Il primo “blockbuster” della storia: Star Wars

Il primo “blockbuster” della storia: Star Wars

Il primo”blockbuster” della storia: Star Wars

Il 25 maggio 1977 arrivava nei cinema il primo episodio della prima trilogia di Star Wars, la saga che ha cambiato il cinema, il primo blockbuster della storia che ha cambiato il modo di vendere e di fare il cinema. 

Secondo la definizione dello studioso Geoff King l’espressione New Hollywood identifica tutto il cinema che segue l’era dello studio system, raccogliendo l’arco temporale che va dalla II metà degli anni sessanta al nuovo millennio, individuando al suo interno fasi differenti. La prima, la fase della Hollywood renaissance; la seconda invece, quella che fa da sfondo alla saga delle guerre stellari, è chiamata l’età dei blockbuster. 

A metà degli anni sessanta il cinema si trova in una situazione economica critica: il pubblico prediletto dei produttori cinematografici, le famiglie, abbandonano le sale in favore di nuovi tipi di svago (la televisione, che si fa strada nella borghesia americana minacciando di estinzione l’intrattenimento su pellicola) facendo floppare tutte le costose pellicole prodotte in quegli anni. Ma è dal 1967 che Hollywood pone i prodromi per la sua rinascita per mezzo di pellicole indipendenti e a basso costo, produzioni che nascono dall’estro di registi di formazione universitaria. Appartengono a questi anni film cult come Easy Rider, manifesti della nuova Hollywood, di una nuova società e della controcultura che inizia a vedersi rappresentata.

Nonostante pellicole come Easy Rider, Bonnie & Clyde e Il Laureato determinarono la rinascita di Hollywood, non riuscirono ad apportare introiti economici pari a quelli dell’era dello studio system non riuscendo in definitiva a sottrarre il cinema alla minaccia del piccolo schermo. 

Ma il 25 maggio 1977 lo possiamo definire come il giorno della rinascita per Hollywood: è infatti il giorno in cui nelle sale approda il primo film della fortunatissima saga Star Wars, diretto da George Lucas. Si apre così l’era dei blockbuster, film con budget stellari destinati a incassare moltissimo al botteghino. Si opta soprattutto per film d’azione in grado di scollare le persone dal televisore proponendo loro la visione di qualcosa di sensazionale ed imperdibile che il piccolo schermo non è in grado di offrire: Geoff King parla di “formato a picchi” per descrivere le sequenze spettacolari e di tensione dei moderni blockbuster che si presentano più frequentemente rispetto alle lineari trame proposte dalla tv e, ancora prima, dalla Hollywood classica. 

Come nota Marco Cucco la vera rivoluzione sta nel fatto che i blockbuster portano sullo schermo generi di serie B: questi generi hanno il vantaggio di «trasmettere un’esperienza immediata, diretta e non ambigua […] di natura fenomenologica», permettendo in questo modo che qualsiasi persona, indipendentemente dall’età, dal ceto e dalla cultura, possa apprezzarli. 

Blockbusters come Star Wars inoltre vengono pensati per diventare dei veri e propri franchise, cioè marchi sfruttabili anche in altri settori al fine di ottenere profitti ulteriori (alle volte anche superiori agli incassi del botteghino).  

Star Wars quindi ha cambiato il modo di andare e approcciarsi al cinema; ma ha anche cambiato il modo di fare il cinema, creando delle rappresentazioni paradigmatiche che hanno ispirato molte delle saghe successivamente prodotte. Nel 1977 produttori e registi non avevano a disposizione gli strumenti tecnici della post produzione che oggi permettono di creare qualsiasi effetto speciale; quindi come hanno creato alcuni fra gli effetti speciali più famosi ed iconici della saga che hanno inevitabilmente influenzato ogni successiva rappresentazione di storie ambientate nello spazio?

