La noia: romanzo e paradigma novecentesco

La noia: romanzo e paradigma novecentesco

La noia: romanzo e paradigma novecentesco

Da Leopardi a Schopenhauer, da Svevo a Joyce, la condizione dell’uomo moderno sembra alimentarsi di un sentimento di noia che priva l’individuo di ogni slancio vitalistico, condannandolo ad un taedium vitae perenne e incomunicabile. 

La noia: una vicenda incompiuta

“Ho già notato che la noia consiste principalmente nell’incomunicabilità”. Dino, è un giovane artista appartenente alla nobiltà romana, si è da poco trasferito in via Margutta, dove ha sede il suo fatiscente studio da pittore. Eppure la novità dello studio, la vivace realtà romana e la pittura non sembrano alleviare quella “noia” di cui afferma soffrire sin dai tempi dell’adolescenza.
A breve distanza dalla notizia della morte del pittore e vicino di studio Mauro Balestrieri, si presenta alla porta di Dino Cecilia, una ragazza tanto bella quanto inafferrabile, un tempo amante e modella del vecchio pittore. Tra i due sorge presto una relazione, ma come ogni aspetto nella vita di Dino, anche la bella Cecilia, istintiva e animalesca nel suo vivere nella mera ottica di soddisfare esigenze fisiche, gli viene rapidamente a noia. Una mattina Dino decide allora di darle appuntamento per porre fine alla relazione, ma Cecilia non si presenta, l’evento, l’impossibilità di possedere la ragazza, fa da miccia ad un’inarrestabile gelosia che travolge Dino.
Sempre più tormentato per la donna, Dino decide di pedinarla, venendo a conoscenza degli incontri della giovane con un altro uomo, l’avvenente attore Luciani. Nella speranza di placare la tormentata gelosia per Cecilia, Dino stabilisce al termine di ogni appuntamento di offrire denaro alla ragazza nella speranza che questa assuma ai suoi occhi i panni di una prostituta, indesiderabile e abbandonabile. Paradossale agli occhi di Dino, turbato e afflitto dall’incontrollabile gelosia, è il fatto che tanto più la giovane Cecilia mente e lo tradisce, tanto più lui se ne innamora.
Il pittore fa un ulteriore tentativo: forse, se si fosse sposato con Cecilia, la noia del matrimonio gli avrebbe portato tedio anche verso la giovane. Ma Cecilia ha bisogno di tempo per pensarci, e questo tempo viene trascorso a Ponza insieme a Luciani, in una vacanza pagata con il denaro di Dino.
Dino, consapevole di aver perso ormai ogni dignità e ragione, tenta il suicidio schiantandosi in auto contro un platano. L’esperienza ravvicinata della morte lo porta ad una svolta: non può cambiare la propria ossessione per Cecilia ma può solo accettarla, attendendone il ritorno per poterla incontrare ancora.

Uno squarcio sulla condizione borghese

Pubblicato nel 1960 presso Bompiani, La noia è certamente tra i romanzi più rappresentativi della poetica di Alberto Moravia, in continuità alla linea assunta già ne Gli indifferenti. A essere messo in scena è prima di tutto il problematico rapporto con la realtà della borghesia novecentesca, una borghesia in sfacelo, aggrappata a valori quali sesso e denaro.
Dino è un giovane pittore, tanto ricco quanto disincantato dal lusso. Ogni aspetto della sua esistenza gli dà noia, si aggrappa al sesso come entità su cui esercitare un possesso, ed è proprio questa concezione distorta che lo porta ad una svolta radicale nella propria vita. L’impossibilità di possedere Cecilia lo spinge a desiderare la noia, ma la noia è tanto inappagante quanto l’incapacità di lasciare davvero andare Cecilia, anzi: più cerca di liberarsene, più se ne innamora.

Filo conduttore dell’opera è quindi l’incomunicabilità, prima di tutto tra i due amanti: l’una del tutto aliena alla relazione, l’altro intenzionato a disinnamorarsi. Una storia d’amore che ruota non intorno all’affezione ma alla noia. Quello di noia è un concetto vago e indefinito, che ha bisogno di essere concretato in immagini: la tela bianca dell’artista annoiato dalla pittura, il disinteresse di una giovane a qualsiasi relazione che vada oltre una dimensione di fisicità, i vani tentativi di un uomo di porre fine ad un legame che tanto lo immerge nella vita quanto lo logora. La noia è inafferrabile, come Cecilia.

Il finale e il messaggio

Una possibile via di fuga, o forse alleviamento della propria condizione, si apre nel finale: accettare di convinvere con l’inafferrabile. L’epilogo di Moravia sembra quasi riportare alla mente quel pendolo che Schopenauer faceva oscillare tra dolore e noia, in una perenne condizione di instabilità fatta di rapidi barlumi di vitalità piena.

In questo senso Moravia descrive con abilità quel sentimento di male di vivere che domina la scena artistico-letteraria di tutto il Novecento europeo e che in un certo senso tocca ancora l’uomo contemporaneo. Andamento prosastico e apparentemente piatto delineano i contorni di una vicenda che scava nel profondo dell’animo umano per cogliere quello stato di incomunicabilità che permea l’uomo moderno circondato da una realtà piena di valori vuoti e di legami labili.

