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Edgar Allan Poe e i suoi racconti: la voce dell’assassino

Edgar Allan Poe_io voce narrante

 

“Quando un pazzo sembra perfettamente ragionevole è gran tempo, credetemi, di mettergli la camicia di forza.”

Edgar Allan Poe, maestro del mistero e capostipite del moderno romanzo poliziesco, nacque a Boston nel 1809. Una vita dedita alla scrittura, ma anche soffocata dal gioco d’azzardo e dai fumi dell’alcol. La sua esistenza sregolata lo portò alla morte a soli 40 anni, dopo aver lasciato opere di immensa ispirazione agli scrittori dopo di lui.
La produzione di Edgar Allan Poe si compone di numerose poesie, un romanzo e raccolte di racconti che oscillano tra il fantastico e il grottesco. Impossibile non ricollegare la figura di Poe ai suoi celebri racconti del terrore, che scavano nell’animo umano alla ricerca di follia e mostruosità. E proprio di questi parliamo oggi, nel 172° anniversario della sua morte.
Tre storie che ci portano faccia a faccia con l’assassino, che non si nasconde da noi, non aspetta di essere scovato, ma ci parla con voce razionale delle atrocità che ha commesso.

Il gatto nero

Vittima innocente

Il gatto nero_Edgar Allan Poe
Illustrazione di Giancarlo Rizzo

Di Edgar Allan Poe, tra tutti i racconti del terrore, spicca sicuramente Il gatto nero. Non è raro trovarlo nelle antologie scolastiche, e chi non l’ha mai letto ne ha almeno sentito parlare. Scritta nel 1843, la storia è narrata in prima persona. Un uomo che aspetta di essere giustiziato prova a mettere ordine tra gli avvenimenti che l’hanno portato a commettere atrocità imperdonabili, cercando di razionalizzarli. Racconta del suo passato, di un matrimonio appagante, della passione per gli animali condivisa con la moglie. Ne possiedono molti, ma il prediletto è Plutone, un bellissimo gatto nero. Le cose cominciano a cambiare quando il vizio dell’alcol si impossessa dell’uomo, rendendolo aggressivo e spietato. Il primo episodio grave riguarda proprio Plutone, a cui cava l’occhio con un taglierino, per poi pentirsene amaramente.

 

Spaventose coincidenze

Dopo poco tempo, l’odio nei confronti del gatto cresce, e in un momento di follia lo impicca al ramo di un albero. Il rimorso lo divora subito. Quella stessa notte, lui e la moglie vengono svegliati dalle fiamme, che a poco a poco distruggono interamente la loro abitazione. Solo un pezzo di muro sembra essere sfuggito all’ira del fuoco, e sopra vi è la sagoma di un gatto, il segno di una corda intorno al collo. Il protagonista cerca delle spiegazioni razionali all’accaduto, è terrorizzato, ma ben presto se ne dimentica, tornando nella sua spirale di alcol e miseria. Una sera, nota in una taverna la presenza di un grosso gatto nero, molto simile a Plutone, tranne che per una macchia bianca sul petto. Decide di portarlo a casa con sé, ma la somiglianza con il primo gatto lo disturba: esattamente come lui, anche al nuovo arrivato manca un occhio.

La tragedia finale

L’odio per il gatto cresce, e la macchia sul petto sembra prendere le sembianze di una forca. L’uomo è terrorizzato, e sempre più vicino alla follia.
Un giorno, scendendo le scale della cantina insieme alla moglie, l’animale lo fa inciampare. Preso dall’ira, afferra una scure per ucciderlo, ma colpisce accidentalmente la donna, che muore all’istante. Con il panico in circolo, mura il cadavere in una parete della cantina, senza lasciare alcuna traccia.
Pensa di averla scampata, risponde tranquillamente a tutte le domande della polizia durante un’ispezione, e anche il gatto che tanto lo irritava sembra essere sparito. Sicuro di sé, colpisce con un bastone i mattoni dietro cui si trova il cadavere, e un lamento straziante si leva nell’aria. Gli agenti si mettono subito al lavoro, abbattendo il muro. Accanto al corpo senza vita della donna, come un giustiziere infernale, c’è il gatto nero.

 

Il barile di Amontillado

Il barile di Amontillado_Edgar Allan Poe

Pubblicato per la prima volta nel novembre del 1846, Il barile di Amontillado di Edgar Allan Poe è tra i racconti più crudeli. Anche in questo caso incontriamo un assassino che rivela sin da subito le proprie malvagie intenzioni, ma non vi è alcun segno di pentimento. Montrésor decide di vendicarsi di Fortunato per tutte le offese ricevute negli anni. Lo porta nelle cantine del suo palazzo con l’inganno, affermando di aver ricevuto una botte di Amontillado, che Fortunato si offre di controllare per confermarne l’autenticità. Mentre i due percorrono le catacombe della famiglia Montrésor, il senso di soffocamento si fa sempre più forte. L’assassino riesce a incatenare alle pareti di una nicchia Fortunato, che ubriaco e intontito non si rende conto della sua imminente fine. E così viene murato vivo, e l’unico suono percepibile alla fine del racconto è quello dei campanelli del suo costume da giullare.

 

Il cuore rivelatore

Il cuore rivelatore_Edgar Allan Poe
Illustrazione di Anne-Marie Hurtgen

Altro capolavoro di Poe è Il cuore rivelatore, pubblicato nel 1843. Di nuovo, la voce narrante è quella di un assassino. Egli racconta dell’omicidio commesso tentando di dimostrare al lettore la propria sanità mentale. Vive con un vecchio, di cui non sopporta l’occhio, simile a quello di un avvoltoio. Una notte lo uccide, rovesciandogli addosso il letto, e nascondendo il suo cadavere smembrato sotto le assi del pavimento. Risponde con sicurezza all’interrogatorio della polizia, finché non inizia a udire distintamente il suono di un cuore che batte sotto il pavimento. Sembra essere l’unico a sentirlo, mentre gli agenti chiacchierano tra di loro. Il panico lo attanaglia, e comincia a credere che gli agenti lo stiano prendendo in giro per smascherarlo, fingendo di non sentire il battito. Ed è proprio questo a farlo impazzire definitivamente. Cede, rivelando la posizione esatta del corpo, e dimostrando al lettore la sua evidente pazzia.

 

Conclusioni

Edgar Allan Poe riesce a dare una voce razionale, nei suoi racconti, a spietati assassini. Ammettono la propria colpevolezza con lucidità, tentando di spiegare le loro folli azioni passaggio dopo passaggio. A volte il rimorso si fa strada nel cuore del colpevole; in altre occasioni, invece, il senso di colpa non è nemmeno contemplato, come nel caso di Montrésor.
È interessante l’utilizzo della prima persona, che avvicina il lettore alla follia di ogni protagonista: come a voler sottolineare, in fondo, che dietro ogni persona dall’aspetto innocuo potrebbe celarsi uno spietato assassino.

 

di Martina Marotta

 

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