Spade laser: nel primissimo episodio (Episodio IV) le spade erano fisicamente sul set: si trattava di tubi estremamente riflettenti che se colpiti con della luce sono in grado di rimandare in camera la quasi totalità della luce. Inoltre le spade, all’atto della ripresa, erano tutte bianche: il colore veniva poi dato in post produzione (quindi colorando le spade direttamente sulla pellicola). Queste spade fisiche avevano però alcuni contro: l’attore non poteva muoversi troppo liberamente con la spada in mano perché se fosse uscito dalla zona illuminata, la spada non sarebbe stata in grado di riflettere la luce in camera. Inoltre era impossibile creare l’effetto di accensione in modo fluido: nel primo episodio infatti, se si fa attenzione, si riesce a vedere che prima dell’accensione della spada la scena ha subito un taglio. Dal film successivo vengono abbandonate le spade fisiche e Lucas decide che vengano create in post-produzione. naturalmente non c’erano gli strumenti tecnici di oggi, quindi venivano disegnate singolarmente su ogni frame di pellicola. 

Combattimenti spaziali: i combattimenti tra navicelle spaziali sono moltissimi. per ricrearli venivano riprese le navicelle singolarmente su bluescreen, e poi venivano composti (come oggi si farebbe con after effects) con tanti elementi di pellicola uno sopra l’altro. 

Personaggi fantastici: è Frank Oz, la voce di Kermit la rana del muppet show, il demiurgo che muove il pupazzo di Yoda. Per creare questo iconico personaggio l’incaricato degli effetti speciali si prese la briga di crearne lui stesso il design a sua immagine e somiglianza. Durante le riprese Yoda era messo in movimento da ben tre persone.

Giorgia Grendene

Sono Giorgia e amo le cose vecchie e polverose (come la mia laurea in lettere classiche), le storie un po’ noiose che richiedono tempo per essere raccontate e apprezzate, i personaggi semplici con storie disastrose. Mi piacciono il bianco e nero e il technicolor molto più del 4K, i libri di carta molto più degli e-book, il salato molto più del dolce, i cani molto più dei gatti.

Il cinema indiano in Italia: intervista a Selvaggia Velo

Il cinema indiano in Italia: intervista a Selvaggia Velo

Il cinema indiano in Italia: intervista a Selvaggia Velo

Abbiamo avuto il piacere di fare una chiacchierata con Selvaggia Velo per parlare di festival del cinema, cinema indipendente indiano e delle donne. Fiorentina doc, dopo aver vissuto a Parigi e a Bruxelles e laureata a Bologna, fonda il River to River Florence Indian Film Festival, l’unico festival di cinema indiano presente in Italia. 

Come è nato il River to River Florence Indian Film Festival e qual è il tuo legame con l’India?

“Inizia tutto nel 1998 con una mostra di manifesti di cinema indiano dipinti a mano. Poi con Sergio Staino, direttore dell’Estate fiorentinarassegna culturale del Comune di Firenze che si svolge nei mesi estivi, .ndr – nell’anno successivo, si trovò un piccolo budget per portare a Firenze i pittori indiani di questi manifesti per farli dipingere en plein air durante gli eventi dell’estate fiorentina. In quell’occasione fu proiettato un film indiano in VHS. Nell’ottobre del 2001 poi si riuscì a organizzare il vero e proprio festival del cinema indiano, la prima edizione di River to River. Il 2001, per il cinema indiano, fu un anno importantissimo: Lagaan, infatti, vince al festival di Locarno e Monsoon Wedding di Mira Nair vince il Leone d’Oro a Venezia.

Si capisce subito l’importanza di questo festival e una serie di cose che bisognava ancora fare: avere un catalogo bilingue come testimonianza dell’avvenimento. E l’attaccamento alla tangibilità è rimasto perché anche quando siamo andati online nel 2020 c’è stato. Un’altra cosa da fare poi era invitare ospiti indiani”. 

E quanto era celebre il cinema Indiano all’epoca?

C’era poco e nulla: qualcosa era stato fatto a Locarno, una rassegna di film indiani chiamata Indian Summer. In Italia invece niente. 

Chi è stato il primo contatto con l’India e col Cinema Indiano?

