US OPEN: una vittoria… Carlito’s way!

US OPEN: una vittoria… Carlito’s way!

US OPEN: Alcaraz, una vittoria… Carlito’s way!

Nell’ultimo major dell’anno infuria la lotta tra i possibili successori dei big three; a spuntarla è il giovanissimo tennista di Murcia, Carlos Alcaraz.

Que viva Alcaraz!

Si conclude il magico giro del mondo che ogni anno parte a gennaio da Melbourne per arrivare a settembre a New York, passando in estate per Parigi e Londra. Sono le città che rappresentano i paesi con le tradizioni tennistiche più importanti e che più indietro nel tempo affondano le proprie radici.

Nel giorno di sabato 10, canonicamente dedicato alla finale femminile, ai lati del campo centrale gli organizzatori fanno scrivere la data fatidica: 9/11/2001, il giorno dell’attacco alle Torri Gemelle. La finale maschile dell’edizione 2022 del torneo ha coinciso con la triste ricorrenza. È stata l’edizione di un americano in semifinale (non accadeva da diciannove anni); Frances Tiafoe, brillante giocatore del Maryland, ha eliminato Nadal. Ma anche di Casper Ruud, il norvegese atipico che non si diletta di sci di fondo, ma si fa un nome come racchettatore e si spinge fino alla finale. E di Sinner, sempre più determinato e completo.

Tutti bravi, ma non abbastanza per vincere nella Grande Mela.

Nel 2022 i nomi di Nadal e Djokovic sono entrati per l’ennesima volta negli albi d’oro delle prime tre tappe; ma nell’ultimo atto un nome nuovo ha avuto la meglio su tutti, e si propone come numero uno mondiale: Carlos Alcaraz.

Abbiamo seguito le sue vittorie a Madrid e Barcellona sulla terra, e a febbraio anche la sua affermazione sul cemento di Miami. A Parigi ha perso nei quarti, e a Wimbledon si è arreso al nostro Sinner, contro il quale si è vendicato nei quarti a Flushing Meadows. Non ha brillato in agosto, ma ha ricaricato le batterie per presentarsi a Flushing con la giusta tensione. Ha perso sette set complessivi; per tre volte è andato alla quinta partita, che ogni volta ha vinto 63; ha annullato una palla-match, come diremo tra poco. Ha sofferto, ha perso punti incredibili ma ne ha anche vinti, sempre deciso a cancellare dalla testa tutto subito, per rituffarsi nello scambio seguente con rinnovata fame di vittoria.

Difficile pensare che possa vincere come il suo connazionale Nadal, ma di sicuro il futuro di Alcaraz è già qua, e parecchie altre volte lo vedremo trionfare.

Il torneo maschile ha visto nei quarti i due protagonisti italiani uscire con onore. Ma mentre Berrettini è stato battuto nettamente da Ruud, Sinner ha perso una battaglia memorabile proprio contro il vincitore della manifestazione.

La sfida tra i due giovani (21 anni Jannik, 19 Carlos!) ha stabilito il record di durata per una partita giocata in notturna: circa cinque ore e un quarto. È terminata dopo le due di notte, ora locale.

Jannik è stato il giocatore che più di tutti ha messo Alcaraz con le spalle al muro. Dopo una partenza favorevole all’iberico, Sinner ha vinto il secondo e il terzo set al tie-break. Nel quarto set si è conquistato un matchball, che però non è riuscito a convertire. Nella quinta e decisiva frazione ha strappato il servizio al suo avversario, ma ha anche esaurito il carburante, subendo un parziale di cinque giochi consecutivi che ha spianato allo spagnolo il passaggio del turno.

A fine partita grandi abbracci e fair-play tra i contendenti, che si conoscono e sono amici dagli albori junior delle loro carriere. Sui social diversi addetti ai lavori hanno riconosciuto nella sfida uno dei confronti che maggiormente caratterizzerà il tennis nel prossimo decennio. Sperém, ovviamente contando su di un finale differente, di tanto in tanto almeno.

Nelle semifinali la maggiore solidità di Casper Ruud ha la meglio su un Kachanov già contento di essere arrivato sin lì, mentre Alcaraz vince il terzo incontro consecutivo al quinto set, stavolta con il già citato Tiafoe. In finale l’infante di Spagna prevale su Ruud in quattro set, vacillando nel secondo ma imponendosi di forza nel quarto.

