Il cinema indiano in Italia: intervista a Selvaggia Velo

Il cinema indiano in Italia: intervista a Selvaggia Velo

Il cinema indiano in Italia: intervista a Selvaggia Velo

Abbiamo avuto il piacere di fare una chiacchierata con Selvaggia Velo per parlare di festival del cinema, cinema indipendente indiano e delle donne. Fiorentina doc, dopo aver vissuto a Parigi e a Bruxelles e laureata a Bologna, fonda il River to River Florence Indian Film Festival, l’unico festival di cinema indiano presente in Italia. 

Come è nato il River to River Florence Indian Film Festival e qual è il tuo legame con l’India?

“Inizia tutto nel 1998 con una mostra di manifesti di cinema indiano dipinti a mano. Poi con Sergio Staino, direttore dell’Estate fiorentinarassegna culturale del Comune di Firenze che si svolge nei mesi estivi, .ndr – nell’anno successivo, si trovò un piccolo budget per portare a Firenze i pittori indiani di questi manifesti per farli dipingere en plein air durante gli eventi dell’estate fiorentina. In quell’occasione fu proiettato un film indiano in VHS. Nell’ottobre del 2001 poi si riuscì a organizzare il vero e proprio festival del cinema indiano, la prima edizione di River to River. Il 2001, per il cinema indiano, fu un anno importantissimo: Lagaan, infatti, vince al festival di Locarno e Monsoon Wedding di Mira Nair vince il Leone d’Oro a Venezia.

Si capisce subito l’importanza di questo festival e una serie di cose che bisognava ancora fare: avere un catalogo bilingue come testimonianza dell’avvenimento. E l’attaccamento alla tangibilità è rimasto perché anche quando siamo andati online nel 2020 c’è stato. Un’altra cosa da fare poi era invitare ospiti indiani”. 

E quanto era celebre il cinema Indiano all’epoca?

C’era poco e nulla: qualcosa era stato fatto a Locarno, una rassegna di film indiani chiamata Indian Summer. In Italia invece niente. 

Chi è stato il primo contatto con l’India e col Cinema Indiano?

“Io personalmente non ho contatti diretti con l’India, non ho parenti né ho mai avuto conoscenze. Uma da Cunha – casting director, giornalista, programmatrice di festival, fra le tante mansioni – è stata, ed è tutt’oggi, il mio punto di riferimento personale per quanto riguarda il cinema indiano. Lei viene a scoprire dell’esistenza di questo festival che stavo organizzando in Italia e mi contatta per organizzare una cena a Mumbai: in maniera molto naturale quindi inizia un rapporto basato sulla stima reciproca e sull’amore per il cinema che tutt’ora dura. 

Da lì ho iniziato, anche con molta intraprendenza, a tessere un network di buoni contatti nel mondo del cinema indiano e garantirmi quindi la conoscenza di grandi registi e attori.
Ho imparato tanto in questi anni, grazie a lei e al cinema indiano, ma anche grazie ai contatti che mi ha aiutato a creare”.

Alla fine dell’edizione del festival immagino si cominci subito a preparare quella successiva. Vista l’importanza delle relazioni interpersonali per la creazione del festival, quanto tempo passi in India a cercare contatti? 

“Conoscere così tante persone, anche grazie ai contatti presentati da Uma, siamo riusciti a proiettare film e avere grandi ospiti: il feeling tra le persone è stato fondamentale. Io di solito passo in primavera un mese in India a conoscere e interagire per preparare il festival successivo. E gli Indiani amano creare un legame speciale con le persone”. 

Come si trova una fiorentina a relazionarsi con l’India?