Martina Tamengo

U. Eco una volta disse che leggere, è come aver vissuto cinquemila anni, un’immortalità all’indietro di tutti i personaggi nei quali ci si è imbattuti.

Scrivere per me è restituzione, condivisione di sè e riflessione sulla realtà. Io mi chiamo Martina e sono una studentessa di Lettere Moderne.

Leggo animata dal desiderio di poter riconoscere una parte di me, in tempi e luoghi che mi sono distanti. Scrivo mossa dalla fiducia nella possibilità di condividere temi, che servano da spunto di riflessione poiché trovo nella capacità di pensiero dell’uomo, un dono inestimabile che non varrebbe la pena sprecare.

Agostino: un paradigma del romanzo di formazione

Agostino: un paradigma del romanzo di formazione

Agostino: un paradigma del romanzo di formazione

Agostino, pubblicato nel 1943, è la narrazione di una scoperta conseguente a una rottura: il sesso al venir meno del quasi edipico rapporto con la madre. Torbida, corrotta e insidiosa, la sessualitĂ  priva Agostino di ogni innocenza, gettandolo prepotentemente nell’intricato mondo degli adulti.

Additato come romanzo “scabroso” dalla censura fascista, Agostino, scritto da Alberto Moravia nel 1943, è ascrivibile al genere del romanzo di formazione, come narrazione del traumatico ingresso del suo protagonista nel mondo della sessualità e della piena adolescenza. Agostino ha infatti appena tredici anni, vive con la madre e ogni anno trascorre con lei le vacanze estive in Toscana. Verso la madre, donna bella e ancora nel fiore degli anni, Agostino nutre una sorta di venerazione che lascia pensare a un irrisolto complesso edipico. Godendo del privilegiato momento delle vacanze per poter trascorrere del tempo da solo con lei, Agostino vede turbato il proprio equilibio dall’arrivo di un giovane di nome Renzo, con il quale presto la donna intreccia una relazione a danno delle attenzioni rivolte al figlio.
L’evento è per Agostino causa di profondo turbamento, gelosia e conflitto con la madre, al punto che un giorno, lasciato solo dalla donna decide di allontanarsi dal proprio lido imbattendosi nel giovane Berto e in un gruppo di ragazzi che giocano a guardia e ladri sulla spiaggia. Agostino apprende da loro che la madre è considerata una donna facile. La notizia, produce nel giovane un radicale cambiamento di atteggiamento, arrivando addirittura a provare fastidio per il modo di lei di trattarlo ancora come un bambino.

Agostino avverte sempre più il bisogno di entrare nel “mondo dei grandi”, di avere un rapporto con una donna, di sentirsi “uomo”; la ricerca di una donna “altra” è il segno più evidente del tentativo di sostituzione della figura materna, e liberazione da essa. Venuto a conoscenza dal giovane Tortima dell’esistenza di una casa di appuntamenti nella città, procuratosi i soldi necessari, cerca di accedere al postribolo ma viene allontanato perché troppo giovane.
Agostino verte in una condizione di incomunicabilità con l’esterno, che sembra parzialmente infrangersi e aprire la strada a una nuova maturità quando alla delusione nel postribolo, segue la richiesta di Agostino alla madre di tornare a casa, e che da quel momento lei impari a trattarlo da uomo e non più da bambino.
La distruzione delle certezze che accompagnano la fanciullezza e la necessità di ritrovare sé stessi a partire da nuovi presupposti segnano quel momento di complicato passaggio e ingresso nell’adolescenza. La narrazione dagli occhi di un adolescente scandaglia nel profondo i turbamenti interiori, oltrepassando i confini del piatto naturalismo e ricercando i meccanismi più profondi che fanno di ogni giovane un uomo.

La rappresentazione delle frustrazioni e della ricerca di precarie certezze che sembrano costantemente infrangersi alla prova dei fatti, funge da specchio per ogni lettore che riveda un po’ di sĂ© stesso in quel senso di smarrimento, innalzando la prosa di Moravia a dettato intimo e collettivo.
E così osservò il critico Geno Pampaloni in merito:
“La primitiva ispirazione rigoristica, che è all’origine del libro, si risolve in una sorta di languore, che lo scrittore identifica con grande maestria nella spossatezza sfibrante di un’estate assolata lungo la spiaggia […]. Proprio mentre scopre, nelle memorabili pagine finali del libro, che egli è lasciato solo con la sua responsabilitĂ  di giudizio di fronte anche agli affetti piĂą gelosi e profondi come quello per la madre, Agostino è trascinato a essere complice con la vita quale che è”.

Martina Tamengo

U. Eco una volta disse che leggere, è come aver vissuto cinquemila anni, un’immortalità all’indietro di tutti i personaggi nei quali ci si è imbattuti.

Scrivere per me è restituzione, condivisione di sè e riflessione sulla realtà. Io mi chiamo Martina e sono una studentessa di Lettere Moderne.

Leggo animata dal desiderio di poter riconoscere una parte di me, in tempi e luoghi che mi sono distanti. Scrivo mossa dalla fiducia nella possibilità di condividere temi, che servano da spunto di riflessione poiché trovo nella capacità di pensiero dell’uomo, un dono inestimabile che non varrebbe la pena sprecare.