Il torneo femminile, dopo aver vissuto una prima parte densa di rivolgimenti e di teste coronate in disgrazia anzitempo, ha prodotto la finale più credibile in questo momento. Da una parte la polacca Iga Swiatek, numero uno mondiale e vincitrice a Roma e a Parigi, dall’altra Ons Jabeur, tunisina, sempre più un simbolo per il suo paese e per il mondo arabo; quest’anno si è imposta a Madrid e ha perso le finali di Roma e di Wimbledon.

L’incontro decisivo ha confermato le attuali gerarchie; la Swiatek ha dominato il primo set ed è salita tre a zero nel secondo. Ha quindi subito il ritorno dell’atleta nordafricana, che nel tie-break ha avuto una palla per vincere la frazione. La numero uno del mondo l’ha cancellata con un dritto straordinario a uscire che ha baciato la linea laterale. Poi, complici due errori della Jabeur, è giunto il trionfo per Iga, che ha avuto l’onore di ricevere la coppa dalle mani della grandissima Martina Navratilova.

Menzione per la nostra Camila Giorgi: ha perso al secondo turno contro l’americana Madison Keys, assai forte. Camila non ha saputo amministrare un vantaggio di 5 a 2 nel set decisivo, e ha ceduto al tie-break. Peccato, bella difesa ma soprattutto occasione persa.

Ora spazio all’ultima fase della stagione, con una corsa tra i migliori per raccogliere punti validi per la qualificazione alle ATP finals in programma dal 13 al 20 novembre a Torino: i migliori otto dell’anno per una settimana di tennis scintillante all’ombra della Mole. Berrettini e Sinner hanno ancora delle chance di arrivare nella griglia di partenza, ma non devono commettere troppi passi falsi: la concorrenza è spietata.

Prima però spazio alla Coppa Davis; a Bologna dal 13 al 18 settembre Italia, Croazia, Svezia e Argentina si sfidano per definire le due squadre che parteciperanno alla fase finale a Malaga, a casa di Nadal e Alcaraz, in novembre. In primo piano per la nostra nazionale, nemmeno a dirlo, Matteo Berrettini e Jannik Sinner. Forza Azzurri!

Danilo Gori

US OPEN: Matteo Berrettini e Jannik Sinner, italians a go-go!

US OPEN: Matteo Berrettini e Jannik Sinner, italians a go-go!

US OPEN: MATTEO BERRETTINI E JANNIK SINNER: ITALIANS A GO-GO!

I due italiani protagonisti nelle prime giornate del torneo, mentre Serena Williams si ritira dalla bagarre e viene celebrata da tutto il suo mondo.

Prima settimana del torneo newyorchese: allo US Open conferme, novità e storie belle belle. Quella che si prende la copertina si chiama Serena; sabato 3 settembre la sconfitta patita dall’australiana Tomljanovic ha posto fine alla sua impareggiabile carriera.

La campionessa ha superato due turni: nel secondo match ha sconfitto l’attuale numero due del mondo, la estone Anett Kontaveit: ha giocato il suo miglior incontro degli ultimi anni ed è stata sospinta da un pubblico che ha tifato anche palesemente contro la sua avversaria. Anett si è lamentata di questo e ha pianto durante la conferenza stampa, ma la realtà è che Serena l’ha sovrastata nella personalità prima ancora che nel gioco. 

Il comportamento della audience mi ha ricordato l’edizione del 1991, quando il trentanovenne Jimmy Connors riuscì a issarsi fino alle semifinali orchestrando gli spalti come un vero gladiatore. Nel match contro l’olandese Paul Haarhuis un suo passante di rovescio in avanzamento è da molti considerato il punto più entusiasmante nell’intera storia del torneo; anni dopo, durante un’intervista, l’olandese dirà: “non ho mai sentito un baccano simile su un campo da tennis, né più lo sentirò”.

Ho divagato. Tutti i colleghi di Serena, più o meno titolati, hanno celebrato sulle rispettive pagine social il ritiro della regina nera. Personalmente credo che il suo impatto sulla popolarità del tennis femminile sia avvicinato solo da quello impresso sul movimento da Martina Navratilova, che fuggì a 19 anni nel 1975 dalla nativa Cecoslovacchia. Da Martina a Serena, ovvero quando i confini dello sport sono troppo stretti per personaggi che entrano nell’immaginario collettivo.