“In realtà tre cose fondamentali noi italiani le abbiamo in comune con loro: l’amore per il cibo, per la famiglia e quello per il cinema. La cosa che distingue gli indiani da tutto il resto del mondo è la concezione del tempo. Lo si vede anche nella lunghezza dei film, per esempio. Il “qui e ora” non è mai qui e ora, tutto è più dilatato sia nel pubblico che nel privato. Bisogna armarsi di pazienza con loro oppure organizzarsi al meglio. C’è una parola in hindi che riassume tutto perfettamente, kal, che significa “sia ieri sia domani”: la lingua su questo concetto del tempo è chiara, ed esplicita perfettamente quale sia la loro concezione del tempo. 

Mi è successo di partecipare a proiezioni cinematografiche fissate per le 19:30 e di trovarmi alle 22 ancora ad aspettare che iniziasse la proiezione. È difficile, per esempio, prendere un appuntamento con loro tra due settimane, devi fare tutto all’ultimo e mi è successo di partire con un’azienda italiana di product placement per l’India senza aver nessun appuntamento ma organizzare tutto una volta lì. Questa è una grande differenza nella visione del tempo”. 

Come mai secondo te il cinema indiano non ha attecchito in Italia come invece ha fatto in altri paesi europei (Inghilterra o Francia)?

“Perché qui il cinema indiano è percepito ancora come qualcosa di esotico e molto distante da no e dalla nostra culturai. C’è, su questo, ancora molto pregiudizio; non viene vista come una vera cinematografia. E poi c’è tutto il problema della lingua e del doppiaggio: nel resto del mondo è sdoganato il fatto di guardare i film in lingua originale coi sottotitoli, in Italia invece la lingua originale è percepita ancora come un ostacolo”. 

Le protagoniste dei film che hai selezionato si sono interfacciate con la dicotomia fra oriente e occidente: quanto è percepito e quanto è influente – se lo èil modello occidentale nel mondo indiano?

“Il loro modello di riferimento è fondamentalmente quello americano; i film che escono in India al cinema infatti sono praticamente solo americani. Loro sono però molto legati alle proprie origini: cibo, festività, ritualità familiari ecc. sono molto radicate e sentite, poi comunque si aprono anche all’occidente. Resta però il fatto che anche le persone più moderne, aperte mentalmente e culturalmente che ho conosciuto sono talmente legate alle loro tradizioni da risultare contraddittorie. La fissità di certe tradizioni indiane entra in contrasto spesso con l’apertura verso il resto del mondo, ma, secondo me, è proprio questo il bello della cultura indiana.

Per esempio, ho conosciuto una coppia fantastica, estremamente aperta e che ha girato il mondo e quando mi hanno raccontato il loro amore è frutto di un matrimonio combinato non potevo crederci. Eppure, lì, quello che da noi può sembrare fuori dal mondo, è consuetudine. 

Ma per esempio anche prima delle proiezioni dei film si fa la puja, un atto di adorazione verso una divinità che prevede un’offerta o un rito: è così in tutti gli ambiti della vita e che avvengono anche nei luoghi più contemporanei e aperti verso il mondo. 

Sicuramente ho visto tante situazioni particolari, soprattutto per quanto riguarda le abitudini alimentari: vedere un indiano ordinare è pazzesco, perché spesso hanno il loro guru, una sorta di guida che spesso aiuta anche a decidere cosa e come mangiare”. 

E tu hai acquisito qualcosa di non tipicamente italiano ma che è prepotentemente indiano?

“Sì, l’accostamento dei colori: io quotidianamente abbino i colori come loro nei miei vestiti. E sicuramente anche l’essere paziente, il saper aspettare e il saper interpretare le loro risposte”. 

Il festival quest’anno ha ruotato intorno alla tematica dell’empowerment femminile. Le figure femminili protagoniste dei film che hai scelto vivono situazioni particolare: in The Tenant per esempio convivono nello stesso posto donne molto emancipate e donne invece molto legate e attaccate alle tradizioni indiane più puriste.