“Io personalmente non ho contatti diretti con l’India, non ho parenti né ho mai avuto conoscenze. Uma da Cunha – casting director, giornalista, programmatrice di festival, fra le tante mansioni – è stata, ed è tutt’oggi, il mio punto di riferimento personale per quanto riguarda il cinema indiano. Lei viene a scoprire dell’esistenza di questo festival che stavo organizzando in Italia e mi contatta per organizzare una cena a Mumbai: in maniera molto naturale quindi inizia un rapporto basato sulla stima reciproca e sull’amore per il cinema che tutt’ora dura. 

Da lì ho iniziato, anche con molta intraprendenza, a tessere un network di buoni contatti nel mondo del cinema indiano e garantirmi quindi la conoscenza di grandi registi e attori.
Ho imparato tanto in questi anni, grazie a lei e al cinema indiano, ma anche grazie ai contatti che mi ha aiutato a creare”.

Alla fine dell’edizione del festival immagino si cominci subito a preparare quella successiva. Vista l’importanza delle relazioni interpersonali per la creazione del festival, quanto tempo passi in India a cercare contatti? 

“Conoscere così tante persone, anche grazie ai contatti presentati da Uma, siamo riusciti a proiettare film e avere grandi ospiti: il feeling tra le persone è stato fondamentale. Io di solito passo in primavera un mese in India a conoscere e interagire per preparare il festival successivo. E gli Indiani amano creare un legame speciale con le persone”. 

Come si trova una fiorentina a relazionarsi con l’India?

“In realtà tre cose fondamentali noi italiani le abbiamo in comune con loro: l’amore per il cibo, per la famiglia e quello per il cinema. La cosa che distingue gli indiani da tutto il resto del mondo è la concezione del tempo. Lo si vede anche nella lunghezza dei film, per esempio. Il “qui e ora” non è mai qui e ora, tutto è più dilatato sia nel pubblico che nel privato. Bisogna armarsi di pazienza con loro oppure organizzarsi al meglio. C’è una parola in hindi che riassume tutto perfettamente, kal, che significa “sia ieri sia domani”: la lingua su questo concetto del tempo è chiara, ed esplicita perfettamente quale sia la loro concezione del tempo. 

Mi è successo di partecipare a proiezioni cinematografiche fissate per le 19:30 e di trovarmi alle 22 ancora ad aspettare che iniziasse la proiezione. È difficile, per esempio, prendere un appuntamento con loro tra due settimane, devi fare tutto all’ultimo e mi è successo di partire con un’azienda italiana di product placement per l’India senza aver nessun appuntamento ma organizzare tutto una volta lì. Questa è una grande differenza nella visione del tempo”. 

Come mai secondo te il cinema indiano non ha attecchito in Italia come invece ha fatto in altri paesi europei (Inghilterra o Francia)?

“Perché qui il cinema indiano è percepito ancora come qualcosa di esotico e molto distante da no e dalla nostra culturai. C’è, su questo, ancora molto pregiudizio; non viene vista come una vera cinematografia. E poi c’è tutto il problema della lingua e del doppiaggio: nel resto del mondo è sdoganato il fatto di guardare i film in lingua originale coi sottotitoli, in Italia invece la lingua originale è percepita ancora come un ostacolo”. 

Le protagoniste dei film che hai selezionato si sono interfacciate con la dicotomia fra oriente e occidente: quanto è percepito e quanto è influente – se lo èil modello occidentale nel mondo indiano?

“Il loro modello di riferimento è fondamentalmente quello americano; i film che escono in India al cinema infatti sono praticamente solo americani. Loro sono però molto legati alle proprie origini: cibo, festività, ritualità familiari ecc. sono molto radicate e sentite, poi comunque si aprono anche all’occidente. Resta però il fatto che anche le persone più moderne, aperte mentalmente e culturalmente che ho conosciuto sono talmente legate alle loro tradizioni da risultare contraddittorie. La fissità di certe tradizioni indiane entra in contrasto spesso con l’apertura verso il resto del mondo, ma, secondo me, è proprio questo il bello della cultura indiana.

Per esempio, ho conosciuto una coppia fantastica, estremamente aperta e che ha girato il mondo e quando mi hanno raccontato il loro amore è frutto di un matrimonio combinato non potevo crederci. Eppure, lì, quello che da noi può sembrare fuori dal mondo, è consuetudine. 