Protagoniste del torneo femminile? Detto della Williams, per il resto a regnare è il caos! Tutte battono tutte, le certezze di ieri non sono quelle di oggi, e probabilmente domani sarà un altro giorno…

Rossella O’Hara a parte, ci sono sorprese in tutti i turni e troppe sorprese equivalgono a nessuna sorpresa; per evitarvi il tedio di una nuova riproposizione della parola aserpros (scritta alla rovescia, così non entra nel computo), diciamo che, come peraltro già in passato indicato, l’uniformità del gioco moderno ha indebolito le gerarchie. In ogni torneo dello Slam possiamo considerare come minimo dieci giocatrici in grado di vincere; entro il secondo turno quest’anno sono uscite ben sette vincitrici di tornei dello Slam, dato senza precedenti, che dimostra la volatilità delle classifiche attuali.

Quanto descritto si traduce in uno statu quo difficile da gestire dal punto di vista finanziario per l’Associazione Tennis Femminile (WTA), che ha bisogno assoluto di nuove figure vincenti che trainino il circuito. L’associazione inoltre ha cancellato tutti gli eventi in Cina, a seguito della vicenda drammatica che ha coinvolto la tennista cinese Shuai Peng. La giocatrice ha denunciato sul proprio blog durante lo scorso novembre di essere stata oggetto di violenza sessuale da parte di un dirigente del tennis cinese, e per alcuni giorni è scomparsa. In seguito, sono stati diffusi video apparentemente rassicuranti dell’atleta, ma ancora non è stato possibile alla WTA contattarla direttamente. Da qui la decisione in merito alle competizioni in Cina, che però toglie introiti importanti.

Tornando agli US Open, a mio parere le tenniste che agli ottavi di finale sembrano avere qualcosa in più da mettere sul tavolo negli ultimi turni sono, oltre a Iga Swiatek, campionessa a Parigi e numero uno della classifica, Ons Jabeur, vincitrice a Madrid, e le americane Pegula e Gauff. Senza dimenticare la francese Garcia.

Il titolo comunque parla di italiani, e quindi… parliamone! Pur giocando a corrente alternata, Berrettini e Sinner hanno raggiunto gli ottavi di finale. Nella sera di domenica 3 Matteo è sceso in campo e si è qualificato per i quarti di finale superando in cinque set lo spagnolo Davidovich-Fokina. L’italiano ha commesso diversi errori di diritto e con il servizio, ma ha gestito meglio del suo avversario i momenti più delicati del match. Lunedì sarà la volta dell’altoatesino, che è favorito contro il russo Ivashka. Il traguardo di due nostri rappresentanti negli ultimi otto in gara agli US Open è tutt’altro che impossibile.

Nel torneo maschile Rafa Nadal è l’osservato speciale numero uno. Si è qualificato per gli ottavi; le sue condizioni fisiche lasciano ancora più di un dubbio, ma, nella terza partita della settimana ha giocato assai bene, confermando l’attitudine dei grandi campioni di andare in crescendo negli appuntamenti più importanti.

Il suo primo avversario è il russo Medvedev, il vincitore dell’ultima edizione. Ha passeggiato nelle prime tre partite, ma nella notte tra domenica e lunedì affronterà Nick Kirgyos, che dopo la finale di Wimbledon ha intenzione di continuare a giocare con la stessa intensità. Il quadro si completa con il passaggio agli ottavi di Carlos Alcaraz, mentre Tsitsipas ha mandato in campo una sua sbiadita controfigura, ed è stato eliminato al primo turno da un giocatore di secondo piano.

Con la seconda settimana lo US Open entra nel vivo degli incontri decisivi, per arrivare alle finali del prossimo fine settimana. A lunedì quindi, per leggere di vincitori e vinti!

US Open: ciak si gira, il tennis nella Grande Mela

US Open: ciak si gira, il tennis nella Grande Mela

US Open: ciak si gira, il tennis e la Grande Mela

Comincia lunedì 29 l’ultima prova dello Slam, tra italiani agguerriti, assenze eccellenti, ritorni, addii e… lieti eventi

Il nostro racconto della stagione tennistica si era interrotto a Londra, con gli applausi per Djokovic e Rybakina, re e regina di Wimbledon; eccolo riprendere a New York, dove lunedì 29 ha inizio lo US Open!

Il sole piacevole, le nuvole inglesi agilissime a celarlo e mutevoli, a volte caricate a salve e a volte piene d’acqua. I riti e le liturgie dei luoghi sacri dello sport, la noblesse du tenis. Beh, dimentichiamo tutto.