Un film come The Tenant racconta una storia assolutamente realistica: quello che viene raccontato nel film e tutto vero. Quando mi venne a trovare il mio compagno mentre vivevo con una coinquilina americana, mi ero posta lo scrupolo di non fare in modo che le persone del condominio la giudicassero. Di base tutti sono molto legati alle loro radici, ma con una costante apertura verso i valori occidentali”. 

Come ha influito la pandemia nell’organizzazione degli ultimi due festival?

“Tieni conto che il 2020 era l’anniversario del nostri vent’anni e io non volevo assolutamente rinunciare. Tutto si è quindi riversato sull’online: è stata un’esperienza davvero straniante. Tutti i collegamenti erano live e io seguivo tutto dal teatro che avevo per l’occasione arredato in stile indiano: è stato strano parlare di fronte a un cinema vuoto, ma nonostante fossimo chiusi il calore del pubblico l’abbiamo percepito. Grazie alla live chat siamo riusciti a mettere in contatto sia il pubblico italiano che gli ospiti in collegamento dall’India. È stata però, per assurdo, molto più difficile l’edizione del 2021: la doppia modalità ha complicato tutto ed è sembrato di fare due festival insieme. È stato però impagabile avere la possibilità di avere un pubblico vero”. 

E quest’anno andrai in India?

“Quest’anno ancora non lo so: ci vado per le pubbliche relazioni, ma ora è difficile, quasi possibile, forse più avanti, in primavera. E posso dirti che mi manca moltissimo”. 

Ringraziamo Selvaggia Velo per l’intervista, per averci fatto entrare nell’affascinante mondo del cinema indiano e per averci regalato, in questi tempi instabili, la sua vitale curiosità e intraprendenza. 

Giorgia Grendene

Sono Giorgia e amo le cose vecchie e polverose (come la mia laurea in lettere classiche), le storie un po’ noiose che richiedono tempo per essere raccontate e apprezzate, i personaggi semplici con storie disastrose. Mi piacciono il bianco e nero e il technicolor molto più del 4K, i libri di carta molto più degli e-book, il salato molto più del dolce, i cani molto più dei gatti.

Su “Don’t Look Up”, sulla complessità e sulla comunicazione

Su “Don’t Look Up”, sulla complessità e sulla comunicazione

Su “Don’t Look Up”, sulla complessità e sulla comunicazione

Cast di altissimo livello e satira puntuta sono gli ingredienti della produzione originale Netflix “Don’t Look Up” che ha diviso in due il pubblico. Film profetico o film trash poco importa: c’ è molta attualità e molto su cui riflettere. 

Don’t Look Up racconta di un astronomo (un Leonardo DiCaprio in forma smagliante) e della sua dottoranda (Jennifer Lawrence) che scoprono una cometa che nel giro di 6 mesi impatterà con la terra. Il suo diametro sarà la causa certa dell’estinzione umana: la cosa più logica è quella di avvisare il presidente degli Stati Uniti (Maryl Streep) per dare la notizia al mondo. Ma le cose non vanno come i due scienziati si aspettano…

Se voleste guardarlo solo per la trama, fermatevi: la storia è molto banale, a tratti prevedibile, per niente emozionante e nemmeno sconvolgentemente divertente. Eppure questo film merita di essere visto e, addirittura potremmo arrivare a dire che non poteva arrivare in un momento migliore. 

Tralasciando le riserve e l’amaro in bocca che la pellicola ha lasciato a tanti spettatori – cfr. Ariana Grande che intima al pubblico “get your head out of your ass”, le scene post-credit evitabili, o la simulata risposta dei social all’evento catastrofico che vedeva coinvolti praticamente solo utenti americani a rimarcare ancora una volta la tendenza tipicamente americana all’autoreferenzialitàDon’t Look Up ha stimolato inevitabili riflessioni e sulla complessità della comunicazione e sulla comunicazione della complessità. 