Ma per esempio anche prima delle proiezioni dei film si fa la puja, un atto di adorazione verso una divinità che prevede un’offerta o un rito: è così in tutti gli ambiti della vita e che avvengono anche nei luoghi più contemporanei e aperti verso il mondo. 

Sicuramente ho visto tante situazioni particolari, soprattutto per quanto riguarda le abitudini alimentari: vedere un indiano ordinare è pazzesco, perché spesso hanno il loro guru, una sorta di guida che spesso aiuta anche a decidere cosa e come mangiare”. 

E tu hai acquisito qualcosa di non tipicamente italiano ma che è prepotentemente indiano?

“Sì, l’accostamento dei colori: io quotidianamente abbino i colori come loro nei miei vestiti. E sicuramente anche l’essere paziente, il saper aspettare e il saper interpretare le loro risposte”. 

Il festival quest’anno ha ruotato intorno alla tematica dell’empowerment femminile. Le figure femminili protagoniste dei film che hai scelto vivono situazioni particolare: in The Tenant per esempio convivono nello stesso posto donne molto emancipate e donne invece molto legate e attaccate alle tradizioni indiane più puriste.

Un film come The Tenant racconta una storia assolutamente realistica: quello che viene raccontato nel film e tutto vero. Quando mi venne a trovare il mio compagno mentre vivevo con una coinquilina americana, mi ero posta lo scrupolo di non fare in modo che le persone del condominio la giudicassero. Di base tutti sono molto legati alle loro radici, ma con una costante apertura verso i valori occidentali”. 

Come ha influito la pandemia nell’organizzazione degli ultimi due festival?

“Tieni conto che il 2020 era l’anniversario del nostri vent’anni e io non volevo assolutamente rinunciare. Tutto si è quindi riversato sull’online: è stata un’esperienza davvero straniante. Tutti i collegamenti erano live e io seguivo tutto dal teatro che avevo per l’occasione arredato in stile indiano: è stato strano parlare di fronte a un cinema vuoto, ma nonostante fossimo chiusi il calore del pubblico l’abbiamo percepito. Grazie alla live chat siamo riusciti a mettere in contatto sia il pubblico italiano che gli ospiti in collegamento dall’India. È stata però, per assurdo, molto più difficile l’edizione del 2021: la doppia modalità ha complicato tutto ed è sembrato di fare due festival insieme. È stato però impagabile avere la possibilità di avere un pubblico vero”. 

E quest’anno andrai in India?

“Quest’anno ancora non lo so: ci vado per le pubbliche relazioni, ma ora è difficile, quasi possibile, forse più avanti, in primavera. E posso dirti che mi manca moltissimo”. 

Ringraziamo Selvaggia Velo per l’intervista, per averci fatto entrare nell’affascinante mondo del cinema indiano e per averci regalato, in questi tempi instabili, la sua vitale curiosità e intraprendenza. 

Giorgia Grendene

Sono Giorgia e amo le cose vecchie e polverose (come la mia laurea in lettere classiche), le storie un po’ noiose che richiedono tempo per essere raccontate e apprezzate, i personaggi semplici con storie disastrose. Mi piacciono il bianco e nero e il technicolor molto più del 4K, i libri di carta molto più degli e-book, il salato molto più del dolce, i cani molto più dei gatti.

Su “Don’t Look Up”, sulla complessità e sulla comunicazione

Su “Don’t Look Up”, sulla complessità e sulla comunicazione

Su “Don’t Look Up”, sulla complessità e sulla comunicazione

Cast di altissimo livello e satira puntuta sono gli ingredienti della produzione originale Netflix “Don’t Look Up” che ha diviso in due il pubblico. Film profetico o film trash poco importa: c’ è molta attualità e molto su cui riflettere. 

Don’t Look Up racconta di un astronomo (un Leonardo DiCaprio in forma smagliante) e della sua dottoranda (Jennifer Lawrence) che scoprono una cometa che nel giro di 6 mesi impatterà con la terra. Il suo diametro sarà la causa certa dell’estinzione umana: la cosa più logica è quella di avvisare il presidente degli Stati Uniti (Maryl Streep) per dare la notizia al mondo. Ma le cose non vanno come i due scienziati si aspettano…

Se voleste guardarlo solo per la trama, fermatevi: la storia è molto banale, a tratti prevedibile, per niente emozionante e nemmeno sconvolgentemente divertente. Eppure questo film merita di essere visto e, addirittura potremmo arrivare a dire che non poteva arrivare in un momento migliore. 

