).

SPOSA BAGNATA, SPOSA FORTUNATA!

Ultimo, non per importanza, ma per restare in tema amore-promesse-matrimoni, è questo proverbio che rievoca le credenze del ceto contadino, configurandosi come un augurio di prosperità e felicità. Nel mondo agricolo la donna era considerata forza creatrice, trasposizione umana della potenza generatrice della Terra. Da qui, l’idea che la sposa, proprio come il terreno, se bagnata dalla pioggia, sarebbe potuta diventare più fertile, gravida di una prole abbondante. L’arrivo del temporale il giorno del matrimonio, dunque, diventava segno inequivocabile dell’imminente ampliamento della famiglia.

 

Di Ilaria Zammarrelli

Paolo Borzacchiello e HCE: quando l’abito fa il monaco

Paolo Borzacchiello e HCE: quando l’abito fa il monaco

Paolo Borzacchiello e HCE: quando l’abito fa il monaco

Drammatico, peso, sabotare, difficile: queste sono tra le tante parole che non devi più pensare, né pronunciare. Non lo dico io, ma l’esperto di intelligenza linguistica che ha rivoluzionato il modo di concepire il linguaggio e le interazioni umane: Paolo Borzacchiello. Quindi, prenditela con lui.

Sarcasmo a parte (che tra l’altro può essere poco benefico per il cervello, ma ne parleremo), Borzacchiello ha alle spalle anni di studi sul legame che intercorre tra la nostra mente e le parole con cui descriviamo la nostra realtà.

Nella sua esclusiva scuola, l’HCE University di Pavia, Paolo e la sua squadra hanno posto come punto cardine della loro missione un concetto fondamentale: parlare di comunicazione è ormai cosa superata e limitante. Molto meglio parlare di interazione, termine ben più denso di significato.

 

 

Interazione vs comunicazione

 

Cosa significa, dunque, parlare di interazione e lasciare in soffitta concetti polverosi e obsoleti?

Quando ci riferiamo alla comunicazione, ci limitiamo a prendere in esame tre postulati:

 

verbale: le parole che pronunciamo;

paraverbale: tono, ritmo, timbro, volume della nostra voce;

non verbale: il linguaggio del corpo.

 

Il nostro cervello utilizzerà gli ingredienti che noi gli forniremo. Pertanto, possiamo scegliere se fossilizzarci sui pochi elementi che stanno alla base del comunicare, oppure prendere una strada nuova.

Imparando a riconoscere tutte le variabili che possono influenzarci, arricchiremo la nostra vita e le nostre interazioni con noi stessi e con gli altri. Ma è necessario conoscerle bene per volgerle a proprio vantaggio, ed è proprio qui che operano Borzacchiello e la squadra HCE: negli ultimi trent’anni hanno condotto ricerche ed esperimenti, abbracciando le più svariate discipline, fino a codificare tutte le variabili esistenti e a raggrupparle in 5 diverse intelligenze.

 

Le 5 intelligenze HCE

 

Ogni volta che interagiamo con noi stessi e con gli altri, dunque, siamo influenzati da infiniti fattori: non solo le parole che usiamo, ma anche il materiale dei mobili intorno a noi, gli abiti che indossiamo, ciò che mangiamo, gli odori, i gesti, il colore delle pareti. Eravate a conoscenza del fatto che il nostro cuore batte più velocemente alla vista del colore rosso? Adesso sì, quindi sapete cosa indossare al prossimo appuntamento.

 

Paolo Borzacchiello ci presenta le 5 intelligenze e le variabili in esse contenute nel libro HCE – La scienza delle interazioni umane, scritto in collaborazione con Luca Mazzilli.

C’è un trucchetto per aiutarci a ricordarle: basta memorizzare l’acronimo SCALE (Strategic, Conduct, Ambient, Linguistic, Emotional).