Il cardine attorno cui ruota tutto il discorso è una catastrofe imminente, prevedibile e, con le dovute accortezze, arginabile. Bisogna, in sostanza, decidere, operare delle scelte atte a risolvere o meno la situazione: ma in un contesto così veloce entrano in gioco diverse questioni, economiche, politiche, ecc. che finiscono per offuscare il vero obiettivo finale e cioè uscire dalla situazione di crisi. 

Tutto si polarizza e si estremizza in maniera iperbolica e, alla fine, nessuno davvero dice la verità. Dire che c’è il 99,7% di possibilità che la cometa impatti è diverso dal dire che c’è un 100% di possibilità: difatti si tratta a tutti gli effetti di una menzogna – minuscola e a fin di bene, ma pur sempre una menzogna. Dire che la possibilità che la cometa impatti è 0%, è anche questa una non verità, ma ben diversa dall’altra. Eppure, quando arrivano al pubblico, entrambe sono menzogne e sono sullo stesso piano e suscitano il medesimo sdegno, rabbia e paura. Le possibilità di scelta quindi si presentano come tante sfumature di colore, ma nel momento in cui vengono comunicate al mondo improvvisamente hanno un solo colore. 

Se una questione è complessa e seria, andrà comunicata al pubblico con lo stesso zelo e serietà con cui la si è scoperta e analizzata. Chiedere all’astronomo di intervenire in uno show per bambini per arrivare al pubblico o ingaggiare una pop-star di fama internazionale per focalizzare l’attenzione sull’argomento, è esattamente come cantare una canzoncina pro-vax sulle note di Jingle Bells: l’argomento viene sminuito, chi comunica si ridicolizza e chi ascolta si sente preso in giro. 

Se si pretende che il pubblico agisca con serietà, si preoccupi attivamente della situazione in cui è immerso – che sia una catastrofe climatica o epidemiologica poco importa – e agisca nella maniera più alacre possibile, il primo passo lo deve fare chi comunica. Del resto “people who claim to be serious should be serious” diceva Ben Goldacre. 

Prendiamo quindi la pellicola come un invito a non fidarci di tutto quello che ci viene detto e, ancora meno, delle modalità con cui ci viene detto. La complessità, per chi comunica e per chi riceve l’informazione, non deve essere percepita come un ostacolo che va aggirato, o peggio, evitato nel modo più furbo, remunerativo e celere possibile; piuttosto dovrebbe essere un modo per co-costruire e creare fiducia da entrambe le parti – anche a costo di rimetterci tempo ed energie

Giorgia Grendene

Sono Giorgia e amo le cose vecchie e polverose (come la mia laurea in lettere classiche), le storie un po’ noiose che richiedono tempo per essere raccontate e apprezzate, i personaggi semplici con storie disastrose. Mi piacciono il bianco e nero e il technicolor molto più del 4K, i libri di carta molto più degli e-book, il salato molto più del dolce, i cani molto più dei gatti.

“The Wall” il film: un album raccontato per immagini

“The Wall” il film: un album raccontato per immagini

“The Wall” il film: un album raccontato per immagini

Droghe e incomunicabilità, omologazione e surrealismo: è questo – e molto altro – il film tratto dal concept album “The Wall” ispirato all’omonimo album dei Pink Floyd che usciva il 30 novembre di 42 anni fa.

TRAMA

Il film racconta di Pink, una rockstar che vive un profondo disagio interiore dettato da un passato travagliato e un presente straniante fatto di droghe, solitudine e depressione che lo porteranno a diventare un dittatore.

Pink raccoglie in sé non solo il profondo disagio esistenziale della generazione degli anni ’70 ma anche le caratteristiche biografiche dei componenti della storica band: proprio come R. Waters, infatti, il protagonista perde il padre durante la Seconda Guerra Mondiale e trascorre l’infanzia vivendo un soffocante ambiente scolastico. Allo stesso modo la profonda depressione e la dipendenza da sostanze stupefacenti si rifà alla vita di Syd Barrett.