Ora comanda l’afa insopportabile di fine estate della east coast, con una superficie, il cemento, che amplifica il caldo percepito dagli atleti. Il pubblico americano si muove, compra da mangiare e torna sugli spalti in ritardo; il giudice di sedia lo richiama più volte “take your seats quickly please”. Non vive nulla di sacro, vede piuttosto un grande show, uno dei tanti nella città di Broadway. Insomma, gente indisciplinata ma divertente.

Cenni di storia: il complesso di Flushing Meadows viene inaugurato nel 1978: il vecchio Forest Hills, nel cuore del Queens, ospita in due distinti periodi ben sessanta edizioni degli US Open, con in aggiunta ben dieci finali di Coppa Davis. Ma negli anni Settanta non basta più per contenere la crescita di pubblico.

Nel 1974 si gioca per l’ultima volta sull’erba, e vince Jimmy Connors; nei tre anni successivi viene scelta la terra verde, più veloce di quella rossa europea. Ma urge una nuova struttura, moderna e soprattutto più capiente. E gli americani erigono Flushing; manco a farlo apposta, vicinissimo all’aeroporto “Fiorello La Guardia”: ogni minuto si alza un aereo, con costante disturbo per la concentrazione dei tennisti. Nel 1978 si gioca sul cemento, scelta seguita fino ai giorni nostri; Adriano Panatta nei quarti apparecchia il suo tennis migliore, ma Connors, che poi vince il titolo, lo beffa sul traguardo con un passante di rovescio a una mano considerato ancora oggi uno dei colpi più belli nella storia del torneo.

Il sindaco Dave Dinkins interviene e nel 1990 ottiene il cambio delle traiettorie aeree per insonorizzare (si fa per dire) il torneo. Well done Dave, tutti i vincitori da lì in poi ti devono qualcosa!

Il Campo Centrale è dedicato ad Arthur Ashe, leggendario atleta di colore, campione nel 1975 di Wimbledon e di intelligenza contro un furioso Connors (sempre lui!); è lo stadio del tennis più grande del mondo.

 

Vicino ad esso l’arena dedicata a Louis Armstrong, omaggio al divino trombettista e alla personalità culturale che trascende l’ambito e la nazionalità. Ma, se si vuole sorridere un po’, possiamo di nuovo pensare a come gli americani approcciano lo sport. Boris Becker trionfò nel 1989, e disse: “vincere qui è incredibile. A Wimbledon è di rigore il silenzio? A New York uno potrebbe suonare il sassofono nelle prime file, e nessuno avrebbe da ridire.”. D’altronde, non è forse nato qui negli anni Settanta il World Tennis Team, una competizione a squadre, già una forzatura in uno sport individuale, dove i tennisti potevano essere sostituiti come nel calcio, e il pubblico poteva tifare – orrore – durante gli scambi?

I più grandi vincitori degli US Open sono Jimmy Connors, Pete Sampras e Roger Federer, tutti con cinque allori; tra le signore Chris Evert e Serena Williams, sei volte ciascuna a segno. Il risultato più importante di un italiano nel torneo è la semifinale raggiunta da Berrettini tre anni or sono, finita con la vittoria netta di Rafa Nadal.

Prima di lui semifinale anche per Corrado Barazzutti nel 1976; perse da Connors, e il match è rimasto famoso per un punto, un colpo di Jimbo che Corrado riteneva fosse out. Prima ancora che il giudice si avvicinasse per controllare il segno (si giocava sulla terra), l’americano passò la rete e cancellò la traccia con il piede, davanti all’attonito “barazza” . Il pubblico lo travolse con dei sonori buu e il giudice arbitro disse qualcosa come “non si fa così Mr. Connors”, in pratica perdonandolo. Avrebbe vinto comunque, però fu un tantino cafone.

Tra le donne invece c’è l’indimenticabile finale del 2015, che si trasformò in una strapugliese tra la tarantina Vinci e la brindisina Pennetta, con quest’ultima che alza la coppa.

Come è andata l’estate tennistica? Dopo Wimbledon luglio ha vissuto l’ultimo scorcio di terra rossa vacanziera, a Umag in Croazia e Gstaad in Svizzera, con i nostri portacolori sugli scudi. Berrettini finalista in Svizzera, Sinner vincitore in Croazia e Musetti ad Amburgo. In agosto il cemento americano è stato meno generoso con gli italiani e ha visto vincere a Cincinnati due giocatori risorti dopo periodi tribolati: Borna Coric e Caroline Garcia. Protagonisti in più per lo Slam newyorchese.

