Atp Montecarlo: il principe è ancora Stefanos Tsitsipas

Atp Montecarlo: il principe è ancora Stefanos Tsitsipas

Atp Montecarlo: il principe è ancora Stefanos Tsitsipas

Il 23enne greco bissa il successo dello scorso anno. Male Djokovic

Il primo torneo Master 1000 sulla terra rossa europea vede iscrivere nel proprio Albo d’Oro la firma di Stefanos Tsitsipas; il ventitreenne greco riesce così a bissare il titolo dello scorso anno, quando trionfò nella asettica cornice del campo centrale del Country Club, con le tribune vuote per le restrizioni dovute alla pandemia.

Ambiente fortunatamente diverso per l’edizione 2022, con gli spalti del centrale dedicato a Ranieri III Grimaldi traboccanti di pubblico, pronto a rendere il dovuto omaggio al campione ellenico.

IL VINCITORE. Tsitsipas ha proposto il suo miglior tennis, confermando una naturale predisposizione per le superfici lente; tecnicamente questo si spiega con il suo gioco classico, con il rovescio giocato a una mano sola (è l’unico top ten che non lo esegue a due mani!) ed i colpi portati con una preparazione ampia; il rimbalzo alto della pallina gli concede infatti più tempo per ottenere il massimo dell’efficacia dal suo gioco. La statura superiore al metro e novanta e una preparazione atletica di primissimo ordine gli consentono anche di difendere la rete con risultati eccellenti.

In finale ha superato lo spagnolo Alejandro Davidovich-Fokina, avversario eliminato anche l’anno scorso nei quarti. Quest’ultimo si è aperto la strada con il suo robusto dritto e con doti di corsa notevoli; ha probabilmente tremato quando si è trattato di vincere in due set la semifinale ed ha dovuto compiere gli straordinari nel terzo, ma ha comunque chiuso con autorità.

Nell’incontro decisivo Tsitsipas ha imposto la sua maggior classe nel primo parziale, vinto 63; nel successivo la seconda palla di servizio del greco ha perso di efficacia e l’iberico ha portato la sfida al tie-break, che Stefanos si è aggiudicato agevolmente per 7 punti a 3.

Il greco compie il capolavoro nei quarti di finale contro l’argentino Diego Sebastian Schwartzman, giocatore brevilineo e dotato di eccelso gioco di gambe. Il campione in carica vince abbastanza facilmente il primo set, ma subisce il ritorno del “peque”, che si aggiudica la seconda frazione al tie-break e si porta sul 4 a 0 in quella decisiva. Partita chiusa? Nemmeno per sogno; Tsitsipas, che terminerà il match appoggiato alla rete a riprendere fiato per stringere la mano al gaucho col nome teutonico, mette in fila sei giochi e nel penultimo punto scende a rete e si tuffa sulla sua destra per intercettare un passante mortifero dell’avversario. Ne esce una volée smorzata di rovescio degna del miglior Boris Becker, che l’audience presente saluta con un boato.

RIENTRI E ASSENZE. Il torneo ha salutato il ritorno all’attività per Novak Djokovic. Il serbo numero uno del mondo era stato escluso a gennaio dal torneo di Melbourne per la sua volontà di non vaccinarsi contro il Covid-19, e da allora aveva disputato solo il torneo di Dubai, che non prevedeva obblighi sanitari. A Montecarlo ha perso al primo turno denunciando limiti di tenuta atletica, cedendo comunque al finalista della manifestazione; c’è da scommettere che presto lo rivedremo al massimo della forma, magari proprio a Roma in maggio.

L’entry list monegasca denunciava alcune assenze importanti: oltre a Roger Federer, che si è recentemente dichiarato fiducioso in merito ad un suo rientro in autunno dopo gli interventi al ginocchio, anche Daniil Medvedev (ernia) e Rafa Nadal (frattura da stress a una costola) hanno marcato visita.

PROTAGONISTI E ITALIANI. Detto di Djokovic, il secondo favorito del torneo Alexander Zverev si è issato fino ai quarti di finale perdendo solo un set, ma la battaglia contro il nostro Jannik Sinner ne aveva segnato il fisico, ed il giorno seguente ha ceduto nella semifinale in due set a Tsitsipas.

 

Il match più bello ed emozionante ex-aequo con Tsitsipas-Schwartzman, sperando non ci faccia velo un minimo di amor di patria, è stato infatti la sfida tra Jannik Sinner e Zverev; l’altoatesino, in difficoltà per problemi di vesciche, ha tenuto il campo in maniera ammirevole. In tre ore e sette minuti di gioco l’italiano vince il primo set rimontando da una situazione di 4 a 1 per il tedesco; mulinando il suo dritto come un ossesso porta a casa la frazione per 7 a 5. Nel secondo set Zverev rompe l’equilibrio al settimo gioco e pareggia il conto. Nella frazione decisiva più volte Zverev strappa il servizio a Jannik, ma il nostro portacolori ribatte colpo su colpo, forzando la conclusione della partita al tie-break. Sul 4 a 3 in suo favore ed il servizio in mano però un suo diritto d’attacco finisce in rete e consente il pareggio al tedesco, che poco dopo chiude grazie ad un rovescio sempre in rete di Sinner.

Grande e sfortunata prova per Jannik, che però conferma i miglioramenti e in generale le speranze che il movimento italiano ripone in lui.