Tralasciando le riserve e l’amaro in bocca che la pellicola ha lasciato a tanti spettatori – cfr. Ariana Grande che intima al pubblico “get your head out of your ass”, le scene post-credit evitabili, o la simulata risposta dei social all’evento catastrofico che vedeva coinvolti praticamente solo utenti americani a rimarcare ancora una volta la tendenza tipicamente americana all’autoreferenzialitàDon’t Look Up ha stimolato inevitabili riflessioni e sulla complessità della comunicazione e sulla comunicazione della complessità. 

Il cardine attorno cui ruota tutto il discorso è una catastrofe imminente, prevedibile e, con le dovute accortezze, arginabile. Bisogna, in sostanza, decidere, operare delle scelte atte a risolvere o meno la situazione: ma in un contesto così veloce entrano in gioco diverse questioni, economiche, politiche, ecc. che finiscono per offuscare il vero obiettivo finale e cioè uscire dalla situazione di crisi. 

Tutto si polarizza e si estremizza in maniera iperbolica e, alla fine, nessuno davvero dice la verità. Dire che c’è il 99,7% di possibilità che la cometa impatti è diverso dal dire che c’è un 100% di possibilità: difatti si tratta a tutti gli effetti di una menzogna – minuscola e a fin di bene, ma pur sempre una menzogna. Dire che la possibilità che la cometa impatti è 0%, è anche questa una non verità, ma ben diversa dall’altra. Eppure, quando arrivano al pubblico, entrambe sono menzogne e sono sullo stesso piano e suscitano il medesimo sdegno, rabbia e paura. Le possibilità di scelta quindi si presentano come tante sfumature di colore, ma nel momento in cui vengono comunicate al mondo improvvisamente hanno un solo colore. 

Se una questione è complessa e seria, andrà comunicata al pubblico con lo stesso zelo e serietà con cui la si è scoperta e analizzata. Chiedere all’astronomo di intervenire in uno show per bambini per arrivare al pubblico o ingaggiare una pop-star di fama internazionale per focalizzare l’attenzione sull’argomento, è esattamente come cantare una canzoncina pro-vax sulle note di Jingle Bells: l’argomento viene sminuito, chi comunica si ridicolizza e chi ascolta si sente preso in giro. 

Se si pretende che il pubblico agisca con serietà, si preoccupi attivamente della situazione in cui è immerso – che sia una catastrofe climatica o epidemiologica poco importa – e agisca nella maniera più alacre possibile, il primo passo lo deve fare chi comunica. Del resto “people who claim to be serious should be serious” diceva Ben Goldacre. 

Prendiamo quindi la pellicola come un invito a non fidarci di tutto quello che ci viene detto e, ancora meno, delle modalità con cui ci viene detto. La complessità, per chi comunica e per chi riceve l’informazione, non deve essere percepita come un ostacolo che va aggirato, o peggio, evitato nel modo più furbo, remunerativo e celere possibile; piuttosto dovrebbe essere un modo per co-costruire e creare fiducia da entrambe le parti – anche a costo di rimetterci tempo ed energie

Giorgia Grendene

Sono Giorgia e amo le cose vecchie e polverose (come la mia laurea in lettere classiche), le storie un po’ noiose che richiedono tempo per essere raccontate e apprezzate, i personaggi semplici con storie disastrose. Mi piacciono il bianco e nero e il technicolor molto più del 4K, i libri di carta molto più degli e-book, il salato molto più del dolce, i cani molto più dei gatti.

“The Wall” il film: un album raccontato per immagini

“The Wall” il film: un album raccontato per immagini

“The Wall” il film: un album raccontato per immagini

Droghe e incomunicabilità, omologazione e surrealismo: è questo – e molto altro – il film tratto dal concept album “The Wall” ispirato all’omonimo album dei Pink Floyd che usciva il 30 novembre di 42 anni fa.