 

Non mi sottraggo al gioco dei favoriti: un pronostico errato in più non può compromettere oltre la mia fama di esperto (ah ah!). Tra i maschi non c’è Djokovic, la cui avversione ai vaccini continua a non piacere lontano dall’Europa (non poté entrare nemmeno in Australia); Nadal ha l’unico dubbio nell’integrità fisica, poi Medvedev, campione uscente. Alcaraz sta tornando dopo un luglio sottotono, Tsitsipas sta giocando benissimo. Italiani: Matteo Berrettini, Jannik Sinner e Lorenzo Musetti sono teste di serie, speriamo arrivino agli ottavi, e poi si vedrà. Forza ragazzi!

Tra le femminucce, Iga Swiatek dopo Parigi ha vissuto soprattutto delusioni; le più in forma sembrano Simona Halep e le americane Pegula e Gauff. Possibili sorprese? La brasiliana Haddad Maia e la russa Kasatkina.

L’edizione in avvio vivrà la commozione di un addio pesante: Serena Williams, una delle più grandi di sempre, si ritira o, come preferisce dire lei stessa, evolve. Nessuna ha vinto più di lei; la sua storia, recentemente narrata in un film con Will Smith nella parte del padre suo e della sorella Venus, si identifica con quella dello spirito a stelle e strisce, della determinazione ferrea di chi vuole arrivare contro tutti e tutto. Straordinaria ambasciatrice dello sport, giocherà l’ultima palla nello stadio dedicato ad un’altra icona black del gioco, quell’Arthur Ashe a sua volta protagonista dell’emancipazione negli anni Settanta.

Il resto è felicità: quella di Petra Kvitova, due titoli a Wimbledon, che annuncia il suo presto sposi; quella di Angelique Kerber, tre coppe Slam, che avvisa tutti: “non partecipo agli US Open, non sarebbe corretto giocare due contro uno”. Capita, quando ti accorgi di essere in dolce attesa.

I migliori auguri a loro, che per un po’ appoggiano la racchetta sul comodino. Un “buon tennis” ai colleghi che invece se la tengono ben stretta in mano, pronti ad usarla come sanno a Flushing Meadows; duecentocinquantasei protagonisti, in scena da lunedì. A chi gli Oscar? Lo sapremo alla fine della… quinzaine (deciditi: è l’Oscar o la Palma d’Oro?). Insomma: pronti, partenza, via!

 

Robert De Niro: domenica in chiesa, lunedì all’inferno

Robert De Niro: domenica in chiesa, lunedì all’inferno

Robert De Niro: domenica in chiesa, lunedì all’inferno

Compie 79 anni uno dei simboli più genuini dell’italianamerican, che rivela il suo talento rivoluzionario nel primo capolavoro di Martin Scorsese.

La carriera di Robert De Niro decolla all’alba degli anni Settanta. Mean Streets esce nel 1973; In Italia il titolo non viene tradotto, ma l’aggiunta del sottotitolo con i due giorni della settimana introduce la dialettica degli opposti; De Niro interpreta Johnny Boy Civello, giovane disadattato che fa esplodere per gioco le cassette della posta, rincorso dai creditori e alla ricerca di nuovi gonzi cui prendere denaro. È sospeso tra la sua inaffidabilità e la devozione per l’amico Charlie (Harvey Keitel), che cerca di difenderlo da tutti, soprattutto da sé stesso.

Johnny boy tornerà più volte, sarà il Travis Bickle di Taxi Driver, Jake La Motta di Toro Scatenato o Noodles di C’era una volta in America; eroi universali tormentati ed alienati dal contesto sociale che si evolve spietatamente, senza riguardo per gli inadatti, siano essi persone fragili o reduci di una guerra persa.

C’è qualcosa di più sullo sfondo delle sue performance: nei Seventies il contesto in cui si muove l’attore è una New York economicamente sconfitta: austerity con tagli all’energia e saccheggi metropolitani; il sindaco nel 1975 chiede a Washington il salvataggio, che Gerald Ford non concederà. Il Daily News titolerà “Crepa New York!”, riferendosi alla risposta di Mr. President.