Bene anche un altro italiano, il ventenne Lorenzo Musetti. Con il suo tennis ricco di talento e di variazioni di ritmo il giovanissimo toscano ha superato due turni; tra le sue vittime la testa di serie numero sei il canadese Felix Auger-Aliassime.  Negli ottavi si è arreso dopo tre set ad un infaticabile Schwartzman. Poco male: se continuerà a crescere tecnicamente e verrà amministrato con giudizio nella scelta degli impegni agonistici, saprà darci soddisfazioni.

Male invece il veterano Fabio Fognini; ha pescato al match d’esordio niente di meno che il futuro vincitore della competizione ed è stato annichilito: 63 60.

La stagione sul rosso prosegue ora con l’ATP 500 di Barcellona, che mentre scriviamo ha già dato il via agli incontri di primo turno; il favorito è proprio Tsitsipas. Nella settimana successiva avremo il secondo Master 1000 della stagione, Il “Mutua Madrilena”, con un parterre de roi di altissimo livello.

 

di Danilo Gori

Trieste: quella “grazia scontrosa” cantata da Saba

Trieste: quella “grazia scontrosa” cantata da Saba

Trieste: quella “grazia scontrosa” cantata da Saba

Trieste come specchio di un’anima, percorrerne le strade, abbracciarla in un sol sguardo e ritrovare sè stessi laddove si credeva di essersi perduti. Questo fu Umberto Saba.

Trasfigurazione della condizione di Ulisse, in nessun luogo a casa se non nella propria Itaca, così Umberto Saba nella sua Trieste. Città ai margini del panorama letterario italiano primonovecentesco, scissa tra Austria e Italia, crogiolo di razze, realtà di confine, Trieste si fa musa ispiratrice del poeta Saba, un “cantuccio” riparato dalle ferite procurate dagli altri. La città come osservatorio privilegiato per il poeta gli consente un duplice movimento di immersione e distacco da una realtà percepita come contraddittoria.
La contraddittorietà dell’esistenza come motore di un’operazione di autoindagine, la psicanalisi come strumento per il raggiungimento di un’autocoscienza di sé, la scrittura come metodo di scavo della propria esistenza.
Umberto Poli, in arte Saba, nasce a Trieste nel 1883, trascorre un’infanzia segnata da fratture: il precoce abbandono del padre, il difficile rapporto con una madre anaffettiva e lo stretto legame con la balia Peppa, a cui la madre probabilmente lo sottrasse per gelosia.
Un senso di estraneità alla cultura ebraica di appartenenza, di distanza dal panorama letterario di spicco, primi tra tutti gli intellettuali de La Voce, oltre che la costante fuga dalle persecuzioni naziste grazie anche all’aiuto di intellettuali quali Montale e Vittorini, alimentano nel poeta quello che lui stesso chiama un “doloroso amore per la vita”. Tormentato da manie di persecuzione, Umberto Saba troverà nella psicanalisi un mezzo di indagine e scavo nel sé, uno strumento per la riemersione del rimosso e il risanamento delle proprie ferite.
Per mettere insieme i propri tasselli, Umberto Saba compie un’operazione che seicento anni prima, non diversamente ma scevro di cultura psicanalitica, intraprese Francesco Petrarca: stendere un Canzoniere, un corpus poetico organizzato in nuclei tematici, un tentativo di articolazione compiuta del sé, a più riprese riorganizzato internamente e revisionato linguisticamente, di cui si fa risalire la prima edizione al 1921.
Alla sezione Trieste e una donna appartiene la lirica Trieste, che meglio dipinge il senso di “triestinità” del poeta: una simbiosi fisica e spirituale, che consente a Saba di specchiarsi e di cogliere sé stesso nelle contraddizioni della città natia, attraverso un percorso tanto fisico quanto intellettuale, di identificarsi nella città stessa e trovare un “cantuccio” fatto proprio per lui dove sentirsi davvero immerso in quella che chiama “la mia vita”.

Ho attraversato tutta la città.
Poi ho salita un’erta,
popolosa in principio, in là deserta,
chiusa da un muricciolo:
un cantuccio in cui solo
siedo; e mi pare che dove esso termina
termini la città.

Trieste ha una scontrosa
grazia. Se piace,
è come un ragazzaccio aspro e vorace,
con gli occhi azzurri e mani troppo grandi
per regalare un fiore;
come un amore
con gelosia.
Da quest’erta ogni chiesa, ogni sua via
scopro, se mena all’ingombrata spiaggia,
o alla collina cui, sulla sassosa
cima, una casa, l’ultima, s’aggrappa.
Intorno
circola ad ogni cosa
un’aria strana, un’aria tormentosa,
l’aria natia.

La mia città che in ogni parte è viva,
ha il cantuccio a me fatto, alla mia vita
pensosa e schiva.