TRAMA

Il film racconta di Pink, una rockstar che vive un profondo disagio interiore dettato da un passato travagliato e un presente straniante fatto di droghe, solitudine e depressione che lo porteranno a diventare un dittatore.

Pink raccoglie in sé non solo il profondo disagio esistenziale della generazione degli anni ’70 ma anche le caratteristiche biografiche dei componenti della storica band: proprio come R. Waters, infatti, il protagonista perde il padre durante la Seconda Guerra Mondiale e trascorre l’infanzia vivendo un soffocante ambiente scolastico. Allo stesso modo la profonda depressione e la dipendenza da sostanze stupefacenti si rifà alla vita di Syd Barrett.

LA GENESI

Dopo aver vissuto sulla propria pelle il disagio derivante dal successo mondiale è proprio Roger Waters a voler andare oltre il proprio album e a progettare una componente visual che potesse accompagnare e completare un album già di per sé fantastico, con il desiderio di dare una forma al surrealismo atmosferico dell’album.

La pellicola, diretta da Alan Parker, coniuga la parte recitata a una parte animata che nasce dai disegni di Gerald Scarfe. Ma la creazione del prodotto non fu per nulla facile: la collaborazione tra le tre menti – Waters, Scarfe e Parker – fu talmente travagliata che il montaggio del film richiese una quantità di tempo molto superiore alle aspettative, circa otto mesi di tempo.

HA SENSO “VEDERE” THE WALL?

Questa pellicola è un prodotto di cui si è discusso molto fin dalla sua uscita nel 1982. Presentata al Festival di Cannes, non riscosse molto successo a causa della sua natura molto poco definita. Il film, infatti, appare alle volte come un miscuglio anche mal assortito di immagini deliranti. Lo stesso Waters ha ammesso più volte di essere rimasto confuso dal risultato finale; dello stesso parere poi fu anche il regista che più volte definì la pellicola come un “mix di idee folli di Roger Waters”.

La parte più interessante però è la componente visuale creata dalle mani di Gerald Scarfe: le illustrazioni dell’artista hanno fatto la storia e l’immaginario dell’album e creato un binomio inscindibile di musica e immagini. Lo spettatore assiste al viaggio introspettivo del protagonista che, isolatosi in una camera d’albergo, vede scorrere davanti a sé tutta la sua vita, fra ricordi reali e ricordi psichici.

I disegni di Scarfe sono crudi, violenti e disturbanti: eppure solo in questo modo sarebbe stato possibile rendere al meglio la visione che Pink ha del mondo, storpiata dall’alienazione, dal disagio e dalla paura.

Il risultato è un prodotto scostante, con un’atmosfera pesante – che benissimo rende l’atmosfera dell’album – ma difficile da digerire. La pellicola trova linfa vitale e splendida esecuzione nella dicotomia musica e animazione; altrettanto però non si può dire per il recitato, che invece risulta confuso, involuto e capzioso.

Giorgia Grendene

Sono Giorgia e amo le cose vecchie e polverose (come la mia laurea in lettere classiche), le storie un po’ noiose che richiedono tempo per essere raccontate e apprezzate, i personaggi semplici con storie disastrose. Mi piacciono il bianco e nero e il technicolor molto più del 4K, i libri di carta molto più degli e-book, il salato molto più del dolce, i cani molto più dei gatti.

La formula chimica del film perfetto: i tre elementi del cinema di Tarantino

La formula chimica del film perfetto: i tre elementi del cinema di Tarantino

La formula chimica del film perfetto: i tre elementi del cinema di Tarantino

Il 27 marzo 1963 nasceva Quentin Tarantino, il regista che ha migliorato le nostre serate al cinema  (e le nostre vite) con le sue opere, vere e proprie pietre miliari della settima arte. In occasione del suo compleanno vediamo la formula aurea che ha garantito al regista una sequenza di successi, fatta di tre semplici elementi che non possono mancare in un film di Tarantino.