John Naughton su GQ arriva a identificare De Niro con la sua città. L’uomo con le sue nevrosi e i suoi flussi di incoscienza è il newyorchese che ha perso i riferimenti, mentre NYC è ancora la città che non dorme mai, ma per motivi tutt’altro che nobili. Il sogno americano langue e denuncia i suoi limiti e le sue ipocrisie; all’inizio degli anni Novanta è sempre De Niro che ne mostra l’altra faccia, con la clamorosa interpretazione dell’apparentemente tranquillo Max Cady che si trasforma in sadico aguzzino del suo avvocato in Cape Fear. E John Hinckley, dopo aver attentato alla vita di Ronald Reagan nel marzo del 1981, dichiarerà di essere rimasto stregato dal film, da Jody Foster (che recita la parte di una baby prostituta) e di essersi ispirato proprio al personaggio di De Niro.

LA RECITAZIONE.

“Una volta Robby mi dice: “sai come un attore legge una sceneggiatura?”. “Come?” – rispondo io. “Adesso te lo mostro.” E inizia a camminare e a scorrere lo script dicendo: “stronzate! Stronzate! Stronzate!””.

“Harvey Keitel, Kennedy Center Honors per Robert De Niro, 2009.

Secondo i dettami della Stella Adler Academy, De Niro cerca la totale immersione nel personaggio, con un approccio che vuole favorire l’immaginazione prima ancora che le emozioni; l’attore quindi toglie, ma è incredibilmente attento ai dettagli, per essere prima ancora che interpretare. Con una stupefacente e giustamente famosa trasformazione fisica acquista 30 kg per impersonare la parte del grande campione di pugilato La Motta. lo ritrae dalla gloria del ring fino al suo imbolsimento; poi recita in siciliano nel Padrino parte II (e riceve l’Oscar), si rovina i denti e se li fa risistemare a spese sue per Cape Fear.

De Niro spinge come nessuno prima i limiti del concetto di versatilità dell’attore: prende la licenza e guida il taxi di notte per mesi nella sua città (You talkin’ to me?), impara a suonare il sassofono nel flop New York New York.  Si infuria con Mickey Rourke durante le riprese di Angel Heart, per i ritardi sul set e gli atteggiamenti da divo.

È un lavoratore instancabile e perfezionista, e quando decide di prendersi una pausa nel 1977, si imbatte nella sceneggiatura del Cacciatore. Il film parla dell’impatto della guerra nel Vietnam su una comunità di operai della Pennsylvania, e stravolge i programmi di Bob. Risultato: cinque Oscar, tra cui il miglior film. Una delle sue frasi iconiche rimarrà: “Il talento è nelle scelte”.

Stavamo girando “Quei bravi ragazzi”; nella scena in cui io accoltello ripetutamente Frank Vincent steso nel bagagliaio, ad un certo punto mi accorgo che De Niro al mio fianco mi fissa perplesso. Gli dico: “Che c’è Bob?”. “Nulla” fa lui, ma io insisto: “O parli o pugnalo te invece di Frank!”. “Stavo pensando…” – fa allora lui – “stai colpendo troppo in fretta; non si può entrare e uscire dalle costole di un uomo così velocemente. Non sei credibile Joe”.

“Joe Pesci, intervento, AFI Life Achievement per Robert De Niro, 2003”.

LA TIMIDEZZA

Una caratteristica ben nota e frustrante per i giornalisti del settore è la ritrosia del divo a rilasciare interviste. Scherzando ma non troppo Martin Scorsese, ospite del Tonight Show, saputo dal conduttore Jimmy Fallon che De Niro era stato lì poco prima, chiede “Did he speak?”. La capacità di trasformarsi e di rubare la scena sul set si è perfettamente saldata con la sua necessità di non dire. E negli anni questo aspetto del suo carattere ha portato il pubblico ad immaginare, anche al di fuori dei film, e a riempire i suoi vuoti. Solo più di recente ha aperto la bocca più spesso; ha destato stupore il suo proposito di “prendere a pugni” il presidente Donald Trump per alcuni aspetti della sua politica.

Nel nuovo millennio si è dedicato anche a ruoli più leggeri, magari autoironici come in “Un boss sotto stress” o “Ti presento i miei”, ma Robert De Niro, è diventato una star recitando spesso il ruolo dell’outsider, del cattivo o di uno dei cattivi del film. Non si è mai veramente preoccupato di opinioni degli addetti ai lavori, pur rispettandone il ruolo. Ha lasciato parlare la sua arte.

Personalmente nessuno come lui, se non il migliore Al Pacino, mi ha fatto apprezzare in un attore la volontà di cogliere in un essere umano virtù e debolezze, slanci di umanità e bassezze. Sempre con compassione, mai volendo giudicare. Tutti gli attori e le attrici devono fare i conti con la sua arte, con il suo modo sincero, senza sconti e senza preconcetti, di entrare nel mondo dell’uomo descritto nella sceneggiatura.