(Trieste, 1910-12)

Un’occasione qualunque, una passeggiata attraverso una brulicante Trieste porta il poeta a salire un’erta. Il colle, in principio affollato, si fa sempre più deserto. Ormai dispersa la folla, si affaccia in lontananza un muricciolo.
Qui il poeta pronuncia una sorta di dichiarazione d’amore, l’interlocutrice è Trieste.
Trieste come “ragazzaccio aspro e vorace” ha occhi azzurri come il mare che ne bagna le coste e mani grandi, mani buone, per compiere atti gentili, che rivelano della città un carattere di ambivalenza, dapprima scontrosa, poi dolce e accogliente, si dimostra capace di regalare un fiore.
Dall’erta è possibile scorgere l’intera città, affollata e deserta, e ancora una volta contraddittoria. L’aria d’intorno è strana, è “aria natia”, il poeta è a casa, ed è protetto. Qui infatti ha trovato un suo cantuccio, un luogo dove potersi abbandonare alle proprie riflessioni, schivare le sofferenze procurategli dal mondo e dedicarsi alla propria vita “schiva e pensosa”, come “solo e pensoso” Francesco Petrarca percorreva deserti campi per schivare indiscreti sguardi.
La vita ora è “mia”, è sua, è del poeta, gli appartiene, il muricciolo è laddove il poeta si riappropria di sé, raccoglie i tasselli, si identifica esso stesso nella città, con uno sguardo la raccoglie tutta, così come nel cantuccio può raccogliere le proprie contraddizioni, ordinarle e per quanto possibile cercare di sanarle.

Quella di Saba è una poesia piana, autobiografica, domestica. Il poeta è consapevole di non essere adeguatamente considerato sul panorama letterario, fa di questo senso di marginalità – la stessa marginalità posseduta da Trieste – il suo centro propulsore, e così si pronuncia in occasione del settantesimo compleanno, nel 1953:
“Comunque, il mondo io l’ho guardato da Trieste: il suo paesaggio, materiale e spirituale, è presente in molte mie poesie e prose, pure in quelle – e sono la grande maggioranza – che parlano di tutt’altro e di Trieste non fanno nemmeno il nome.
Del resto, io non credo né alle parole né alle opere degli uomini che non hanno le radici profondamente radicate nella loro terra: sono sempre opere e parole campate in aria”.

(Discorso di U. Saba presso il Circolo della cultura e delle arti, 1953)

Umberto Saba muore nel 1957, lasciando una traccia, un’opera di scavo interiore volta al risanamento delle proprie ferite, capace di portare al centro, anche a distanza di anni, quella che era considerata una realtà culturale marginale, come Trieste allora, attraverso il ricorso a parole semplici ed esperienze quotidiane.
L’eco della sua voce ancora oggi si sente, riecheggiante dal “cantuccio”, presso il muricciolo.

Martina Tamengo

U. Eco una volta disse che leggere, è come aver vissuto cinquemila anni, un’immortalità all’indietro di tutti i personaggi nei quali ci si è imbattuti.

Scrivere per me è restituzione, condivisione di sè e riflessione sulla realtà. Io mi chiamo Martina e sono una studentessa di Lettere Moderne.

Leggo animata dal desiderio di poter riconoscere una parte di me, in tempi e luoghi che mi sono distanti. Scrivo mossa dalla fiducia nella possibilità di condividere temi, che servano da spunto di riflessione poiché trovo nella capacità di pensiero dell’uomo, un dono inestimabile che non varrebbe la pena sprecare.

Alda Merini e l’amore per la poesia

Alda Merini e l’amore per la poesia

Alda Merini e l’amore per la poesia

Alda Merini, poetessa milanese scomparsa nel 2009, ha raccontato in versi l’amore carnale e l’amore per la poesia, sua compagna di vita. Ha testimoniato le sofferenze e il desiderio di libertà provate all’interno dei manicomi in cui è stata internata per diversi anni. 

Alda Merini nasceva il 21 marzo 1931 in una Milano che amava immensamente. Crebbe in una famiglia di umili condizioni e frequentò un istituto professionale. Cercò di trasferirsi al liceo Manzoni, ma non superò il test di italiano e si dedicò a studiare pianoforte. A quindici anni, però, emerse il suo talento e pubblicò due poesie all’interno di un’antologia. 

L’anno successivo, a soli sedici anni, comparvero i primi segni di una malattia che la perseguiterà per il resto della vita: il disturbo bipolare. Erano anni bui per le persone considerate pazze, internate nei manicomi senza alternative. La poetessa milanese non ricevette cure adeguate, ma solo numerose privazioni, subendo l’elettroshock. In quei luoghi dediti a torture ancora legali per diversi anni, Alda Merini riuscì a concepire poesie meravigliose, intense e forti, contrastando la bruttezza che la circondava. Da questa esperienza, infatti, nacque la raccolta La terra santa: un viaggio che attraversa i momenti vissuti all’interno del manicomio.
È stata marchiata dal fardello della follia, una compagna di vita scomoda e limitante, ma che le ha permesso di vedere il mondo da un altro punto di vista. Leggiamo un pezzo della lunga e struggente poesia Laggiù dove morivano i dannati: 

[…]
Laggiù nel manicomio
dove le urla venivano attutite
da sanguinari cuscini
laggiù tu vedevi Iddio
non so, tra le traslucide idee
della tua grande follia.
[…]