LA GENESI

Dopo aver vissuto sulla propria pelle il disagio derivante dal successo mondiale è proprio Roger Waters a voler andare oltre il proprio album e a progettare una componente visual che potesse accompagnare e completare un album già di per sé fantastico, con il desiderio di dare una forma al surrealismo atmosferico dell’album.

La pellicola, diretta da Alan Parker, coniuga la parte recitata a una parte animata che nasce dai disegni di Gerald Scarfe. Ma la creazione del prodotto non fu per nulla facile: la collaborazione tra le tre menti – Waters, Scarfe e Parker – fu talmente travagliata che il montaggio del film richiese una quantità di tempo molto superiore alle aspettative, circa otto mesi di tempo.

HA SENSO “VEDERE” THE WALL?

Questa pellicola è un prodotto di cui si è discusso molto fin dalla sua uscita nel 1982. Presentata al Festival di Cannes, non riscosse molto successo a causa della sua natura molto poco definita. Il film, infatti, appare alle volte come un miscuglio anche mal assortito di immagini deliranti. Lo stesso Waters ha ammesso più volte di essere rimasto confuso dal risultato finale; dello stesso parere poi fu anche il regista che più volte definì la pellicola come un “mix di idee folli di Roger Waters”.

La parte più interessante però è la componente visuale creata dalle mani di Gerald Scarfe: le illustrazioni dell’artista hanno fatto la storia e l’immaginario dell’album e creato un binomio inscindibile di musica e immagini. Lo spettatore assiste al viaggio introspettivo del protagonista che, isolatosi in una camera d’albergo, vede scorrere davanti a sé tutta la sua vita, fra ricordi reali e ricordi psichici.

I disegni di Scarfe sono crudi, violenti e disturbanti: eppure solo in questo modo sarebbe stato possibile rendere al meglio la visione che Pink ha del mondo, storpiata dall’alienazione, dal disagio e dalla paura.

Il risultato è un prodotto scostante, con un’atmosfera pesante – che benissimo rende l’atmosfera dell’album – ma difficile da digerire. La pellicola trova linfa vitale e splendida esecuzione nella dicotomia musica e animazione; altrettanto però non si può dire per il recitato, che invece risulta confuso, involuto e capzioso.

Giorgia Grendene

Sono Giorgia e amo le cose vecchie e polverose (come la mia laurea in lettere classiche), le storie un po’ noiose che richiedono tempo per essere raccontate e apprezzate, i personaggi semplici con storie disastrose. Mi piacciono il bianco e nero e il technicolor molto più del 4K, i libri di carta molto più degli e-book, il salato molto più del dolce, i cani molto più dei gatti.

La formula chimica del film perfetto: i tre elementi del cinema di Tarantino

La formula chimica del film perfetto: i tre elementi del cinema di Tarantino

La formula chimica del film perfetto: i tre elementi del cinema di Tarantino

Il 27 marzo 1963 nasceva Quentin Tarantino, il regista che ha migliorato le nostre serate al cinema  (e le nostre vite) con le sue opere, vere e proprie pietre miliari della settima arte. In occasione del suo compleanno vediamo la formula aurea che ha garantito al regista una sequenza di successi, fatta di tre semplici elementi che non possono mancare in un film di Tarantino.

 

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  1. MUSICA:

Quando si pensa alla filmografia di Tarantino, la prima cosa che viene in mente è sicuramente il coté musicale che caratterizza ogni suo film. Senza quelle colonne sonore inconfondibili i suoi film non avrebbero avuto lo stesso impatto e sarebbero stati molto meno memorabili. La perizia che Trantino mette in ogni sua scelta musicale ha fatto in modo che certe sequenze siano scolpite nella memoria di tutti (anche di chi, purtroppo, non ha mai visto un film di Tarantino).