 

[post-views]
  1. MUSICA:

Quando si pensa alla filmografia di Tarantino, la prima cosa che viene in mente è sicuramente il coté musicale che caratterizza ogni suo film. Senza quelle colonne sonore inconfondibili i suoi film non avrebbero avuto lo stesso impatto e sarebbero stati molto meno memorabili. La perizia che Trantino mette in ogni sua scelta musicale ha fatto in modo che certe sequenze siano scolpite nella memoria di tutti (anche di chi, purtroppo, non ha mai visto un film di Tarantino).

Del resto, chi non ha presente la sequenza dell’overdose di eroina di Mia? Sulle note di una bellissima cover di Girl You’ll Be a Woman Soon Mia inizia a ballare e poi, alla ricerca di un accendino nella tasca della giacca di Vince, trova un sacchetto di eroina e la scambia per cocaina. Il primissimo piano sul volto di Mia e la musica che sfuma è indimenticabile, un frammento di storia del cinema.

E poi il sodalizio artistico con Morricone, realizzatosi nella colonna sonora di The Heightful Eight, (che valse il premio Oscar a Morricone nel 2016): la musica è quindi scaturigine e parte integrante e della narrazione ed è, insieme alle immagini, strumento efficace di mitopoiesi.​

2. CITAZIONI:

“L’artista mediocre copia, il genio ruba” è il dogma non scritto che guida l’operato di Tarantino; fra i registi di Hollywood sicuramente è il più citazionista. Esiste un sito fanmade, The Quentin Tarantino Archives, che per ciascun film del regista riporta, o almeno cerca di farlo, i film che hanno ispirato una certa scena o sequenza. Solo per Kill Bill: Vol. 1 il sito ne riporta circa 80, tutti pescati da generi diversi tra loro ma non lontani dall’universo e dall’immaginario tarantiniano (si pensi al filone dell’exploitation, non solo ispirazione per il regista ma anche, e soprattutto, genere in cui Tarantino supera e si eleva al di sopra di qualsiasi altra opera precedente o successiva, precisamente nelle sottocategorie blaxsploitation, drugsploitation e nazisploitation).

Una citazione famosissima è la scena della gara di twist in Pulp Fiction, ispirata (per non dire copiata) all’altrettanto famosissimo twist nel film 8 e mezzo. Alcune citazioni poi sono fantastiche: si pensi a una delle scene più iconiche di Pulp Fiction (la celebre scena in macchina in cui Mia dice “don’t be a square”) riferimento a I Flinstones, il cartone animato degli anni ‘60.

e ancora in Kill Bill: Vol. 1 e Vol. 2 i rimandi agli spaghetti western (fra i più amati quelli di Sergio Leone) sono innumerevoli; ma anche Django Unchained, che solo nei primi minuti della pellicola riprende esplicitamente le grafiche di film quali Django (1966) e Via col Vento (1939).

3. VIOLENZA:

L’ultima cosa che sicuramente non può mancare in un film di Tarantino è poi la violenza, rappresentata con un’abilità registica che nel corso del tempo ha inevitabilmente fatto scuola nella messa in scena della violenza. è stato infatti proprio negli anni ‘90 Tarantino a portare al cinema quel modo di mettere su lente una violenza volutamente leggera, ludica e ironica: partendo da Le Iene e Jackie Brown, in cui la violenza è rappresentativa del contesto in cui si muovono i personaggi, arrivando a Kill Bill, in cui la componente splatter, il sangue e la violenza si portano dietro molta meno morale e diventano un vero divertimento giocoso. Tra un cervello esploso in macchina (Pulp Ficiton), un orecchio mozzato (Le Iene), e un assassinio inspiegabile e inaspettato nel parcheggio del supermercato (Jackie Brown), Tarantino riesce a ironizzare sulla violenza umana, come esplosione improvvisa e incontrollabile. Il regista in tutti i suoi film esplicita la propria passione per quel cruore che erompe dal nulla, che spiazza e che non lascia il tempo di essere realizzato: la violenza della vita reale è per Tarantino secca, immediata, asciutta e imprevedibile, e si manifesta in modi così folli e impensabili che non sembra vera e che, come in un fumetto, fa anche sorridere.

di Giorgia Grendene