Il manicomio era il posto in cui non si poteva urlare il proprio dolore, dove non c’era posto per l’umanità e le urla venivano soffocate. È in quella mancanza che Alda Merini trovò Dio, lo vide in mezzo al nulla e lo sentì tra le pareti del silenzio. Credeva in Dio, pur non accettando che il sesso fosse trattato come un peccato. Ella amava l’amore sentimentale e il desiderio carnale, protagonisti di numerose poesie. Si innamorava continuamente, accettando anche la conseguente sofferenza. Visse relazioni difficili e conobbe uomini complicati, infedeli, che non le donavano tutto l’amore che lei dava loro. È in quell’amore, tra le braccia di un uomo, che riesce a stare bene. Ce lo racconta nella poesia C’è un posto nel mondo dove il cuore batte forte: 

C’è un posto nel mondo
dove il cuore batte forte,
dove rimani senza fiato,
per quanta emozione provi,
dove il tempo si ferma
e non hai più l’età;
quel posto è tra le tue braccia
in cui non invecchia il cuore,
mentre la mente non smette mai di sognare…
Da lì fuggir non potrò
poiché la fantasia d’incanto
risente il nostro calore e no…
non permetterò mai
ch’io possa rinunciar a chi
d’amor mi sa far volar.

Non può fuggire da quel posto, fonte di una felicità priva di eguali. Non può e non sa rinunciarvi perché anche se il tempo passa e si riversa sul corpo, lì il cuore non invecchia mai. Rimane vivo. 

Alda Merini era sposata con un panettiere, ma in seguito alla sua morte sposò il poeta Michele Pierri, che aveva apprezzato molto le sue poesie. Si trasferì per tre anni a Taranto e scrisse il suo primo libro in prosa: L’altra verità. Diario di una diversa. A Taranto, però, venne nuovamente internata e visse anni terribili, le impedirono anche di vedere le figlie. Soltanto dopo il 1978, anno in cui la Legge Basaglia chiuse i manicomi, Alda Merini poté ritrovare la serenità perduta.

Le più belle poesie
si scrivono sopra le pietre
coi ginocchi piagati
e le menti aguzzate dal mistero.
[…]
Così, pazzo criminale qual sei
tu detti versi all’umanità,
i versi della riscossa
e le bibliche profezie
e sei fratello a Giona.

Questa poesia, contenuta nella raccolta La terra santa, presenta un’antitesi tra la poesia, bella e delicata, e la pietra, dura e pesante. Alda Merini vuole dirci che non c’è bellezza senza sofferenza. Scrisse molte delle sue poesie in un manicomio, un luogo in cui ha subìto umiliazioni, ma quelle ginocchia piegate non le hanno impedito di inseguire la bellezza. È lì che cercò il mistero, trovandolo tra i versi di una poesia scritta col sangue. Tu, poeta, sei un pazzo criminale e detti versi all’umanità: consegni agli uomini i versi della rivincita, della speranza. Tu, poeta, sei fratello a Giona: sei come il profeta Giona, che trasgredì il dovere dettato da Dio, fuggendo e isolandosi da tutti gli altri. 

I poeti trovano sé stessi di notte, quando gli altri dormono e non hanno fretta di finire. Scrivono quando le piazze sono vuote e l’unico rumore che si ode è quello delle lancette: 

I poeti lavorano di notte
quando il tempo non urge su di loro,
quando tace il rumore della folla
e termina il linciaggio delle ore.
[…]

Alda Merini visse una vita difficile, violenta e accusata di essere folle. Non smise mai di cercare, creare e amare. Mise su carta le proprie emozioni, altalenanti e forti, consegnandoci fragilità, coraggio e speranza. È stata e continua a essere una delle poetesse più espressive e talentuose del Novecento, e non solo. Non è stata compresa per molto tempo, ma la penna le è rimasta fedele tra le dita. 

O poesia, non venirmi addosso
sei come una montagna pesante,
mi schiacci come un moscerino;
[…]

La poesia è violenta con lei, la teme, come alcuni uomini che ha conosciuto. Eppure, non può fare a meno di amarla e noi non possiamo non amare i suoi versi. 

Martina Macrì

Sono Martina, ho una laurea in Lettere e studio Semiotica a Bologna. La scrittura è il mio posto sicuro, il mio rifugio. Scrivo affinché gli altri, o anche solo una persona, mi leggano e si riconoscano. Su IoVoceNarrante mi occupo principalmente di letteratura.  

I promessi sposi: un romanzo di attuale umanità

I promessi sposi: un romanzo di attuale umanità

I promessi sposi: un romanzo di attuale umanità

I promessi sposi è il classico romanzo che molti studenti direbbero aver preferito non leggere, additato come noioso, vecchio e troppo lungo. Eppure nell’apparente inattualità dell’opera alcuni personaggi insegnano comportamenti che hanno tanto di attuale, molto più vicini al lettore contemporaneo di quanto la scuola insegni.

Una cappa di religiosità e bigottismo spesso imprigiona il romanzo de I promessi sposi, certo il più noto di Alessandro Manzoni, in un giudizio negativo e limitato. Alcuni si chiedono perché venga ancora letto a scuola, trovandolo troppo inattuale. Altri semplicemente lo considerano noioso e, gli studenti meno avveduti, spesso neppure lo leggono.
Eppure in un romanzo apparentemente così distante nel tempo, se si considera che fu scritto nella prima metà dell’Ottocento, c’è tanto di attuale. Ovviamente andrà messo in secondo piano il discorso più strettamente religioso, che certo poteva colpire un lettore ottocentesco nella messa sulla pagina della devozione dei protagonisti, ma non un adolescente del Ventunesimo secolo. Resta il fatto che alcuni personaggi del romanzo, in particolare Lucia, Innominato e Monaca di Monza, assumono nel corso della vicenda comportamenti che li rendono ritratti di un’umanità molto più moderna di quanto possa sembrare.

