In evidenza

La noia: romanzo e paradigma novecentesco

Da Leopardi a Schopenauer, da Svevo a Joyce, la condizione dell’uomo moderno sembra alimentarsi di un sentimento di noia che priva l’individuo di ogni slancio vitalistico, condannandolo ad un tedium vitae perenne e incomunicabile.

“Ho già notato che la noia consiste principalmente nell’incomunicabilità”. Dino, è un giovane artista appartenente alla nobiltà romana, si è da poco trasferito in via Margutta, dove ha sede il suo fatiscente studio da pittore. Eppure la novità dello studio, la vivace realtà romana e la pittura non sembrano alleviare quella “noia” di cui afferma soffrire sin dai tempi dell’adolescenza.

La noia, 1963. Regia di Damiano Damiani

A breve distanza dalla notizia della morte del pittore e vicino di studio Mauro Balestrieri, si presenta alla porta di Dino Cecilia, una ragazza tanto bella quanto inafferrabile, un tempo amante e modella del vecchio pittore. Tra i due sorge presto una relazione, ma come ogni aspetto nella vita di Dino, anche la bella Cecilia, istintiva e animalesca nel suo vivere nella mera ottica di soddisfare esigenze fisiche, gli viene rapidamente a noia. Una mattina Dino decide allora di darle appuntamento per porre fine alla relazione, ma Cecilia non si presenta, l’evento, l’impossibilità di possedere la ragazza, fa da miccia ad un’inarrestabile gelosia che travolge Dino.

Sempre più tormentato per la donna, Dino decide di pedinarla, venendo a conoscenza degli incontri della giovane con un altro uomo, l’avvenente attore Luciani. Nella speranza di placare la tormentata gelosia per Cecilia, Dino stabilisce al termine di ogni appuntamento di offrire denaro alla ragazza nella speranza che questa assuma ai suoi occhi i panni di una prostituta, indesiderabile e abbandonabile. Paradossale agli occhi di Dino, turbato e afflitto dall’incontrollabile gelosia, è il fatto che tanto più la giovane Cecilia mente e lo tradisce, tanto più lui se ne innamora.
Il pittore fa un ulteriore tentativo: forse, se si fosse sposato con Cecilia, la noia del matrimonio gli avrebbe portato tedio anche verso la giovane. Ma Cecilia ha bisogno di tempo per pensarci, e questo tempo viene trascorso a Ponza insieme a Luciani, in una vacanza pagata con il denaro di Dino.

La noia, 1963. Regia di Damiano Damiani

Dino, consapevole di aver perso ormai ogni dignità e ragione, tenta il suicidio schiantandosi in auto contro un platano. L’esperienza ravvicinata della morte lo porta ad una svolta: non può cambiare la propria ossessione per Cecilia ma può solo accettarla, attendendone il ritorno per poterla incontrare ancora.

Pubblicato nel 1960 presso Bompiani, La noia è certamente tra i romanzi più rappresentativi della poetica di Alberto Moravia, in continuità alla linea assunta già ne Gli indifferenti. A essere messo in scena è prima di tutto il problematico rapporto con la realtà della borghesia novecentesca, una borghesia in sfacelo, aggrappata a valori quali sesso e denaro.
Dino è un giovane pittore, tanto ricco quanto disincantato dal lusso. Ogni aspetto della sua esistenza gli dà noia, si aggrappa al sesso come entità su cui esercitare un possesso, ed è proprio questa concezione distorta che lo porta a una svolta radicale nella propria vita. L’impossibilità di possedere Cecilia lo spinge a desiderare la noia, ma la noia è tanto inappagante quanto l’incapacità di lasciare davvero andare Cecilia, anzi: più cerca di liberarsene, più se ne innamora.

Filo conduttore dell’opera è quindi l’incomunicabilità, prima di tutto tra i due amanti: l’una del tutto aliena alla relazione, l’altro intenzionato a disinnamorarsi. Una storia d’amore che ruota non intorno all’affezione ma alla noia. Quello della noia è un concetto vago e indefinito, che ha bisogno di essere concretato in immagini: la tela bianca dell’artista annoiato dalla pittura, il disinteresse di una giovane a qualsiasi relazione che vada oltre una dimensione di fisicità, i vani tentativi di un uomo di porre fine ad un legame che tanto lo immerge nella vita quanto lo logora. La noia è inafferrabile, come Cecilia.

Una possibile via di fuga, o forse alleviamento della propria condizione, si apre nel finale: accettare di convivere con l’inafferrabile. L’epilogo di Moravia sembra quasi riportare alla mente quel pendolo che Schopenauer faceva oscillare tra dolore e noia, in una perenne condizione di instabilità fatta di rapidi barlumi di vitalità piena.

In questo senso Moravia descrive con abilità quel sentimento di male di vivere che domina la scena artistico-letteraria di tutto il Novecento europeo e che in un certo senso tocca ancora l’uomo contemporaneo. Andamento prosastico e apparentemente piatto delineano i contorni di una vicenda che scava nel profondo dell’animo umano per cogliere quello stato di incomunicabilità che permea l’uomo moderno circondato da una realtà piena di valori vuoti e di legami labili.

 

di Martina Tamengo

Sii il primo a commentare

Rispondi

Privacy Policy