Del resto, chi non ha presente la sequenza dell’overdose di eroina di Mia? Sulle note di una bellissima cover di Girl You’ll Be a Woman Soon Mia inizia a ballare e poi, alla ricerca di un accendino nella tasca della giacca di Vince, trova un sacchetto di eroina e la scambia per cocaina. Il primissimo piano sul volto di Mia e la musica che sfuma è indimenticabile, un frammento di storia del cinema.

E poi il sodalizio artistico con Morricone, realizzatosi nella colonna sonora di The Heightful Eight, (che valse il premio Oscar a Morricone nel 2016): la musica è quindi scaturigine e parte integrante e della narrazione ed è, insieme alle immagini, strumento efficace di mitopoiesi.​

2. CITAZIONI:

“L’artista mediocre copia, il genio ruba” è il dogma non scritto che guida l’operato di Tarantino; fra i registi di Hollywood sicuramente è il più citazionista. Esiste un sito fanmade, The Quentin Tarantino Archives, che per ciascun film del regista riporta, o almeno cerca di farlo, i film che hanno ispirato una certa scena o sequenza. Solo per Kill Bill: Vol. 1 il sito ne riporta circa 80, tutti pescati da generi diversi tra loro ma non lontani dall’universo e dall’immaginario tarantiniano (si pensi al filone dell’exploitation, non solo ispirazione per il regista ma anche, e soprattutto, genere in cui Tarantino supera e si eleva al di sopra di qualsiasi altra opera precedente o successiva, precisamente nelle sottocategorie blaxsploitation, drugsploitation e nazisploitation).

Una citazione famosissima è la scena della gara di twist in Pulp Fiction, ispirata (per non dire copiata) all’altrettanto famosissimo twist nel film 8 e mezzo. Alcune citazioni poi sono fantastiche: si pensi a una delle scene più iconiche di Pulp Fiction (la celebre scena in macchina in cui Mia dice “don’t be a square”) riferimento a I Flinstones, il cartone animato degli anni ‘60.

e ancora in Kill Bill: Vol. 1 e Vol. 2 i rimandi agli spaghetti western (fra i più amati quelli di Sergio Leone) sono innumerevoli; ma anche Django Unchained, che solo nei primi minuti della pellicola riprende esplicitamente le grafiche di film quali Django (1966) e Via col Vento (1939).

3. VIOLENZA:

L’ultima cosa che sicuramente non può mancare in un film di Tarantino è poi la violenza, rappresentata con un’abilità registica che nel corso del tempo ha inevitabilmente fatto scuola nella messa in scena della violenza. è stato infatti proprio negli anni ‘90 Tarantino a portare al cinema quel modo di mettere su lente una violenza volutamente leggera, ludica e ironica: partendo da Le Iene e Jackie Brown, in cui la violenza è rappresentativa del contesto in cui si muovono i personaggi, arrivando a Kill Bill, in cui la componente splatter, il sangue e la violenza si portano dietro molta meno morale e diventano un vero divertimento giocoso. Tra un cervello esploso in macchina (Pulp Ficiton), un orecchio mozzato (Le Iene), e un assassinio inspiegabile e inaspettato nel parcheggio del supermercato (Jackie Brown), Tarantino riesce a ironizzare sulla violenza umana, come esplosione improvvisa e incontrollabile. Il regista in tutti i suoi film esplicita la propria passione per quel cruore che erompe dal nulla, che spiazza e che non lascia il tempo di essere realizzato: la violenza della vita reale è per Tarantino secca, immediata, asciutta e imprevedibile, e si manifesta in modi così folli e impensabili che non sembra vera e che, come in un fumetto, fa anche sorridere.

di Giorgia Grendene

Breve fonomenologia del comico che non fa ridere: Massimo Boldi

Breve fonomenologia del comico che non fa ridere: Massimo Boldi

Breve fenomenologia del comico che non fa ridere: Massimo Boldi

Una sola cosa è certa riguardo la figura di Massimo Boldi e cioè che – per citare l’incipit del più famoso commento su facebook di un anno fa di Roberto Burioni, guarda caso rivolto proprio al cipollino milanese – “No, non fa ridere”