Voler capire da dove nasce il male nei suoi gangster, senza probabilmente considerarli tali. Non cercando né buoni né cattivi, solo persone senza etichette, attraverso le quali lanciare messaggi universali su di noi.

“Eravamo a Parigi, e in un pomeriggio stavamo sostenendo settanta interviste per la promozione di “Terapia e Pallottole”, e Bob mi voleva sempre con sé, per il semplice motivo che io parlo. Bob odia parlare nelle interviste: si limita a fare le sue smorfie, e alla fine dice “basta così, no?”

“Billy Cristal, introduzione della cerimonia, AFI Life Achievement per Robert De Niro, 2003”.

Pete Sampras, il pistolero tranquillo

Pete Sampras, il pistolero tranquillo

Pete Sampras, il pistolero tranquillo

Tra McEnroe e Federer, tra i mitici ottanta e i Big Three, un timido ragazzo del Maryland chiede spazio. E lo fa senza troppi giri di parole, affidando le sue ragioni ad un talento purissimo

Quando nel settembre del 1984 John McEnroe vince il suo quarto US Open su Ivan Lendl, nessuno immagina che sarà il suo ultimo successo in un major, e che per cinque lunghi anni gli atleti a stelle e strisce non si imporranno più nei quattro tornei Slam. Mac avviava un precoce e pur splendido declino, e con lui il trentaduenne Jimmy Connors, e la Federazione Americana Tennis (USTA) affrontava una crisi di talenti senza precedenti per un paese che aveva vinto fino ad allora ventotto volte la Coppa Davis e giocato complessivamente cinquantaquattro finali.

Sul finire del decennio si affaccia però una strana triade di americani esotici: saranno loro, insieme al “rosso” Jim Courier, a riportare lo zio Sam sul trono del tennis. Nel 1988 esplode il talento del giocatore più moderno del pianeta, vero prototipo del tennista di oggi: figlio di un immigrato iraniano, André Agassi è il punk burlone e sorridente che prende tutti a pallate e arriva in semifinale a Parigi. Un anno dopo il flemmatico sino-americano Michael Chang vince, a diciassette anni, addirittura il Roland Garros, oltraggiando nientemeno che Re Lendl.

Nel frattempo, il terzo, il figlio dell’immigrato greco Soterios, lascia la presa bimane del rovescio che gli è stata impostata e si concentra sul gioco del suo idolo, Rod Laver. Colpisce la pallina con il suo stesso talento e pratica il gioco classico dei grandi degli anni Sessanta, dall’australiano a Manolo Santana. È ombroso e timido, non ha il carisma del punk e del saggio cinesino.

Ma nella destra ha la magia.

Per qualche tempo si allena a casa di Lendl, e impara la dedizione assoluta al lavoro dell’amerikano di Praga; il talento si deve associare al rigore, o Laver rimarrà lassù, inavvicinabile. Se ne ricorderà il 6 settembre del 1990, quando nei quarti di finale incrocia proprio il suo mentore. L’ex cecoslovacco arriva da otto finali consecutive nel torneo ed è favorito; nei primi due set però il greco è perfetto e lo confonde con fendenti e servizi terribili. Nei due set successivi il campione si riprende ed all’inizio del quinto tutti scommetterebbero su di lui. Ma il ragazzo lo stende con freddezza: 62 e tanti saluti. In semifinale supera McEnroe e in finale straccia proprio lo showman Agassi. Come dire: lui fa il cinema, io i fatti. Da qui comincia la favolosa storia di “Pistol” Pete Sampras.

Quella tra i due giovani finalisti di New York 1990 è la rivalità del decennio: sembra costruita apposta su alcune differenze che scavano un abisso tra i due. Le liti al limite del contatto fisico tra Connors e McEnroe lasciano la scena al contrasto di stili, comportamenti in campo e fuori. Pete è solitario e taciturno, interessato solo al suo tennis, imperscrutabile e infaticabile; Andre è simpatico e comunicativo, curioso del mondo, geniale e distratto. Insieme girano spot per la Nike allestendo campi da tennis per le strade più trafficate; insieme vengono travolti in una epica finale di Coppa Davis a Lione nel 1991, sconfitta assai istruttiva sulla vecchia Europa per i due giovanotti yankee. Insieme giocheranno cinque finali Slam, e Pete ne perderà una sola.