Si parta da Lucia, una figura mesta e devota, spesso le sventure in cui si imbatte la portano non distante dal cedere ai propositi. Eppure Lucia non cede, mai neppure una volta, incarna una fermezza di intenzioni e una fedeltà a Renzo e alla fede in Dio che sembrano simulacri di un’umanità perduta. L’irremovibilità di Lucia risiede nella sua devozione che la porta addirittura alla rinuncia più grande: Renzo, quando farà voto di castità pur di saperlo salvo.
Nella sua fermezza, nella sua capacità di affrontare le avversità, e nella sua disponibilità a perdonare l’Innominato nonostante le malefatte commesse, c’è un insegnamento che viene lasciato anche all’uomo contemporaneo: non demordere, non lasciarsi abbattere, non abbandonare il proposito nonostante le difficoltà ma trovare una ragione che dia la forza. Lucia trova questa forza in Dio, ogni persona può trovare un affetto, un obiettivo, un fine, che faccia da lume anche nei momenti più bui, che consenta di affrontarli e arrivare a un lieto fine. Sì, perché quello di Renzo e Lucia è un lieto fine. La stregua resistenza di Lucia consentirà ai due promessi di ricongiungersi, e la sua fermezza sarà premiata con lo scioglimento del voto di castità.

Lucia incarna al contempo la capacità di perdonare, e quale maggiore perdonato c’è nel romanzo se non l’Innominato. Criminale senza scrupoli, autore dei più efferati misfatti, alla vista di Lucia è capace di chiedere perdono, di ripensare alle proprie malefatte e provare pentimento, vergogna e desiderio di redimersi.
Pentimento e perdono vanno di pari passo e se sinceri costituiscono uno dei più grandi strumenti di cui l’uomo dispone per non farsi guerra, per non generare odio e conflitto ma concordia e fratellanza.
Il pentimento dell’Innominato sarà decisivo per portare a una svolta nella vicenda che sia risolutiva. L’Innominato ricorda al lettore che è lecito sbagliare, anche con dolo, ma che è anche possibile redimere i propri errori e fare del bene, partire dai mali commessi e volgerli a un fine benefico. La commozione che produce nel lettore la scena del pentimento del bravaccio, è carica di umanità, lascia trasparire tutto il turbamento interiore, i ritorni e ripensamenti, il terrore di una punizione, anche divina, ma al contempo la forza di riesaminarsi e chiedere scusa.

È proprio l’incapacità di chiedere perdono che fa di un altro personaggio, la monaca di Monza, forse la figura più umana della vicenda. Figlia di una nobile famiglia, ma in quanto donna destinata alla vita religiosa, Gertrude rappresenta la reazione più comprensibile di una figlia tradita dal padre. Portata in convento con la forza, allontanata dalla vita che avrebbe voluto, e potuto, condurre, per darsi ai voti e alla preghiera senza alcuna personale forma di sincera devozione.

Priva di malvagità nei confronti della famiglia e priva di ogni possibilità decisione, Gertrude reagisce alla vita religiosa cui viene costretta facendo l’opposto di ciò che si addirebbe a una monaca. intrattiene una relazione con il giovane Edigio, adottando atteggiamenti di vendetta e cattiveria con le proprie compagne e sfogando su Lucia una vendetta ingiustificata e frustrata.
In Gertrude si incarna il conflitto genitore-figlio che molti adolescenti affrontano e la ribellione che ne deriva. La monaca di Monza è una figura frustrata e inappagata dalla propria vita, come tale sfoga il proprio sadismo su chi si imbatte in lei: qui la povera Lucia. Ma nella monaca sta tutta l’umanità di una donna che se avesse potuto scegliere del proprio destino, se il padre le avesse saputo chiedere scusa per le imposizioni inflitte, sarebbe probabilmente rimasta la persona buona e altruista, disposta addirittura per affetto a sacrificare la propria felicità per il volere dei genitori. Tre personaggi, tre comportamenti più che attuali: fermezza, pentimento e frustrazione.

Nella narrazione de I promessi sposi non è messa sulla pagina solo la vicenda di un amore contrastato ma anche uno spaccato di passioni umane che hanno la medesima forza travolgente nell’uomo dell’oggi. Leggere I promessi sposi non è solo un noioso compito scolastico, ma un esercizio di messa a confronto con un’umanità lontana nel tempo ma vicina nelle affezioni che ha ancora tanto da dire a distanza di duecento anni.

Martina Tamengo

U. Eco una volta disse che leggere, è come aver vissuto cinquemila anni, un’immortalità all’indietro di tutti i personaggi nei quali ci si è imbattuti.

Scrivere per me è restituzione, condivisione di sè e riflessione sulla realtà. Io mi chiamo Martina e sono una studentessa di Lettere Moderne.

Leggo animata dal desiderio di poter riconoscere una parte di me, in tempi e luoghi che mi sono distanti. Scrivo mossa dalla fiducia nella possibilità di condividere temi, che servano da spunto di riflessione poiché trovo nella capacità di pensiero dell’uomo, un dono inestimabile che non varrebbe la pena sprecare.