 

 

  1. Intelligenza strategica

Riguarda tutti gli obiettivi che ci prefissiamo e le strategie mentali scelte per raggiungerli. Ci insegna come ragionare per trovare i migliori piani di azione, come quando ci imbattiamo nell’ostilità di una persona con cui ci stiamo relazionando. Facciamo un esempio: immaginiamo di dover convincere un cliente ad acquistare il nostro prodotto. Un modo efficace è quello di presentare all’interessato altre tre valide alternative, elencandogli i nostri competitor. Così dimostreremo di non aver bisogno di vendere a tutti i costi ciò che offriamo. Un punto a nostro favore, che risulteremo sicuri di noi e del nostro prodotto.

 

  1. Intelligenza comportamentale 

Si occupa di tutto ciò che ha a che fare con espressioni, gesti e posture. Il modo in cui ci muoviamo parla di noi. Se siamo dei leader e abbiamo bisogno di acquisire credibilità, meglio evitare di grattarci il viso o le braccia mentre interagiamo con il nostro pubblico, perché rischieremmo di trasmettere insicurezza. Prediligere una postura ferma e non oscillare lateralmente sono altri punti da tenere in considerazione, insieme a respirare con il diaframma, affinché la nostra voce risulti più nitida.

 

  1. Intelligenza ambientale 

L’abito fa il monaco. Ci hanno sempre detto il contrario, ma Borzacchiello ha chiarito più volte questo punto. È la teoria dell’enclothed cognition: tutto ciò che indossiamo genera in noi sensazioni specifiche, così come con quelli che interagiscono con noi. Vestire abiti che ci facciano sentire bene con noi stessi ci aiuta a ottenere risultati migliori. L’intelligenza ambientale si occupa proprio di questo: scegliere con cura colori, materiali e vestiti per raggiungere i nostri obiettivi.

Lo sai che per generare empatia nel tuo interlocutore, ti basterà offrirgli una bevanda calda? Questo grazie alla variabile della temperatura, che può tornarti molto utile se ti occupi di vendite.

 

  1. Intelligenza linguistica 

Le parole che usiamo sono importanti, perché generano un cocktail ormonale capace di ribaltare completamente i nostri risultati. Facciamo subito un esempio. Prendiamo in esame la parola difficile. È un termine negativo che può far bloccare il nostro sistema parasimpatico, il quale monitora le azioni inconsce dell’organismo. Difficile comunica al cervello che ci saranno degli impedimenti lungo il cammino, sforzi da compiere. Prenderemo pessime decisioni perché abbiamo in corpo pessime sostanze, come il cortisolo, ormone dello stress.

Ma se la sostituiamo con la parola sfidante, i giochi cambiano. Il cervello tradurrà la situazione come una sfida da vincere, e l’organismo comincerà a produrre dopamina per prepararsi alla gara, rendendoci energici e grintosi.

 

  1. Intelligenza emotiva

Quest’ultima intelligenza ci aiuta a gestire il nostro stato d’animo.

Cambiare il nostro umore o quello degli altri in base agli ormoni che produciamo, è possibile. Avete mai notato la postura di una persona triste? Presumibilmente avrà il capo chino, le spalle basse, le labbra lievemente piegate all’ingiù. Se quella stessa persona cominciasse ad alzare la testa, a sorridere volontariamente e a respirare meglio, produrrebbe ormoni come ossitocina e serotonina, capaci di migliorare il suo umore e di aiutarla a prendere decisioni più lucide.

 

 

La parola magica 

 

Tra le intelligenze appena analizzate, una in particolare è il cuore pulsante delle ricerche di Paolo Borzacchiello: quella linguistica. Le parole possono fare magie, modificare la realtà che abbiamo intorno e permetterci di raggiungere obiettivi impensabili. E Paolo ce lo dimostra nella sua trilogia, Il signore delle Menti.