Perché nell’ultimo atto dei tornei è un killer: troppo determinato, troppo campione per tutti; a Wimbledon ne vince sette su sette. Nel momento giusto, il suo servizio non fallisce mai: “se funziona lui, sono tranquillo” dice parlando del suo gioco.  Vince 14 finali Slam su 18; solo Parigi gli sfuggirà, con la terra rossa che rallenta i colpi del suo fioretto magico.

Poco importa se l’orizzonte della sua vita appare limitato; nella sua autobiografia bestseller, Agassi si prende gioco di lui e dice di invidiarne l’ottusità (dullness), ovvero la sua assenza di ispirazione. Pete gli appare bidimensionale, senza pensieri particolarmente complessi; dal suo punto di vista, il greco risponderà tempo dopo di “aver semplicemente sempre saputo cosa avrebbe voluto fare, a differenza di Andre”.

Il 2 luglio 2001 negli ottavi di finale Pete affronta il teenager Roger Federer, e la storia fa di nuovo tappa a Wimbledon. Il giovane svizzero fa la sua prima apparizione sul Centrale, e il campione viene da una striscia vincente di 31 incontri a Londra; dal 1993 fino a quel giorno ha perso solo un match!

Ne esce uno show indimenticabile. Federer non mostra nessun timore reverenziale verso l’avversario e neppure nei confronti del leggendario stadio; vince il tie-break del primo set e perde il secondo solo per 75. I due si dividono i due successivi parziali dando fondo al loro arsenale di meravigliosi fiorettisti. Nel set decisivo sul quattro a quattro Sampras ha una palla break e gioca un rovescio alla figura dello svizzero corso a rete; sembra fatta, ma Roger si toglie di dosso la pallina con una volée di rovescio incredibile.

È il segnale: Federer annulla una seconda opportunità per l’americano, sale 54 e chiude l’incontro con un break. Sampras stringe, riluttante come sempre, la mano dell’avversario che lo ha battuto e comprende come undici anni prima si era sentito Lendl di fronte al suo successore.

Qualcosa scricchiola nella ferrea determinazione di Pete. Dodici anni dopo la finale del 1990 torna nell’ultimo atto di New York, e oltre la rete c’è lo stesso punk di allora; e anche il vincitore al termine è lo stesso. Sampras alza la coppa, saluta e torna negli spogliatoi; nessuno lo sa, ma rimarrà quella la sua ultima partita ufficiale. Quello che non vuole un uomo schivo come lui, poco incline all’ironia ma molto allo stile, è trascinare il proprio talento attraverso uno stillicidio di ritiri e clamorose rentrée, con lauti compensi per comparsate malinconiche e a volte grottesche. Caso rarissimo nello sport, ha il coraggio di ritirarsi dopo un trionfo, nel pieno delle proprie capacità tennistiche.

Il ritiro ufficiale verrà annunciato un anno dopo. Da quel momento Pete uscirà dal tennis; rilascerà occasionali interviste, parteciperà ancora a eventi tra vecchie glorie, ma non diventerà commentatore, o uomo immagine di un torneo. In una chiacchierata con l’ex campione Pat Cash per la CNN dirà che la cosa più importante per lui dopo la fine della carriera è la famiglia. Semplicemente. Nessuna voglia di essere il coach di qualcuno, perché “ne ho abbastanza di viaggiare per il tennis”; al “Time” confiderà che “le motivazioni erano finite, e non c’era nulla da dimostrare ancora”

Nell’ultimo match con Agassi, nel cuore dello scontro, Pete grida “that’s what I’m talking about!” (è di questo che sto parlando!), per caricarsi; al termine della finale riconoscerà di non aver mai ricevuto una ovazione come quella. La folla aveva la prova, anche Sampras il calmo vive le sue emozioni, ha paura di perdere, sa che altre occasioni per trionfare non verranno più.

A vent’anni dal ritiro poco rimane dei suoi record; Federer, Nadal e Djokovic hanno fatto piazza pulita dei numeri precedenti alla loro era. Ma l’appassionato di tennis non può dimenticare Petros il greco, mite e sublime pistolero di fine millennio, unico autentico predecessore del Divo Roger. Senza fare troppi clamori, aveva un sogno: lo ha coronato, e nel farlo ci ha regalato momenti di talento ineguagliabili. Senza parlare molto, lasciando alla racchetta il compito di raccontare di sé.