Il (Quarto) potere di Mank, predecessore ed eredità di “Citizen Kane”

Il (Quarto) potere di Mank, predecessore ed eredità di “Citizen Kane”

Il (Quarto) potere di Mank, predecessore ed eredità di “Citizen Kane”

Quarto potere, il celeberrimo film che ha fatto da vero e proprio spartiacque nella storia della cinematografia statunitense, usciva nelle sale il 1 maggio di 81 anni fa. Da quel giorno, molte cose nel cinema sarebbero cambiate.
Nel 2020 è comparso sul catalogo Netflix Mank, film la cui storia è intimamente connessa a quella del capolavoro di Welles. Appena uscito, il pubblico gridava già all’Oscar, ma si è dimostrato davvero all’altezza delle aspettative?

Mank, ancor prima della sua uscita il 4 dicembre 2020 sulla piattaforma Netflix, aveva intorno a sé aspettative piuttosto alte: in primis per il cast stellare coinvolto, poi per la presenza di David Fincher alla regia, e infine per il collegamento con uno dei capisaldi della cinematografia statunitense e mondiale, ovvero Quarto potere.
Il film di Netflix è un dramma biografico dal look retrò che propone un viaggio dietro le quinte dell’industria cinematografica hollywoodiana durante gli anni della Grande depressione, gli stessi nel quali prese vita il capolavoro di Orson Welles. La pellicola originale è da sempre associata a quest’ultimo, quindi sembra lecito chiedersi: chi è Mank?

L’antefatto: chiariamo alcune cose

Lo sfondo della vicenda è piuttosto complesso perché frutto della stratificazione tra diversi piani di realtà. É necessario quindi fare un po’ di chiarezza: Herman J. Mankiewicz è lo sceneggiatore che scrisse Citizen Kane (Quarto potere in italiano). Orson Welles è il poliedrico genio ventiquattrenne che produsse, co-scrisse e diresse il film; non contento, interpretò anche la parte del protagonista della pellicola, il magnate dell’industria della stampa Charles Foster Kane.
La parabola biografica del personaggio di finzione si ispira liberamente alla vita di un altro uomo (realmente esistito), William Randolph Hearst. Quest’ultimo è stato un grande editore e imprenditore, che fu a capo di un impero mediatico senza precedenti in grado di influenzare enormemente i giornali e l’opinione pubblica.
I punti di contatto tra la storia personale di Hearst e Kane sono molteplici, tanto che il magnate americano cercò in tutti i modi di boicottare il film. Il suo intervento servì solo a limitarne la circolazione e a penalizzare la pellicola agli Oscar del 1942, dove vinse soltanto il premio per la miglior sceneggiatura originale. La stessa su cui si scatenò, appunto, la lotta tra Welles e il collega Mank.

La trama: dalla persona al contesto, e viceversa

La pellicola di Fincher è un viaggio tra i retroscena della Hollywood degli anni Trenta, del processo di scrittura di uno dei film più memorabili di sempre, e dell’ancestrale binomio tra una mente geniale e le sue dipendenze (alcol, gioco d’azzardo).
Mank (Gary Oldman) si trova costretto a letto dopo che, a causa di un’incidente d’auto, si è infortunato a una gamba. In un’isolata casa di campagna, lo sceneggiatore viene aiutato dalla stenografa (Lily Collins) a portare a termine il compito che gli è stato affidato: concludere in pochissimo tempo la stesura della sceneggiatura per il film di Orson Welles (Tom Burke).
Da questo frammento temporale si diramano continui flashback che mostrano il protagonista muoversi nella difficile scena hollywoodiana di quegli anni, caratterizzata dalla diffusa povertà della gente, la minaccia di Hitler oltreoceano, e il continuo scontro con i socialisti. La vicenda è impreziosita da teatrini elettorali, dall’uso arbitrario e spregiudicato dei media al servizio della politica e dalla strumentalizzazione consapevole delle fake news.
Lo spettatore viene proiettato al fianco di Mank nelle sue vorticose relazioni sociali, con il milionario William Randolph Hearst (Charles Dance), il direttore dello studio cinematografico Louis B. Mayer (Arliss Howard), l’amante ufficiale di Hearst e starlet Marion Davies (Amanda Seyfried), fino alla moglie, la “povera” Sara (Tuppence Middleton).