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Allora la domanda sorge spontanea: è davvero possibile che un comico non faccia ridere? Sì, e Massimo Boldi ne è la prova ontologica. Ma facciamo un passo indietro a qualche giorno fa, quando Massimo Boldi, ospite al podcast Muschio Selvaggio di Fedez e Luis, ha dato prova ancora una volta di non sapere nemmeno che cosa significhi fare quel lavoro che ha fatto per tutta la sua vita: il comico. Boldi durante l’intervista rivendica la comicità situazionale perché, a suo dire, il comico non deve per forza comunicare un messaggio più grande e quindi, in definitiva, è meglio che non tratti argomenti seri.

E allora se possiamo essere d’accordo sul fatto che la comicità non debba insegnare, dobbiamo però tenere in conto che si può prendere in giro qualcuno o qualcosa solo se quel qualcuno o qualcosa lo si conosce davvero bene e lo si ha studiato.

Che quindi Boldi abbia affermato ai tempi dell’uscita di Tolo Tolo di Checco Zalone che il film non facesse ridere, forse anche per la questione sociale affrontata nella pellicola, riconferma quanto detto e denota, se non altro, una certa coerenza nei ragionamenti dell’attore milanese.

Eppure il bello arriva poco dopo nell’intervista, quando l’attore mette le basi per entrare in un bel discorso complottista degno dei più attivi no-vax che popolano facebook: come già aveva affermato nel sopracitato post, Boldi riconferma di credere nel complotto planetario dei potenti dietro il Covid-19. E oltretutto lo scacco intellettuale che Boldi si autoinfligge sta in maniera paradossale nel fatto che fanno più ridere questi suoi deliri lucidi che tutte le battute della sua carriera messe insieme.

Si scaglia inoltre contro il politically correct che rende la società troppo “perfetta”: peccato che forse, se si fosse sforzato di comprendere di cosa si tratta, avrebbe evitato di fare quella pessima figura sotto il post di Conticini nel novembre 2020, nel quale non solo aveva dimostrato tutto il sessismo praticato nei peggiori bar di quartiere a Milano e corroborato in anni di cinepanettoni, ma anche di non saper leggere il contesto e di non avere cognizione di cosa sia il tempo comico e riconfermando ancora una volta di non saper suscitare il riso.

Boldi è dunque l’apoteosi del boomer, tutto quello che non va nella società, ma che purtroppo bisogna accettare.

Massimo Boldi è uno di quei pochi casi che confermano l’eccezione alla regola per il quale non è proprio possibile separare l’artista dalla persona: la pochezza e la viscidità che contraddistinguono la sua comicità affondano le radici nell’infecondo humus della sua ignoranza e della sua ambiguità caratteriale e intellettuale. Il tutto condito da un’assenza totale di umiltà e aderenza alla realtà nel momento in cui afferma di non apprezzare la denominazione di “cinepanettone” perché dispregiativa e denotativa di un prodotto non impegnato. Forse che i critici della settima arte non debbano rivalutare l’opera omnia dell’attore per scoprire qualche filosofico messaggio non ancora decriptato? Non si sa, ma nel frattempo, per fugare ogni dubbio, troviamo un valido social media manager e un esperto di comunicazione per Boldi. 

di Giorgia Grendene

Giorgia Grendene

Sono Giorgia e amo le cose vecchie e polverose (come la mia laurea in lettere classiche), le storie un po’ noiose che richiedono tempo per essere raccontate e apprezzate, i personaggi semplici con storie disastrose. Mi piacciono il bianco e nero e il technicolor molto più del 4K, i libri di carta molto più degli e-book, il salato molto più del dolce, i cani molto più dei gatti.