Il primo volume, La parola magica, pubblicato da Mondadori nel 2018, è l’inizio di una missione: quella di Leonard Want, grande esperto di interazioni umane e intelligenza linguistica (vi ricorda qualcuno?), ingaggiato da Dio in persona per una consulenza molto singolare.

Il libro non è un semplice romanzo, ma si presenta con peculiarità osservabili nell’alternanza di tre diversi stili. Oltre allo stampatello tradizionale, possiamo notare il corsivo, che l’autore utilizza quando Leonard spiega le sue tecniche di intelligenza linguistica, e il grassetto, riservato ai comandi inconsci racchiusi nel volume. In questo modo, mentre ci godiamo la storia, possiamo imparare qualcosa di utile per migliorare le nostre interazioni ed essere influenzati positivamente senza nemmeno rendercene conto.

Ogni personaggio è accuratamente studiato per rappresentare una parte diversa della nostra mente, tra cui i tre cervelli, suddivisione che si deve allo scienziato Donald MacLean.

Vediamo quali sono i personaggi principali nati dalla penna di Borzacchiello.

 

I personaggi della Parola Magica

 

-Evelyn, bellissima e spietata, è l’incarnazione del cervello rettile, quella parte della nostra mente legata agli istinti, che si mette subito in allarme, fiuta il pericolo ed è molto diffidente. È programmato per proteggerci e farci sopravvivere, è la parte di noi che coglie ogni parola in modo letterale. Ironia e sarcasmo non vengono colti, quindi, stiamo attenti la prossima volta che diciamo di “star morendo dal ridere”;

 

-Lucifer, linguaggio ipnotico e seducente, rappresenta il cervello limbico. È la parte più egoista e appassionata di noi, che brama, empatizza, si commuove. Può essere stregato grazie a particolari strategie linguistiche, che lo emozionano e gli fanno rilasciare un’incredibile quantità di ossitocina, ormone che rafforza il senso di fiducia;

 

-Leonard Want rappresenta la neocorteccia, nostra componente logica e razionale. È spesso vittima di bias cognitivi, ovvero errori del cervello, scorciatoie che prendiamo per velocizzare i nostri ragionamenti, ma che possono trarci in inganno. Un esempio è quello del bias di conferma, che ci fa notare solo le informazioni che confermano una nostra precedente tesi, escludendo tutte quelle contrarie: così penseremo sempre di aver avuto ragione sin dall’inizio, anche quando non è così.

Possiamo dire che la neocorteccia giustifica le decisioni prese da cervello rettile e limbico, anche inventando mille scuse pur di farci sentire meglio;

 

-Lisa, un’anziana signora che afferma di essere Dio, profuma di vaniglia, ha un pessimo gusto nel vestire ed è una fumatrice incallita. Lei rappresenta la ghiandola pineale. Essa prende decisioni secondo la nostra volontà, e saranno buone decisioni solo se i tre cervelli sono allineati e in pace tra loro. Per questo, prima che Lisa possa scegliere cosa fare, ha bisogno di consultarsi con Leonard, affiancato da Evelyn e Lucifer. Niente spoiler sulla decisione finale di Dio!

 

 

Conclusioni 

 

Se entriamo nell’ottica di interagire con noi stessi e il mondo esterno, possiamo cominciare a notare molti più dettagli a cui prima non prestavamo attenzione. Conoscere il funzionamento del nostro cervello ci permette di scegliere le parole migliori per nutrirlo, senza cadere nelle trappole mentali che rallenterebbero la nostra crescita personale. E il bello della conoscenza è che non si ferma mai: dobbiamo tenerci in costante aggiornamento, perché ogni giorno vecchie teorie vengono smentite, e nuove tesi vedono la luce.

Martina Marotta

"Sono Martina, classe 1996. Laureata in Lettere e diplomata in Contemporary Humanities alla Scuola Holden, scrivo articoli e poesie per IoVoceNarrante. Potrei vivere bene anche in un mondo post apocalittico, basta che mi lascino scrivere".