Tiriamo le fila

La regia di Fincher è di certo impeccabile (da notare anche l’uso sapiente delle luci del direttore della fotografia Erik Messerschmidt, che si rende indispensabile con il bianco e nero); non si può ovviamente dire rivoluzionaria come per quella di Quarto potere, ma è un riuscito omaggio allo stile del passato. Degna di nota anche la manipolazione del sonoro, distorto appositamente per renderlo simile a un autentico film d’epoca.
Nel lungometraggio recita un cast di tutto rispetto, impreziosito da attori del calibro di Amanda Seyfried, Lily Collins e Charles Dance. Un posto d’onore spetta senza dubbio a Gary Oldman che, con questa interpretazione nella parte del protagonista, ha sfiorato il suo secondo Premio Oscar come miglior attore. Menzione speciale anche alla Seyfied, che ha dato prova di una notevole maturazione artistica con la sua brillante prova. Non per niente, anche lei ha ricevuto una nomination come migliore attrice non protagonista.
La scrittura del film è (volutamente) intricata, stratificata, complessa, resa ancor più opulenta da una serie di rifermenti non solo storici e politici, ma anche letterari: geniale l’analogia tra Don Chisciotte-il futuro personaggio di Kane-Hearst. A complicare il tutto, la pellicola gioca con piani temporali non sequenziali. Una trovata ingegnosa (e metanarrativa) è quella di simulare la scrittura di un copione per segnalare le transizioni tra i vari flashback.
È divertente l’intrinseca sottile ironia che fa Houseman quando inizialmente critica la sceneggiatura scritta da Mank perché troppo complicata – dal momento che mescola piani temporali e punti di vista diversi, cosa che sarà una delle rivoluzioni segnate da Quarto potere –, e la sceneggiatura del film Mank: anche qui i piani temporali sono sfalsati, ma il punto di vista è unico, a rimarcare l’assoluta centralità della quale gode, finalmente, lo sceneggiatore. Orson Welles, nel lungometraggio, si vede solo di striscio, il rapporto si sviluppa quasi esclusivamente a distanza. Non c’è spazio per lui, questo è il film di Mank.


Perché il grande pubblico non conosceva Mank? Una damnatio memoriae? Il genio creativo di Welles troppo ingombrante? Forse entrambe le cose, o nessuna delle due. Come per il suo personaggio Kane, la figura di Mank rimane un puzzle complesso e intricato, una matassa imbevuta di alcol e parole che però, finalmente, riceve l’attenzione che merita.
Una piccola curiosità: la sceneggiatura del film Mank è stata scritta dal padre di Fincher, Jack, nei primi anni Novanta.

Un film per chi?

É sicuramente un film per appassionati, lo è abbastanza per i temerari fiduciosi, decisamente poco per chi vuole vedere un film senza pretese con il quale intrattenersi per qualche ora.
In definitiva, chi non ha mai visto Quarto potere può vedere Mank sperando di capirci qualcosa? Sì, è difficile ma non impossibile, contando il fatto che anche chi ha visto il lungometraggio di Welles (ma non è esperto della scena Hollywoodiana degli anni Trenta) riesce con una certa fatica a cogliere i numerosissimi riferimenti contenuti. Bisogna investirci una buona dose di concentrazione, seguirlo in religioso silenzio per non rischiare di perdersi mezza battuta, ma è un film che ripaga.
Chi non conosce il sottofondo della vicenda può comunque godersi la storia di un arguto, tagliente, ironico sceneggiatore alla deriva, ma la visione sarà impoverita dall’impossibilità di riconoscere le allusioni che, alla fine, costituiscono l’anima del film: il tributo lucido, non patinato, di Fincher al cinema del passato.
Ciò nonostante, una persona può comunque emozionarsi davanti a un’opera di Van Gogh o di Picasso senza necessariamente sapere chi sia l’artista né che tecnica abbia utilizzato. Questo è il bello dell’arte fatta bene.

Il film ha ricevuto ben dieci nomination agli Oscar del 2021. Ha portato a casa solo l’Oscar per migliore fotografia (a Erik Messerschmidt), e migliore scenografia (a Donald Graham Burt e Jan Pascale).

Per chi gradisce un assaggio della sceneggiatura originale, clicca qui.


PRO
– un intenso e travolgente Gary Oldman
– Mank, un personaggio a dir poco magnetico
– David Fincher si riconferma grande regista

CONTRO
– storia piuttosto complicata e intricata
– bisogna sforzarsi di star dietro a un ritmo incalzante
– la visione richiede una certa concentrazione

Un altro film contemporaneo di Netflix in bianco e nero con Zendaya? Sì, esiste, clicca qui per scoprirlo.

 

MotoGP 2022: 4 giorni al via

MotoGP 2022: 4 giorni al via

MotoGP 2022: 4 giorni al via

A pochi giorni dalla partenza del campionato facciamo un punto sulla stagione alle porte

Ogni volta che finisce la stagione a Novembre, una sensazione di vuoto e smarrimento riempie gli appassionati di MotoGP. Una leggenda narra, che è possibile vederli davanti agli scaffali dei supermercati nel reparto meccanica, ad annusare i flaconi di olio motore. Tre lunghissimi mesi senza gare, diciamocelo, sembrano interminabili, anche perché capitano a pennello durante la stagione invernale, quando molti motociclisti mettono in letargo i loro giocattoli.

Ogni anno, poi, ci si ritrova alle porte della stagione senza quasi accorgersene. L’inverno scorre veloce, fioccano le presentazione dei nuovi team e i piloti si tolgono la ruggine nei test pre stagione, catapultandoci nel nuovo campionato. Dopo il periodo di congelamento delle evoluzioni tecniche a causa COVID, per il 2022 le case hanno lavorato molto rimescolando i valori in campo.

Il punto su case e piloti

Ducati, con la precocità a cui ci ha abituato dal 2017, ha vincolato Bagnaia. Per il torinese altri due anni con la rossa, nella speranza che riporti il titolo a Borgo Panigale, titolo vinto nel 2007 da un certo australiano. Un australiano in realtà in casa ce l’hanno anche, ma sembra non aver convinto i vertici Bolognesi e non è ancora stato confermato. A dirla tutta, il 2021 non è stata affatto una cattiva stagione per Miller, due vittorie in tanti se le sono sognate in una carriera intera, figurarsi in una stagione. Eppure a Jack sembra mancare qualcosa. Spesso è veloce sia in gara che in qualifica, ma finisce spesso col restituire la sensazione che gli manchi quel quid per essere completo. Con otto moto in pista a Ducati il “vivaio” non manca, sarà importante valutare chi gli convenga mettere di fianco a Pecco: una seconda punta con cui mirare al titolo o un buono scudiero che tenga il clima disteso nel box. Potrebbe essere una questione tutt’altro che secondaria, ma la gestione piloti non è mai stata il punto forte dei desmo vertici. Bagnaia dopo la conclusione, quasi, in bellezza, vorrà mettere nero su bianco il salto di qualità effettuato, mentre Bastianini e Martin, ormai privi delle giustificazioni date dallo stato di rookie, vorranno dare il tutto per tutto e dimostrare di far parte dei grandi. Una cosa è certa: dopo cinque anni in cui Ducati fa scuola sulla tecnica e la sua superiorità è evidente a tutti, la vittoria di qualsiasi altra casa sarà in primis una sua sconfitta.

Honda ha fatto un grande salto in avanti, la moto è stata rivoluzionata e si vede che l’ispirazione viene da Ducati. La nuova HRC deve essere una moto più umana e guidabile da tutti, i suoi piloti l’hanno chiesto a gran voce e il record fatto segnare a Mandalika da Espargaro sembra confermare l’imbocco della strada giusta. Marquez dopo due anni correrà una stagione sin dall’inizio e si spera fino alla fine. La sua forma fisica non è ancora al 100% dopo il problema alla vista e quello precedente alla spalla destra, ma sappiamo tutti di cosa è capace e quanta fame abbia.

Aprilia nei test è andata forte, la moto ha subito un’importante evoluzione e i suoi piloti hanno potuto beneficiare di qualche giorno in più di prova, grazie alle concessioni di cui gode. Il periodo di adattamento di Vinales dovrebbe essere concluso, se il feeling con la moto ci sarà, come è probabile che sia, sarà in grado di giocarsi qualche vittoria, anche se dubitiamo il titolo.

Suzuki ha fatto un gran passo avanti. Era già una moto molto equilibrata e da quest’anno anche il motore è in grado di dire la sua. Dalla sua ha due piloti, che sanno essere molto veloci e la nuova gestione del team affidata a Suppo, che potrebbe aiutarli a ritrovare la bussola. L’assunzione del piemontese è notizia fresca, e diciamocelo, un po’ fuori tempo. Far iniziare un team manager alla prima di campionato è una mossa un po’ azzardata. Alla squadra sarebbe stato utile quantomeno fare gli ultimi test a Mandalika con la sua presenza, probabilmente i giapponesi hanno sperato fino all’ultimo in un ritorno di Brivio. Mir dal canto suo, dopo vari rumors sulla sua dipartenza verso altri lidi, si trova in una situazione favorevole con una moto evoluta sotto una nuova gestione, anche se crediamo sarà difficile vederlo in lotta per il titolo.

KTM e Yamaha rimangono due grandi incognite. La prima l’anno scorso ha arrancato e non è riuscita a migliorarsi molto per questa stagione. La seconda ha deluso largamente Quartararo, che dice di averla già portata al limite durante i test, un limite molto vicino a quello dell’anno scorso. L’austriaca dalla sua ha i due rookie più promettenti dell’anno: il campione e il vice campione al debutto Moto2. La giapponese paga un grande divario di motore con le migliori e la cosa ha portato Fabio, l’unico ad aver avuto prestazioni di rilievo l’anno scorso, a guidare sopra al limite mettendoci una gran pezza. Il francese non sembra contento della situazione, ma si vocifera che Ezpeleta non sia disposto a far perdere l’attuale equilibrio alle case e, probabilmente, Quartararo resterà dov’è.

La grande differenza tra le due case è che la Yamaha nonostante venga data per spacciata ad inizio stagione, alla fine dei giochi porta a casa risultati di rilievo, mentre KTM dalla sua ha la forza di una casa giovane e aggressiva, dotata di un’elasticità sconosciuta a Iwata. Quartararo è sicuramente galvanizzato dal titolo vinto in precedenza ma, e spero di sbagliarmi, Yamaha non l’ha messo nella condizione ideale per lavorare serenamente. Le molte dichiarazioni di malcontento denotano da parte sua un inizio non dei migliori, che potrebbe costargli la conferma per il titolo. Morbido ha le carte in regola per fare bene e se le problematiche alla gamba sono finite potrà dire la sua, ma la sensazione è che la casa dei tre diapason non abbia fatto gli sforzi dei concorrenti.

Ventiquattro moto in griglia, un terzo Ducati e le altre case decise a smettere di inseguire. Quattordici campioni del mondo e il calendario più lungo di sempre, spalmato su 21 gare. Un capitolo appena chiuso, un grande ritorno e tanti giovani che voglione emergere. I presupposti per una delle stagioni più agguerrite di sempre ci sono.

Mattia Caimi

Appassionato di moto in tutte le salse, é cresciuto leggendo i "Pensieri sporchi" del Ciaccia. Ama scrivere del mondo del motociclismo, fingendo di capirne qualcosa.